Miriam Breschi (2006) frequenta la quarta classe del Liceo Classico "Marsilio Ficino" di Figline Valdarno (FI).

Dopo essere entrata nel mondo della letteratura greca, l’Odissea mi ha sempre particolarmente affascinata rispetto all’Iliade. Di seguito tratterò del rapporto tra Ulisse e le donne presenti nel poema, analizzando il ruolo delle varie figure femminili e la loro rilevanza.

Sappiamo che lo scrittore Omero, probabilmente vissuto nel IX secolo a.C., ha scritto i due poemi epici alla base della letteratura greca: l’Iliade e l’Odissea. L’origine del nome Omero può avere varie etimologie: si pensa derivi dal greco ὁ μὴ ὁρῶν “colui che non vede”, ovvero non ha l’uso degli occhi ma possiede una vista molto più interiore, cioè quella del cuore e dell’anima oppure un’altra possibile origine sarebbe oμηρòς “ostaggio”, secondo il suggerimento di Aristotele. Dopo i dieci anni della guerra di Troia, raccontata nell’Iliade, gli eroi sopravvissuti ritornano nelle proprie case, tranne uno di nome Odisseo o Ulisse, il quale dovrà affrontare altri dieci anni di numerosi pericoli, inganni, tranelli, difficoltà per giungere a Itaca, la tanto sospirata patria. Queste avventure sono narrate proprio nell’Odissea, che è stata suddivisa in 24 libri raggruppati in tre sezioni: dal 1° al 4° si parla della Telemachia (il viaggio del figlio di Odisseo, Telemaco, di appena 20 anni, verso Pilo in cerca del padre), poi il 5° fino all’8° si incentrano sul racconto di ogni singola disavventura raccontata da Odisseo a Scheria, alla corte del re Alcinoo, città dei Feaci, infine dal 9° al 24° libro viene narrato il tanto atteso arrivo a Itaca e la guerra contro i Proci, pretendenti di sua moglie Penelope.

I temi principali affrontati nell’Odissea sono un punto di riferimento, una colonna solida per gli uomini di ogni epoca: principalmente il viaggio, il desiderio di conoscenza, la curiosità, l’amore per la patria, per la moglie e per il figlio, il tema dell’amore, della ξενία, cioè l’accoglienza e l’ospitalità verso lo straniero, il tema delle radici, della nostalgia, della rabbia e soprattutto il desiderio di sopravvivere.

L’Odissea ha una composizione ad anello, definita ringkomposition, nel senso che la storia si conclude così come è iniziata con il susseguirsi di vari piani temporali (presente, passato, presente). Per quanto riguarda l’impianto narrativo dell’Odissea è molto più complesso e articolato di quello dell’Iliade: questa ha un ordine cronologico lineare e si può seguire bene il filo della narrazione degli eventi, nell’Odissea è difficile cogliere il momento in cui si sta svolgendo un’azione, dato che la trama è ricca di intrecci regolati da molti flashback. Ogni avventura che Ulisse racconta a Scheria è anteriore al presente, per questo Omero si serve di analessi per spiegare perché il protagonista si trova in quel determinato posto.

Tra i due poemi omerici ci sono molteplici differenze, che riguardano in particolare il ruolo dei personaggi, soprattutto quelli femminili. In primo luogo vi è una maggiore accuratezza nella descrizione psicologica dei personaggi, Omero si sofferma di più su ogni singola persona cercando di far capire al lettore i sentimenti che vogliono esprimere. In secondo luogo, possiamo anche notare come il proemio dell’Odissea sia “riassuntivo”, cioè tocchi tutti i punti fondamentali del racconto e ci mostri subito ciò che ci aspetterà; nell’Iliade invece abbiamo un proemio più scarno e povero di informazioni, quindi è un’introduzione abbastanza sintetica che ci presenta solo l’argomento di base (la μῆνις di Achille).

Inoltre l’Iliade è stata definita il poema della guerra, poiché l’argomento principale è la guerra tra Greci e Troiani e le scene più ricorrenti mostrano cadaveri, sangue, distruzione, sofferenza, odio e disperazione. Al contrario l’Odissea è il poema della pace, (anche se è presente la battaglia contro i Proci che è comunque considerata una guerra giusta e giustificabile, perché non nasce da un capriccio, come nel caso delle ragioni espansionistiche di Agamennone), dell’avventura, della speranza del ritorno a casa, ma anche dell’amore in tutte le sue forme.

Le figure femminili hanno un ruolo centrale anche perché, mentre nell’Iliade l’azione dell’uomo è sempre guidata dagli dei, che sono in fondo i grandi protagonisti delle vicende umane, nell’Odissea tutto è molto più realistico e le figure umane assumono una diversa centralità.

L’ultimo aspetto che si contrappone al primo poema è sicuramente la sottolineatura del ruolo che gioca l’etica: l’Iliade è incentrata sul rispetto della civiltà di vergogna, quell’insieme di valori che regolano il comportamento umano, l’eroe deve obbligatoriamente seguirli altrimenti sarà condannato alla derisione, molto turpe secondo i greci. Nell’Odissea, invece, è sempre presente la volontà di punire la ὕβρις “la tracotanza”, ma esistono anche valori come la fedeltà verso la patria e la famiglia, il raggiungimento della sopravvivenza e non soltanto del κλέος “la fama, la gloria” e infine l’adattamento a ogni tipo di situazione.

Analizzando dettagliatamente la figura di Ulisse possiamo affermare che è un uomo ricco di pregi e difetti, pieno di varie sfaccettature; ha una personalità forte e un carattere connotato dal senso della τιμή  “l’onore”, dall’orgoglio e dal coraggio. Ma la sua dote maggiore spicca durante le prove che deve affrontare, l’intelligenza. In greco si chiama metis (“Μῆτις”), termine che indica una intelligenza pratica e flessibile, capace di adattarsi alle circostanze per superarle. Grazie ad essa (assicurata dalla sua dea protettrice, Atena) riuscirà a trovare ogni modo per sfuggire alle trappole ordite dalle divinità contro di lui.

Ulisse è un eroe razionale, nel senso che non attua mai gesti che non siano prima pensati, meditati e calibrati. Con l’astuzia potrà scappare dal ciclope Polifemo, dal canto delle Sirene, da Scilla e Cariddi e altre minacce ancora. Pertanto egli viene definito versatile, ovvero si sa adattare ad ogni situazione cambiando atteggiamento, ma anche poliedrico (dalle mille facce) o multiforme, poiché possiede virtù fuori dal comune che riguardano ogni sfera della vita, dalle virtù militari a quelle emotive, e ha anche molteplici interessi. È diventato saggio grazie all’esperienza e per questo è connotato da epiteti che hanno in comune il suffisso πολύ “molto” (ad esempio πολύτροπος “dal multiforme ingegno” ). Per di più Ulisse è un personaggio particolare anche perché si trova sempre al limite tra il suo essere uomo e il voler raggiungere il divino: infatti non è un eroe perfetto, possiede molte debolezze ma ciò che lo rende grande è il suo volere intraprendere un viaggio non per essere ricordato nei secoli ma per conoscere nuovi mondi. Proprio questa fame infinita di conoscenza lo porterà a pensieri estremi, spingendosi sempre oltre il necessario e quindi allontanandosi sempre di più da Itaca.

Per questo molti studiosi ritengono che in realtà lui non desideri così tanto tornare a casa, che non senta veramente il bisogno di riunirsi alla sua famiglia ma preferisca conoscere sempre cose nuove.

Cogliendo di Ulisse l’aspetto della curiosità insaziabile, Dante Alighieri immagina nella sua più importante opera, la Divina Commedia, che, appena tornato in patria, sconfitti i Proci, ripreso il trono, senta quasi subito l’impulso di rimettersi in viaggio, abbandono di nuovo la sua casa. Dante può costruire questo finale alternativo, prendendo spunto dalla profezia che l’indovino Tiresia fa allo stesso Ulisse quando questi scende nell’Ade (Libro XI). Profezia sul futuro della sua vita, e su quale sarà la sua morte. Il suo destino, insomma. Ecco quindi che l’eroe omerico può essere anche inserito nella storia della letteratura, in particolare analizzando la descrizione che appunto ne fa Dante. Durante il suo viaggio nell’oltretomba, incontra Ulisse, come possiamo leggere nel XXVI canto dell’Inferno. Lo trova in compagnia di Diomede. Ma perché Dante lo colloca nel luogo del Male?

L’autore lo ritiene un peccatore, un uomo che, sì, ha compiuto gesta eroiche ma ha anche peccato di ὕβρις. Ha sfidato qualcuno che si trovava sopra di lui per soddisfare la sua costante fama di conoscenza. Ecco il suo problema principale. Si trova proprio nell’ottavo cerchio dei consiglieri fraudolenti  perché ha il vizio della curiositas; Ulisse prevarica i limiti imposti all’uomo da Dio e questo è ritenuto un grave errore. L’uomo deve rispettare i confini che gli sono stati imposti, a meno che non sia stato concesso dalla grazia divina, e nella Grecia antica questo limite corrispondeva alle Colonne d’Ercole. Ulisse è posto insieme a Diomede perché insieme avevano tramato alla costruzione del Cavallo di Troia, quindi si sono uniti nel peccato e ora scontano insieme la stessa pena; sono entrambi avvolti dalla stessa fiamma ma il secondo brilla della luce riflessa dal primo. La fiamma è una metafora della conoscenza, un desiderio incessante di sapere cose nuove e ricercare qualcos’altro. In questo Canto Dante fa un paragone tra come ci si dovrebbe comportare, secondo l’insegnamento del cristianesimo medievale, e cosa si dovrebbe evitare di fare, cioè ciò che fa appunto Ulisse. Dante è capace di “tenere a freno il proprio ingegno”, nel senso che si accontenta per non sfociare nella tracotanza.

A mio avviso è convincente la visione di Dante quando afferma che il νόστος di Ulisse è un viaggio basato sulla follia e non sulla ragione, dato che è come se il protagonista “si addormentasse” in vista della patria, quasi come se non volesse davvero ritornare a casa. È chiamato folle volo perché Ulisse trascina i suoi compagni in un percorso non concesso da Dio ma spinto da una curiosità fine a sé stessa. Infatti appena è in prossimità della meta si lascia travolgere da altre tentazioni, perdendo  di vista il suo obiettivo. A differenza di Penelope, lui non le è rimasto fedele, l’ha tradita e l’ha ritenuta inferiore ad altre donne. Questi sono altri motivi per i quali Ulisse è all’Inferno e sinceramente sono d’accordo con Dante. La curiosità di Ulisse era, all’inizio, un valore positivo e benefico, ma con il tempo si è sempre più rafforzata trasformandosi in arroganza e falsità. È inconsciamente avvolto da un  πάϑος per la conoscenza: nessuno mai lo costringe a  raggiungere determinate tappe, eppure preferisce conoscere nuovi luoghi e persone piuttosto che tornare alla sua solita vita.

Quello di Dante è considerato un viaggio di purificazione anche per sé stesso, infatti si ammonisce per tenere a freno l’ingegno usando saggezza, umiltà e virtù: quella di Ulisse è definita una superbia non materiale ma intellettuale e infatti è la metafora di ciò che aveva condotto Dante nella selva oscura.

Infine, un’altra caratteristica di Ulisse è l’abilità di linguaggio, sa parlare bene e si rivolge sempre ai compagni con parole convincenti. La persuasione è proprio una sua qualità, egli riesce a ingannare chiunque per volgere sempre la situazione dalla sua parte, diciamo che può essere comparato ai sofisti per quanto riguarda l’arte della parola. Quindi sia la letteratura greca e latina sia l’italiano sia la filosofia hanno sfere collegate tra di loro.

«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: questa è una celebre frase pronunciata da Dante, il quale aveva l’intenzione di comunicare il messaggio di non ridursi come bestie ma aspirare al λόγος, cioè al ragionamento e alla conoscenza. Ulisse, in fin dei conti, non è completamente un eroe positivo come tutti pensano (secondo la visione classica greca), poiché ha condotto i suoi amici verso la morte commettendo molti peccati.

(fine Parte I)

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