Annalisa Giachi è responsabile Area Ricerche di Promo PA Fondazione. Esperta di metodologie di ricerca e analisi quali-quantitativa. Esperienza ventennale in indagini comparative internazionali sui temi dello sviluppo economico e delle politiche di riforma delle pubbliche amministrazioni. Project manager in progetti di affiancamento e supporto alle pubbliche amministrazioni in materia di comunicazione istituzionale, strategie di marketing territoriale e turistico, politiche culturali, politiche di sviluppo economico locale. Coordina e gestisce numerosi progetti di  ricerca per committenti pubblici e privati.

Se penso a quello che è stato Proust nella mia vita mi viene in mente solo questo: un conforto, un rifugio, uno psicofarmaco, un motore energetico.

Da quando poco più che ventenne durante il corso di lingua e cultura francese all’Università di Firenze ho aperto Du côté de chez Swann, con quello straordinario incipit («Depuis longtemps, je me suis couché de bonne heure»), ho capito di avere a che fare con qualcuno che parlava di me e con me, in una sensazione stranissima che provo soltanto leggendo la Recherche, ossia di trovarmi nel mezzo di un viaggio nelle profondità più remote dell’io.

L’emozione della prima lettura si è poi trasformata in una passione. Proust infatti non mi ha più lasciato. L’ho letto e riletto a più riprese, a seconda del momento, dell’età, dello stato emotivo, ritornando sopra i singoli episodi, sottolineando le parti più belle o rileggendo interi capitoli. La lettura della Recherche ha poi alimentato in me il desiderio un po’ ossessivo di capire come sia nata quell’opera, di conoscere i dettagli della biografia, di approfondire il perché di una narrativa così particolare, profondamente intima e allo stesso tempo leggera. Alla lettura del testo si è dunque accompagnata la lettura dei saggi proustiani: dalle imponenti biografie di George Painter (Marcel Proust, Feltrinelli) e Mario Lavagetto (Quel Marcel!, Einaudi), alla ricostruzione di Jean-Yves Tadié di come viene edificata passo dopo passo la Recherche (Marcel Proust, Folio), dal saggio di Giovanni Macchia (L’Angelo della notte, Bur), con l’affascinante confronto con Fëdor Dostoevskij, fino ai  recentissimi testi di Jean-Marc Quaranta su Alfredo Agostinelli, autista di Proust (Un amour de Proust, Bouquins) e ancora di Jean-Yves Tadié, stavolta concentrato sulla società francese nella quale è ambientato il romanzo (Proust et la société, Gallimard).

Il testo che però mi ha più commosso resta sempre il Monsieur Proust di Celeste Albaret, la domestica che lo ha seguito negli ultimi dieci anni di vita e che all’età di ottantadue anni ci ha consegnato, grazie alla trascrizione di Georges Belmont, uno straordinario libro di ricordi che fa chiarezza su tanti aspetti della vita e dell’opera di Proust, spesso non compresi o mal interpretati. Quello che emerge con chiarezza, anche dal testo della Albaret, è che in Proust, forse più che in qualunque altro genio della letteratura mondiale, uomo e opera sono un tutt’uno: nel suo caso specifico possiamo dire di essere dinanzi ad una vita al servizio dell’opera, dove la seconda scaturisce dalla prima ma è, al tempo stesso, l’esito finale di una ricerca da cui scaturisce una vocazione, quella letteraria:

Così, ormai ero giunto alla questa conclusione: che non siamo liberi di fronte all’opera d’arte, che non la componiamo a nostro piacimento, ma che, preesistente a noi, dobbiamo, dacché è a un tempo necessaria e nascosta, come faremmo per una legge della natura, scoprirla (da Il Tempo Ritrovato).

L’arte dunque come necessità, come maieutica interiore, come “traduzione” del nostro essere interiore, che però non si compone soltanto di quello che siamo ma di tutte le impressioni, i ricordi, le esperienze della vita vissuta:

L’opera d’arte è il solo mezzo per ritrovare il Tempo perduto…. E io compresi che tutti questi materiali dell’opera letteraria era soltanto  la mia vita passata: compresi ch’essi eran venuti a me, nei frivoli piaceri, nell’ozio, negli affetti, nel dolore, immagazzinati da me senza che potessi prevederne la destinazione… Come il seme anch’io ero destinato a morire non appena si fosse sviluppata la pianta, per la quale scoprivo d’esser vissuto senza saperlo… (da Il Tempo Ritrovato).

Questo certo non significa che la Recherche sia stata scritta come un flusso di coscienza, seguendo un’ispirazione agile e uno slancio continuo (alla Tolstoj, ma anche alla Balzac): l’opera ci appare tanto più monumentale quanto più si scopre che è stata l’esito di una lotta, fisica ed emotiva, dell’autore con sé stesso, in uno sforzo umano e letterario immenso, come  ben si può capire dalla lettura dei manoscritti, su cui Proust ha fatto un lavoro manuale incredibile, ritornando sui testi e sui singoli episodi più e più volte, partendo dall’esperienza vissuta per disarticolarla, comporla e ricomporla in puzzle infinito, in un’«immensa sinfonia», come dice giustamente Pietro Citati, «dove ogni motivo ritorna a distanza di centinaia e migliaia di pagine e si intreccia in un’architettura musicale inestricabile». Ecco perché nella sua opera si fatica a trovare una trama, mentre si afferrano piuttosto frammenti, episodi, o interi trattati (di arte, di musica, di botanica), che l’Autore ha modellato a suo piacimento, attorno ad alcuni temi chiave.

Una cosa che mi ha sempre colpito in Proust è l’assoluta mancanza del tema della trascendenza: il divino non ha spazio nella Recherche perché la ricerca metafisica è appoggiata sulla parete portante della memoria, che ci consente di liberarci dal fardello del Tempo. Attraverso la memoria involontaria (una memoria alimentata non dall’intelligenza o dal ricordo consapevole ma dall’istinto, dall’intuizione di un’altra realtà), Proust ci fa approdare in uno “spazio-tempo” diverso, che è contemporaneamente nel presente, perché innescato da un oggetto, una sensazione, un odore (la famosa madeleine) che risveglia il ricordo, ma anche nel passato, perché ci riporta a vivere un momento della nostra vita passata,  ma questa volta libero dalle contingenze del momento e dunque assoluto. Poiché i ricordi sono prigionieri delle cose, un po’ come gli uomini del mito della caverna di Platone sono prigionieri dei propri falsi valori, Proust compie un atto di liberazione facendoci accedere ad una realtà al tempo stesso ideale e reale e dunque se vogliamo ad una forma di Eterno.

Proust mi ha insegnato quasi tutto quello che è importante sapere nella vita, o meglio mi ha consentito di focalizzarlo, di prenderne coscienza: l’infinito a cui si accede tramite la bellezza dell’arte e della musica, il dolore di un lutto che arriva nel tempo, non nel momento in cui accade, i pericoli dell’amore quando diventa ossessione, i rituali feroci dello snobismo e del politically correct, la centralità degli affetti familiari, che possono salvarti o anche distruggerti, il disagio del sentirsi diversi.

Proust o lo si ama o lo si odia, non ci sono vie di mezzo: o lo senti un compagno di viaggio prezioso o lo trovi mortalmente noioso. Io mi sono sempre sentita profondamente “proustiana”, non tanto perché non vi siano altri scrittori che amo alla follia, ma perché mentre negli altri riconosco il genio, le doti narrative, la capacità di leggere nell’animo umano, con Proust mi sento semplicemente a casa.

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