Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Un giovane dal pallore lunare e sua Madre

L’attenzione all’altro e a quanto accade intorno è una caratteristica che Marcel Proust imparò da Madame Proust, sua madre. Lei era felice se prima vedeva irradiarsi questa emozione nella vita di qualcun altro vicino. Ciononostante rimase una donna con il cuore ricco di segreti, non amava rivelarsi e mostrarsi intenerita. Era discreta, e attenta a fare suoi e a coltivare atteggiamenti di pudore. Era scherzosa, anche e soprattutto con il figlio che forse apprese il lato comico dell’esistenza, l’intreccio sottile tra la comicità e la filosofia, lo scherzo e la letteratura.

Se dobbiamo credere al Jean Santeuil, la madre non amava «la grazia degli animali e delle piante», a cui preferiva la pura grazia dei sentimenti umani, come per contrapporsi alla nonna, adoratrice del mare, degli alberi, dei venti e delle tempeste. Il suo mondo aveva, forse, qualcosa di chiuso. Ma, dietro la discrezione e la misura, si nascondeva qualcosa di immensamente dolce: il lento fiume roussoviano e lamartiniano aveva abbandonato nel cuore di Madame Proust un limpido lago di tenerezza[1].

Per libere associazioni, considerando la tendenza di Proust all’esagerazione, all’eccesso nel vivere i sentimenti e gli eventi della vita, mentre la Madre si poneva attraverso il rigore e la misura, la tenerezza e il pudore, vengono in mente i versi rilkiani della poesia Le mani della madre, in particolare risulta utile porre l’attenzione agli ultimi due versi.

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta[2].

Proust la rugiada, la Madre la pianta; ma non per sempre, visto che La Recherche si configura come violazione di quello che la madre e la nonna avevano amato. Le donne di casa Proust fuggivano dalla volgarità e dalla frivolezza; cercavano la perfezione ripudiando ogni interpretazione stravagante, anche in materia di arte – ne sono un esempio le interpretazioni lineari delle sonate di Beethoven o i notturni di Chopin. Non parlavano mai di sé fuori misura. Avevano la tendenza di definirsi entro le disponibilità dell’io presente, senza minime divagazioni verso ideali o prospettive desiderate. Certo, non è corretto generalizzare nemmeno su una questione particolarmente approfondita, conosciuta, come il rapporto tra Marcel e le donne di casa Weil-Proust. Tuttavia risulta chiaro, e lo evidenzia anche Pietro Citati, che Proust da un certo momento in poi non appartenne più a quel mondo, pur continuando a frequentarlo e a considerarlo una base da cui scandagliare gli iniziali inneschi della sua identità.

C’è stato un tempo in cui Proust prese coscienza del suo rapporto edipico con la madre, e cronologicamente corrisponderebbe al tempo degli eventi che stavano segnando l’Europa, in materia di filosofia e psicoanalisi, durante gli ultimi anni del XIX secolo. Tra loro due c’era una intesa sconvolgente, una comunicazione trasparente anche per quanto concerneva l’intimità e i segreti.

Quando il figlio si allontanava per un viaggio, partiva con sentimenti di tristezza e inquietudine. Così come osserva Citati, «ogni separazione ripeteva la separazione archetipica: quella che era accaduta nella casa di Auteuil, quando la madre non aveva dato al figlio il bacio della buonanotte»[3], di più: anticipava la relazione ultima in cui si sarebbe resoconto dell’impossibilità di riparare tutti i momenti che non sarebbero stati, tutte le parole non dette e rinviate a un tempo altro.

Una volta arrivato nella destinazione del viaggio, faceva subito in modo di procurarsi carta e inchiostro per scriverle. Questo accadeva anche quando era la madre a partire: in questo caso Proust scriveva anche venti pagine di lettera. Certo, Madame Proust voleva sapere tutto e quindi queste lettere erano senza dubbio un sollievo. Le interessavano le attività che in quei giorni andava svolgendo, in sua assenza, Marcel; se aveva vissuto momenti eccitanti, come andava con l’asma, se aveva dormito la notte. Anche se era lontana, fungeva da panopticon a cui era impossibile sottrarsi, in una continua confessione, veloce e precisa.

La madre non era solo tenera, spesso rimproverava duramente il figlio, soprattutto per alcuni suoi comportamenti tra cui: il continuo uso dei sonniferi, gli orari in cui si addormentava, l’irregolarità nel cibo, il disinteresse nei confronti di una carriera. Tra gli eventi in cui si conoscono meticolosamente i dettagli delle comunicazioni tra Proust e sua madre, c’è senza dubbio il viaggio del figlio verso l’Hotel de France et d’Angleterre a Fontainebleau, per una settimana. Partì nel pomeriggio del lunedì 19 ottobre 1896. Si recò a Fontainebleau perché la buona aria del paese doveva avere un qualche effetto benefico sulla malattia. Fin da subito si sentiva lontano con la madre, e il personale dell’hotel non parlava con lui. I pensieri, di ora in ora, diventavano tumultuosi, difficili da sopportare, e in più non c’era il diversivo più potente per tenere a bada le catene umbratili del pensiero: la madre.

Il giorno dopo arrivò una lettera da sua madre: il figlio veniva avvisato che, dalla sua partenza, la casa era in preda alla tristezza e al silenzio, e che solo i campanelli e le porte donavano un ché di vitalità all’ambiente, con i loro suoni e rumori. Nel frattempo la situazione del figlio andava peggiorando. Oltre ai pensieri inquietanti, era soggiunta l’angoscia, il timore della lontananza e delle cose nuove e per questo sconosciute, estranee, non ultima la claustrofobia. Stati d’animo che ricordano la poesia Desolazione del piccolo poeta sentimentale, del grande poeta italiano Sergio Corazzini, che visse appena ventun’anni. Le prime due strofe:

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire[4].

Quando le angosce e le ombre del pensiero investivano le giornate di Proust, anch’egli sentiva sommersa la sua parte artistica, nel timore di non ricontattare più quella forza di ricordare, quella capacità di scandagliare le profondità. Nell’hotel di Fontainebleau sentiva la solitudine e un sentimento di prigionia, e in questo senso la camera divenne una prigione, e il letto era la tomba. Di nuovo la parola a Corazzini, con la terza strofa:

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tramare d’amore e d’angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire[5].

Prostrato dall’angoscia, nessuno con cui comunicare e nessuno desideroso di comunicare con lui. La camera, ricca di dettagli e oggetti, a causa del movimento inquieto dell’animo, si trasformava in una camera-contenitore di oggetti pericolosi, capaci di ferirlo proprio per la loro carica ostile. Si guardava intorno, cercava di catturare una parvenza di ‘luce’, di significato conosciuto che potesse intrecciarsi a un risvolto di sé, della vita che viveva fino al giorno prima. Ma il suo sguardo – la sua inquietudine e tristezza – incrociava oggetti che rimandavano solo segnali gelidi.

Aveva bisogno di un diversivo. E lo trovò.

Cominciò a scrivere, staccandosi da se stesso e realizzando una simulazione di nome Jean Santeuil, trasformò Fontainebleau in Trouville. La creazione artistica elaborata da Proust rimane uno degli esempi principali di sublimazione mediante creazione artistica: la formazione di un diversivo che va sviluppandosi proprio a partire dallo stato di angoscia, che preme esso stesso verso la coscienza, quasi invitandola a trasferire il contenuto in un linguaggio, in una organizzazione grammaticale o genericamente espressiva (cioè, entro delle regole).

Il 20 ottobre inviò il racconto alla madre. Voleva farle sapere tutto, precisamente, per come stava accadendo. La madre dopo poche ore rispose, senza commentare, dicendo al figlio che trovava le pagine molto dolci e tristi, forse troppo. Comunicò anche la sua di tristezza.

Nel Jean Santeuil Proust “accarezzava” il grande desiderio di vivere solo «con la sposa del padre». Il padre morì il 26 novembre 1903. La madre si dimostrò calma, ma il figlio sapeva che dietro quel sentimento c’era altro, e ne aveva paura. La domenica prima della morte del padre, il figlio Marcel aveva litigato con lui: «l’eccessiva certezza delle sue affermazioni politiche lo aveva ferito; aveva detto “delle cose che non avrebbe dovuto dire”»[6]. Inoltre, si sentiva in colpa per i suoi folli orari, le medicine e l’inattività; l’idea di essere stato il peso più grande della vita del padre lo frustrava. Ciononostante, questa morte, non fu irrimediabile, tant’è che la vita familiare ritornò al solito ritmo con una certa rapidità. Ora Proust desiderava ritornare alle abitudini della giovinezza, dove la simbiosi edipica con la madre emergeva con forza in alcuni comportamenti: alzarsi alla stessa ora della madre, bere con lei il caffè con il latte, condividere le ore del sonno nello stesso tempo; tutto ciò durò molto poco. Egli ritornò agli orari folli; la madre non lo rimproverava più, anzi, andava di mattina a dargli il bacio della buonanotte. Proust si esprimeva chiaramente con sua madre, in materia di relazioni: diceva che a lui non interessava più vedere nessuno, gli era sufficiente trascorrere il tempo insieme a lei. Se incontrava per caso qualcuno degli amici, sfruttava il tempo per parlare di sua madre.

Il 26 settembre 1905 la madre morì. Negli ultimi istanti di vita si concesse un’ultima citazione, come ai vecchi tempi quando iniziava il gioco delle citazioni con il figlio Marcel. Disse due frasi di Moliére e di Labiche. Solo una volta la madre si accorse che il figlio stava per piangere. Così lei disse: “Si vous n’etes Romain, soyez digne de l’etre”, un verso di Corneille che la mamma gli ripeteva quando era piccolo, prima di partire per un viaggio.

Un giorno Proust entrò nelle stanze di casa dove non entrava mai. Citati racconta quanto accadde: «Il parquet stridette vicino alla camera della madre: strideva sempre, anche quando era viva; e appena sentiva quello scricchiolio, lei faceva un rumore con le labbra, gli mandava un piccolo bacio, che voleva dire: “Vieni ad abbracciarmi”. Non poteva restare in quella casa, “così triste perché era stata così felice”»[7].

Iniziò ad avere terribili incubi; sognava la madre ancora viva, ma in preda alla tristezza e alla sofferenza. Vedeva il suo volto talmente segnato che una volta sveglio si tranquillizzava al pensiero che la madre non c’era più. E proprio per questo Proust, nei mesi successivi alla morte della madre, non seppe darsi la risposta su chi fosse il soggetto che ora avrebbe dovuto placare, ogni volta, le sue ansie. Anni più tardi, in una lettera indirizzata a Maurice Duplay, confidò di essere stato vicino alla decisione di lasciarsi morire; in quel periodo di lutto, voleva farla finita con il cibo e con il sonno; «Poi pensò che insieme a lui, sarebbe scomparso anche il ricordo che aveva di lei: l’avrebbe trascinata in una morte definitiva; e rinunciò al suo proposito»[8].

Si chiude con una poesia questa terza parte dedicata alla Madre di quel figlio dal pallore lunare di nome Marcel Proust. La poesia è di Salvatore Quasimodo, il titolo è Lettera alla madre, in cui vengono affrontati dei nuclei tematici – la distanza, la sofferenza, la preoccupazione, l’ironia – che ricordano il rapporto del figlio Marcel con la madre Jeanne.

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo». – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater[9].

Note:

[1] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 55.

[2] R.M. Rilke, Poesie, trad. it. G. Pintor, con i contributi di H. Hesse, G. Trakl, F. Fortini, Einaudi, Torino 1966.

[3] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 57.

[4] S. Corazzini, Io non sono un poeta, 1902-1907, a cura di A. Melia, Interno Poesia Editore, Milano 2021, pp. 107-109.

[5] Ibidem.

[6] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 129; cfr M. Proust, Correspondance, vol. III, Plon, Paris 1970-1993 (posthume), p. 445.

[7] P. Citati, op. cit., p. 132; cfr M. Proust, Correspondance, vol. V, Plon, Paris 1970-1993 (posthume), p. 346.

[8] Ivi, p. 133.

[9] S. Quasimodo, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1960, p. 230.

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