Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Laureato con una tesi magistrale dal titolo “Scenari dell’altro: posizione, funzione, traiettoria”. Nei suoi articoli si occupa di fenomenologia dell’estraneo, post-democrazia e psicologia interculturale.

Con gli altri

Questo rapporto di ricerca personale, che coinvolgeva anche gli altri, non si limitava al mondo dei nomi e più in generale della comunicazione. Proust era felice, o almeno lo disse e lo raccontò, per i fenomeni che viveva e per gli eventi che osservava; poteva provare una profonda serenità di fronte a un fiore (mirabili sono le pagine legate ai biancospini e ai lillà), per l’amore che in lui nasceva per un ragazzo o una ragazza, perché leggeva un libro nel posto che preferiva come l’albero nel giardino di casa, rifugio di letture e di ozio mentre i genitori erano impegnati con amici. Era felice, ma non lo fu allo stesso modo per tutta la vita. Non dimenticò mai questa emozione, anche durante gli aggravamenti della malattia. Ma negli ultimi tempi dovette rinunciare alla felicità, e prepararsi alla morte.

«Amava nelle donne gli alberi, negli alberi le donne»[1], così lo descrive Pietro Citati all’inizio del suo libro La colomba pugnalata. Cercava gli altri e spesso faceva di tutto per organizzare momenti indimenticabili. Si legava a molte persone, e desiderava essere amato; preferiva essere disprezzato piuttosto che non essere amato. Di certo, la neutralità e l’asetticità in materia di emozioni non hanno a che fare con la storia di questo autore.

Delle sue passioni scriveva agli amici, confessando la sua pederastia e raccontando dei suoi sogni. Forse era innamorato di tutti i suoi amici, sicuramente di Jacques Bizet e Daniel Halévy. Scriveva a loro ancora una volta per ricevere una reazione e poterla osservare, il prima possibile, nei loro occhi, spiando i flussi delle pupille e le trasformazioni non verbali del volto. Gli amici spesso non lo sopportavano, si erano resi conto che egli aveva un costante bisogno di affetto e oltre a richiederlo esplicitamente esibiva questo bisogno attraverso le numerose carezze, le gentilezze esagerate, «i grandi occhi orientali umidi di nostalgia e di desiderio, la felicità malinconica»[2].

La febbrile adolescenza andava in dissolvenza e a poco a poco anche il desiderio di spedire lettere d’amore ai compagni di scuola. Proust andava descrivendosi in una maniera nuova, tratteggiando una nuova immagine di sé nelle pagine del Jean Santeuil. Definiva alcune sue espressioni luminose e fresche come una mattina di primavera, la sua bellezza dolcemente pensosa. Entravano nella sua vita una vasta gamma di nuovi sentimenti, inclinazioni, modi di porsi e di stare, visuali sul mondo. Praticava il costante esercizio della cortesia, faceva l’ingenuo sapendo di farlo, e in più considerava queste nuove ‘sfumature’ di sé come caratteristiche singolari di una bellezza. Certo, continuava a desiderare l’instaurazione di nuovi legami, e non era affatto raro l’evento in cui Proust, a fine serata, chiedeva a qualcuno dei suoi amici o conoscenti di riaccompagnarli a casa o in albergo, in vettura.

Una volta arrivati a destinazione, se era in carrozza, Proust si lanciava verso nuove narrazioni improvvisate, e le ore passavano con il cocchiere che osservava con stupore una conversazione che sembrava interminabile. Le serate si concludevano, inevitabilmente, nella solitudine. Proust era altrettanto affascinato da questo modo di stare al mondo, di trascorrere il tempo nel presente passato, così come lo chiama Agostino. Certo, in un primo tempo non poteva sopportare le tenebre della notte, tant’è che iniziò a fare un uso importante di sonniferi; ma poi intuì il potenziale racchiuso in quelle ore di buio, che potevano essere vissute in un modo del tutto nuovo, innovativo. E infatti, da quelle sere, nascono passaggi come il debito verso Méséglise: «Quando, nelle sere d’estate, il cielo armonioso ringhia come un animale selvatico, e ciascuno s’imbroncia per il temporale, è alla parte di Méséglise ch’io vado debitore del restarmene solo, in estasi, a respirare, nel suo della pioggia che cade, l’odore d’invisibili e persistenti lilla»[3].

Prima della notte, prima delle lunghe conversazioni con amici o conoscente che si prestavano per accompagnarlo nelle ultime ore del giorno, c’erano le serate nei salotti di Parigi, borghesi e artistocratici: Madame Straus, Madame Arman de Caillavet, Madame Lemaire. Molti altri, invece, gli rimarranno per sempre preclusi. La sua frequentazione nei salotti fece conoscere il personaggio Proust a un vasto pubblico, non tanto per le sue doti immaginative o letterarie, anzitutto per la capacità teatrale di intrattenere, attraverso elogi e parodie, gli interlocutori; elogiava i presenti, più o meno conosciuti e tali elogi erano palesemente esagerati. Sfiorava il comico e il grottesco, esasperava chi lo ascoltava. Sicuramente Proust ebbe una mirabile capacità mimetica: coglieva negli altri certe sfumature caratteriali, talvolta rimanendone sedotto e desideroso di replicarle in sé, più specificatamente di incarnarle.

Tra questi dèi divenuti visibili, così li definiva, non si può non citare il rapporto con Robert de Montesquiou, celebre poeta d’illustre famiglia originaria della Guascogna. A poco a poco Proust portò dentro di sé alcune delle caratteristiche di Montesquiou, quanto meno movimenti del fisico e gli accordi della voce. Su questo, così si esprime Citati:

Quel corpo lo ispirava. Amava “la ricca musica” e gli “onnipresenti accordi” della sua voce: amava come Montesquiou afferrava una parola e la faceva fremere, gesticolare e impennarsi, e l’assaporava, la gustava, la cantava, la gridava, la salmodiava: amava quel corpo slanciato, inarcato, rovesciato indietro, e poi riproiettato avanti; le sue insolenze, le sue feroci battute di spirito, il suo vocabolario erudito e frivolo, il suo strepitoso funambolismo[4].

In definitiva Proust, ricercatore di un presente passato abitato nei meandri della memoria (che significa anche nella dimenticanza), aveva scorto nel conte di Montesquiou un frammento di Francia secentesca. Era come se intrattenersi con lui voleva dire trascorrere del tempo con un luogo che era stato, aveva plasmato usi e costumi, e non era più, se non in piccoli dettagli attorno a lui, che più o meno indirettamente trattenevano sembianze di Luigi XIV, dei fantastici intrighi dell’epoca e delle parrucche barocche. Scorgerli era tutto fuorché facile, tranne quando di fronte a Proust apparivano soggetti capaci di forzare balzi all’indietro, proprio come il Conte. Di fronte a questi, la memoria involontaria si attivava. Durante la stesura del primo volume della ricerca, Proust si accorge che alcuni tra i ricordi che va scandagliando, forse, avevano il loro innesco e sviluppo al di fuori di lui, dentro qualcun altro:

Tutti quei ricordi aggiunti gli uni agli altri non costituivano ormai che una massa; ma non era impossibile distinguere tra loro, – tra i più antichi e i più recenti, nati da un profumo, poi tra quelli che non erano che i ricordi d’un’altra persona da cui li avevo appresi, – se non delle fessure, delle crepe vere e proprie, almeno quelle venature, quelle screziature di colorazione che in certe rocce, in certi marmi, rivelano delle differenze d’origine, d’età, di «formazione»[5].

Profumi sentiti da altri, vissuti da altri e narrati, da noi ascoltati, si trasformano divenendo contenuti liberi, liberati, resi disponibili e vulnerabili alle storie di chi li ha ascoltati. Non solo il conte di Montesquiou, anche l’incontro con Anna de Noailles fu significativo per Proust.

Poetessa, capace di spaziare nelle argomentazioni, dalla letteratura alla politica passando ai racconti di vita mondana. Anna aveva il dono dell’eloquenza, le parole le fuggivano di bocca generando ponti tra scrittori e personaggi illustri: Robespierre, Luigi XVI, Maria Antonietta, George Sand, Shakespeare. Sia con il conte che con Anna de Noailles Proust intraprese una corrispondenza, anche se con questa seconda le lettere raggiunsero vette piene di gioia e felicità incomparabili rispetto a quelle indirizzate al conte. Proust scopriva nella de Noailles una sorta di espansione dell’io, una ebbrezza del cuore, seguita da una genialità fantastica. Nondimeno seguiva le metafore che utilizzava, il modo di raccogliere le sensazioni e di ‘piazzarle’ entro una ricca grammatica; «amava nei versi della Noailles l’arte del fondu»[6], il gesto mentre beveva: «con la destra teneva il bicchiere, con la sinistra faceva cenno di non interromperla»[7].

Quando la poetessa partecipava alle serate nei salotti parigini, ognuno entrava in rapporto con lei, come fosse una figura indispensabile ad ogni configurazione mondana; in un certo senso, era un centro di forza gravitazionale, difficile resisterle. Certo, lasciava poco spazio nella comunicazione, ma ciò che essa esprimeva era tutt’altro che frivolo: stordiva e affascinava anche grandi scrittori, premi Nobel come André Gide.

Una terza figura centrale nella vita di Proust fu Reynaldo Hahn. Musicista e cantante, probabilmente si conobbero il 22 magio 1894 ad una festa organizzata da Madame Lemaire. I due avevano doti opposte e Proust invidiava di Hahn la grazia discreta, la precisione, il senso della misura. Hahn non amava le esitazioni, i pentimenti; infatti sosteneva la comunanza tra un cantante e un vetraio di Murano: la forma del canto, come la forma del vetro lavorata in una fornace, doveva essere definitiva, secca, lavorata con una rapidità prodigiosa. Hahn e Proust non avrebbero potuto essere più diversi: il primo amava la misura e l’equilibrio, il secondo l’esagerazione. Coltivarono il loro rapporto frequentando la marchesa de Casa-Fuerte, Madame Daudet, Madame Stern, Madame Lemaire, andavano all’Opéra-comique, al Théatre francais.

Nell’agosto del 1894 vennero invitati da Madame Lemaire nel suo castello di Réveillon, sulla Marna. È qui che i due poterono scrutarsi nell’intimo, individuando pregi e ‘crepe’ nel modo di affrontare la vita, di gestire lo spazio e di organizzare il tempo del quotidiano. Pietro Citati descrive alcuni momenti di quei giorni nel castello:

La mattina Proust si svegliava tardi, prendeva pigramente la prima colazione a letto, sfogliando i giornali e leggendo la corrispondenza, che gli portava le ultime chiacchiere di Parigi: mentre Reynaldo stava seduto davanti al tavolino, bevendo una tazza di cioccolato fumante. Parlavano e ridevano senza posa. Poi Reynaldo si metteva al piano, cantava un’aria, e Proust lo ascoltava beato, in camicia, vicino al fuoco, scaldandosi le gambe, mentre il domestico bussava inutilmente alla porta, annunciando che il pranzo era servito. Marcel indossava una cravatta rossa su un vestito blu, una cravatta bianca su un abito nero, una cravatta color paglia su una giacchetta color paglia, come se ogni giorno volesse dipingere un diverso ritratto di sé, in una tinta e in un’armonia differenti[8].

Certo, i due, oltre ad amarsi, si studiavano, stuzzicavano e colpivano a vicenda, facendo notare all’altro nuove sfumature e personificazioni. Si trattava, continuamente, di una nuova conoscenza: quello che nella Recherche verrà poi identificato come l’amplificazione e la sostituzione degli innumerevoli Io. Forse Proust aveva già chiaro uno dei punti centrali della sua teoria della memoria: ogni accadimento ha dell’irreparabile. Ancora: ogni accadimento va ‘dipinto’ con la volontà più alta, assicurandosi di esprimere l’unicità, il dettaglio che differenzia e buca l’automaton: la cravatta rossa su un vestito blu, quella bianca su un abito nero e quella color paglia su una giacchetta color paglia. Numerose furono le ‘ombre’ nella relazione d’amore tra Hahn e Proust, nondimeno la gelosia di quest’ultimo che fece sterzare il rapporto verso l’amicizia. Voleva sapere tutto del musicista, suo amore. Il 20 giugno 1896 Reynaldo Hahn aveva giurato di confessargli tutto, le cose importanti e quelle indifferenti. Ma di lì a poco rovesciò la sua posizione e comunicò che non avrebbe più detto nulla. Proust protestò, esprimendo la sua necessità di sapere in quanto malato di gelosia. Il sentimento durò per due mesi, e poi inviò una lettera ad Hahn comunicando di non essere più geloso (probabilmente mentiva).

Hahn riprese la sua vita mondana e artistica. Era sempre in giro, Inghilterra, Italia, Russia. Nel frattempo si era innamorato di Sara Bernhardt, artista teatrale considerata tra le più importanti del XIX secolo – soprannominata La divina. Di tanto in tanto Hahn ritornava a casa, al suo paese. In piedi, davanti al letto di Marcel Proust osservava il progredire della malattia; gli raccontava dei suoi viaggi, dei ricevimenti, le notizie segrete e paradossali della vita che continuava a muoversi a Parigi e nel mondo.

Il loro rapporto ebbe dell’irripetibile e dell’irrimediabile; si nutriva, per Proust, della caducità e della dolcezza insita in questo afflato umano per il mondo, per il fuori che colpisce e fa resistenza. Non solo: la posizione e la traiettoria in cui Proust si mosse dentro questo amore, appaiono oggi, forse, come un tentativo di concedersi unicamente, appunto irripetibilmente. Con Hahn (e non solo) ebbe la possibilità della volontà, che tanto gli mancò negli anni d’infanzia, continuamente sostenuto, protesicamente guidato dai familiari.

Significative le parole di Gilles Deleuze nel suo Foucault[9], a proposito di tyché e automaton, del fare la differenza costruendo e sviluppando la propria soggettività:

Cosa posso sapere, o cosa posso vedere e enunciare in queste particolari condizioni di luce e di linguaggio? Che cosa posso fare, a quale potere posso aspirare e quali resistenze posso opporre? Che cosa posso essere, di quali pieghe posso circondarmi o in che modo posso produrre me stesso come soggetto? In queste tre domande l’io non designa un universale, ma un insieme di posizioni particolari occupate da un Si parla-Si vede, ci Si scontra, Si vive. Nessuna soluzione è trasferibile da un’epoca a un’altra, ma ci possono essere sconfinamenti o compenetrazioni di campi problematici, per cui i “dati” di un vecchio proble- ma vengono riattivati in un altro.[10]

L’intera Recherche, e per certi versi anche il Jean Santeuil, procede per sconfinamenti e compenetrazioni, sviluppati a partire e grazie all’interesse dell’autore, continuo e inesauribile, per le epoche non vissute; in una certa misura con una forte nostalgia di alcune linee di forza e tendenza che investivano il passato.

L’abilità del Proust mondano e amico consisteva proprio nel captare con rapidità e astuzia le condizioni di luce e linguaggio delle varie situazioni in cui veniva ricevuto. Nondimeno, aveva una propensione per l’osservazione fugace ma intensa dei dettagli minimi che spiegavano frammenti importanti della personalità dell’amico o dei generici interlocutori. Spesso si metteva alla prova, entrando nelle condizioni di luce e linguaggio dell’altro, tentando di carpirne le formazioni discorsive e non discorsive che non lo riguardavano ma che, accidentalmente o programmaticamente, gli si presentevano. Aveva un debole per gli accadimenti, sapeva che proprio essi potevano fungere da prezioso innesco di contenuti della memoria involontaria. Arrivò a considerare qualcosa di centrale nella propra vita la possibilità di stabilire intensità e chiarezza di un passato dimenticato.

Sapeva, se non altro intuiva, «che tutto il dentro è attivamente presente al fuori» e che «il dentro condensa il passato (lunga durata) in modi che non sono affatto continui ma che lo confrontano con un futuro che viene dal fuori, lo cambiano e lo ricreano»[11]. Ne sono un esempio i passaggi che, sinteticamente, possono essere definiti come i pensieri del mattino che si avvicina:

Certo, quando s’avvicinava il mattino, da un pezzo era dissipata la breve incertezza del mio risveglio. Sapevo in quale stanza mi trovavo realmente, l’avevo ricostruita intorno a me nell’oscurità, […] l’avevo ricostruita per intero ed ammobiliata come un architetto e un tappezziere che lascino l’apertura primitiva alle finestre e alle porte, avevo di nuovo posato al suolo gli specchi e ricollocato il cassettone al suo posto solito. Ma, appena il giorno – e non più il riflesso d’un’ultima brace su listello di rame che avevo scambiato per esso – tracciava nell’oscurità, come col gesso, la sua prima riga bianca e rettificatrice, la finestra con le sue tende lasciava l’inquadratura della porta dove l’avevo situata per sbaglio, mentre per farle posto la scrivania che la mia memoria aveva inabilmente installato là fuggiva in gran fretta, spingendo davanti a sé il camino e scostando il muro divisorio dell’andito; nel luogo dove, ancora un attimo prima, s’apriva la toeletta, regnava un cortiletto, e la dimora che avevo riedificata nelle tenebre era andata a raggiungere le dimore intravedute nel turbine del risveglio, messa in fuga da quel pallido segno che il dito levato del giorno aveva tracciato sopra le cortine[12].

Note:

[1] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 15.

[2] Ivi, p. 18.

[3] M. Proust, La strada di Swann, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, cit., p. 197.

[4] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 28.

[5] M. Proust, La strada di Swann, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, cit., p. 198.

[6] P. Citati, La colomba pugnalata…, cit., p. 34.

[7] Ivi, p. 33.

[8] M. Proust, Jean Santeuil, Gallimard, Paris 1952 (posthume), trad. it. F. Fortini, Jean Santeuil, Einaudi, Torino 1953, pp. 457-458.

[9] G. Deleuze, Foucault, Èditions de Minuit, Paris 1986 (trad. it. P. A. Rovatti e F. Sossi, Foucault, Feltrinelli, Milano 1987, p. 32).

[10] Ivi, cit., p. 66.

[11] Ivi, p. 89.

[12] M. Proust, La strada di Swann, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, cit., p. 198.

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