Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
S. Critchley, Note sul suicidio. Seguito dal saggio di David Hume Del suicidio
Carbonio Editore, Milano 2022, pp. 160, € 9.00.

C’è forse tema più urticante del suicidio? E, allo stesso tempo, tema su cui è più facile cadere nella retorica, in discorsi dove esplode il già detto o, ancora peggio, dove si glissa, dove si tace l’essenziale?

Da sempre il suicidio ci repelle e ci attrae. Ci fa orrore e, allo stesso tempo, esso ha una bellezza scandalosa e anarchica. Non è quindi facile scrivere qualcosa di nuovo e di serio sul suicidio, su questa eterna questione di cui hanno scritto tanti in passato, da Hume a Camus, da Améry a Cioran. C’è riuscito il filosofo inglese Simon Critchley in queste sue Note sul suicidio, appena tradotte da Carbonio.

Diciamo subito che, proprio per schivare le ovvietà intrise di moralismo o di cinismo e per rimanere, invece, ben saldo nel campo della razionalità, Crtichley ha riconosciuto come insufficienti tutte le più diffuse e radicate ipotesi sul suicidio e sulla sua giustificazione. Allo stesso tempo, è meglio mettere fra parentesi tutti i divieti e le condanne che da sempre hanno gravato su di esso. La possibilità di suicidarsi, che ha a che fare con la natura stessa dell’essere umano, con la sua finitudine, deve restare appunto una possibilità, avendo verso di essa un atteggiamento distaccato. Come già spiegato magnificamente da Cioran, non bisogna cedere all’ottimismo, neanche quando si parla di suicidio. Il suicidio resta in un certo senso l’ultimo nostro potere, l’ultima luce quando tutto ci schiaccia e ci soffoca, ma non possiamo illudersi che la morte volontaria sia capace di dare un senso a una vita assurda o dispersa:

Finché siamo in possesso dei nostri riflessi e dei movimenti fondamentali, possediamo l’arma con cui affermare la nostra libertà e mettere fine ai nostri giorni, se dovessimo desiderare una simile conclusione. Ma questo non comporta che dobbiamo usare quest’arma. Al contrario. Questo sarebbe un gesto troppo ottimistico. Il nostro suicidio non salverebbe nulla (p. 124).

Quello del suicidio, specie se voluto per evadere da una situazione intollerabile o se scelto per immolarsi per una causa, non riesce mai davvero a diventare il significato di una esistenza. Nessun movente, per quanto forte, per quanto capace di vincere la paura della morte, riesce a “risolvere” una vita. D’altra parte, i discorsi umani mal si prestano ad argomentare attorno al suicidio, al fatto che si possa considerare davvero un atto libero o se, al contrario, esso sia sempre necessariamente condizionato.

In questo senso, ciò ha molto a che fare con la follia e, anzi, i ragionamenti sulla libertà di suicidarsi sembrano essere quelli che, una volta, si facevano sulla follia morale, ovvero sulla patologica malvagità di certi uomini. Ciò è tanto più vero in quanto, di tanti suicidi (pensiamo soltanto a quello di Mishima), è possibile intravedere una specie di razionalità:

Che si tratti di sogni di martirio, dell’illusione del paradiso o di fantasie di onore e vendetta, c’è una perversa razionalità nel suicidio depressivo, in cui tutte le ragioni conducono alla stessa decisione fatale e apparentemente ineludibile. La ragione percorre un ultimo lungo tunnel senza uscita (p. 78).

Ma ancor più terribile è il suicidio che resta senza motivo, scelto e attuato per pura volontà di sottrarsi. Questa morte è la più spaventosa e sembra parlarci di una logica abbracciata da un essere umano che sia giunto al di là di ogni logica.

La parte più affascinante del libro di Critchley è senza dubbio quella dedicata all’analisi dei messaggi d’addio, lasciati da suicidi più o meno celebri. Molti ricorderanno le ultime parole di Cesare Pavese o brani dai lunghi soliloqui di Amleto… ma, a pensarci, le “ultime parole” sono sempre una specie di testamento narcisistico – Critchley parla di «una perversa forma di pubblicità» (p. 83) – e hanno in sé sempre qualcosa di esibizionistico.

Anche se sotto forma di disperata dichiarazione d’amore, quei messaggi rappresentano la coabitazione in ognuno di amore e di odio (del mondo, di sé, del proprio fallimento a cui pure si chiede una parola definitiva). L’unica strada, per gli altri, è quella di preservare le riflessioni esistenziali da ogni senso del dovere (verso Dio, verso la famiglia, verso la comunità), rifugiandosi nel distacco che, solo, sa farci sopportare la vita, a volte così faticosa.

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