Jacopo Marzano (1999) ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche per la Sicurezza Internazionale e quindi la laurea magistrale con lode e menzione d'onore in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale sempre presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT). Si occupa di minacce ibride, guerre economiche, cognitive e geopolitica delle migrazioni, prediligendo la ricerca e l’analisi sul campo. È analista per l'area Medioriente e Nordafrica per "Geopolitica.info" e analista di geopolitica e difesa per "Formiche".
Per la prima volta dopo la fine della Guerra Fredda, l’Occidente si muove nella direzione di un riarmo diffuso, in chiave hobbesiana, reso urgente dal ritorno della guerra convenzionale, cinetica, alle porte europee e nel teatro mediorientale, congiuntamente alle criticità del quadrante indopacifico ed alla ridefinizione della postura globale Usa, determinata dal riorientamento strategico e tattico dovuto ad un over stretching militare e politico su scala internazionale. Il riarmo collettivo passa poi per l’obiettivo del 5% che, dal Summit Nato dell’Aia, entra indifferibilmente nei piani rafforzamento della difesa comune europea e dei singoli Stati Alleati, con un occhio di riguardo alla cooperazione industriale, al rafforzamento delle filiere di produzione. L’intera struttura della sicurezza euro-atlantica è sulle tracce di una profonda revisione posturale ed esterna e strutturale, ed interna, caratterizzata da una nuova condivisione degli oneri ed un rinnovato impegno militare ed industriale tout court, tramite nuove e più moderne filiere di produzione ed un ripensamento delle politiche economiche e sociali nazionali. Nuove dottrine militari e rinnovata spesa per la Difesa non devono, però, rappresentare la sicurezza nazionale come una mera attività industriale, militare e cinetica. La difesa di una Nazione, nelle democrazie liberali, passa anche per la stabilità e la resilienza economica, per la formazione ed informazione del popolo e per un sistema di welfare in equilibrio.
Quale campo di battaglia
Oggi, la concentrazione mediatica e politica sul concetto di guerra clausewitziano rischia di orientare la percezione dell’opinione pubblica sul conflitto bellico tout court, facilitando così le campagne di guerra ibrida, informativa e psicologica che vengono condotte congiuntamente ai conflitti convenzionali, potendo operare, quasi invisibili e senza incontrare confini, all’interno dei perimetri nazionali, contaminando così le società occidentali, da Roma a Washington, da Bruxelles a Londra.
La guerra in Ucraina ed il conflitto in Medio Oriente producono – e hanno sempre prodotto – mobilitazione industriale e sviluppo tecnologico, con effetti keynesiani sul mercato e con la creazione, oggi, di sinergie tra aziende private e settore pubblico, tutto in nome di un riarmo complessivo dal duplice intento di deterrenza e di autonomia strategica militare nazionale.
Interferenze elettorali, campagne di disinformazione, sabotaggio delle infrastrutture critiche e attacchi informatici, attività di coercizione economica, sfruttamento dei flussi migratori: oltre ai pericoli visibili e percepiti, per i quali sono in atto massicci riarmi ed operazioni di sensibilizzazione, sono molteplici le attività sovversive e di interferenza che operano nelle zone grigie, ovvero meno visibili, e che hanno come obiettivo quelli di destabilizzare e contaminare il tessuto politico e sociale degli Stati democratici occidentali, producendo fratture nuove o andando ad impattare su quelle già esistenti, andando ad utilizzare il popolo, ovvero la stessa natura originaria delle costruzioni democratiche, come tessuto di attacco.
L’atto di sintesi e la ragion di Stato
Rispondere agli attacchi ed alle minacce ibride rappresenta oggi, per le democrazie liberali, un atto di ancora maggior complessità rispetto alle attuali difficili condizioni incontrate durante la ricerca di decisioni politiche comuni per il riarmo.
Il confronto tra autocrazie e democrazie vede le prime agire con maggior velocità e snellezza decisionale, senza la ricerca di approvazione da parte dell’opinione pubblica, e osserva le seconde arrancare, nella realizzazione di complessi meccanismi burocratici necessari all’attività decisionale o nella ricerca dell’unanimità, come in chiave europea. E proprio sulla frammentazione politica e decisionale impattano alcune delle minacce e degli attacchi ibridi.
Se, nelle democrazie, ad ogni azione di contromisura nei confronti delle minacce rivolte verso la propria incolumità corrisponde una compressione del perimetro delle libertà, la decisione politica diviene un atto di sintesi e di equilibrio tra welfare e sicurezza, tra la contrazione della propria natura costitutiva e la sopravvivenza. Con la consapevolezza che un’economia danneggiata può generare il collasso di una società e che se si lascia che il disordine sociale si espanda, peggiore sarà il caos e peggiore sarà il suo rimedio. Dunque, occorre formare nel pensiero e nelle competenze una classe dirigente, attuale e futura, addestrata a problematizzare e a dubitare, a fare del pensiero critico e dei valori – e principii – democratici lo scudo con il quale difendere l’assetto strutturale del proprio Stato.
Mentre guerre convenzionali e minacce ibride bussano alla porta dell’Occidente, occorre aggiungere ai domini bellici, già ampiamente trattati e riconosciuti, un ulteriore dominio: quello cognitivo, vero vantaggio competitivo nei conflitti moderni. Nella qualità della formazione della classe dirigente e dei comparti di intelligence, assieme al buon governo, risiederanno le capacità di resilienza, difesa e sopravvivenza. Qui, l’informazione, che accomuna intelligence, classe dirigente e cittadinanza tutta, gioca, oggi come mai, un ruolo chiave. Il dominio cognitivo è infatti il campo di battaglia totalizzante, definitivo, che definisce l’abilità – dal singolo all’insieme – e la capacità di prendere o accettare decisioni, di leggere e comprendere gli eventi di crisi, con autonomi e personali spirito analitico e capacità di discernimento.
La qualità, l’integrità e il pluralismo delle informazioni che circolano all’interno delle nostre democrazie rappresentano oggi un primo elemento di Difesa delle democrazie liberali, del loro popolo e delle rispettive agenzie di intelligence. Oltre al riarmo, urge dotarsi di sicurezza conoscitiva e cognitiva, un arsenale intellettuale, che sappia affrontare e sciogliere la complessità e la velocità delle sfide contemporanee e del loro mutamento, a difesa dei valori democratici.
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