Claudio Capo (1995) è attualmente dottorando in Scienze Giuridiche e Politiche (XXXIX ciclo) presso l’Università “Guglielmo Marconi” di Roma e laureando in Scienze Filosofiche presso l’Università Roma Tre. Si è laureato nel 2022 in Antropologia culturale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Le sue ricerche si focalizzano sul socialismo rivoluzionario italiano della prima metà del Novecento. I suoi interessi principali concernono l’analisi storico-filosofica delle forme spirituali, culturali e sociali dalla modernità alla contemporaneità. Ha pubblicato diversi contributi presso il mensile di attualità metapolitiche «Diorama Letterario».

Recensione a
F. Germinario, La destra degli dei. Alain de Benoist e la cultura politica della Nouvelle droite
Bollati Boringhieri, Torino 2002, pp. 158, € 18,00.

Elaborando delle nuove sintesi culturali, la Nouvelle droite francese spicca certamente per gli atipici tratti del sincretismo e del trasversalismo. L’intento di Alain de Benoist è quello di svelare l’inganno celatosi dietro la partigianeria intellettuale del progressismo moderno, e porsi al di là di esso. Tutti gli sforzi sono tesi a pensare simultaneamente ciò che finora non è stato generalmente concepito che separato. In de Benoist prende forma, con estrema lucidità, il sogno trasversalista di superare le stantie categorie borghesi di destra e sinistra, la cui adozione equivale ad accettare un terreno di confronto e uno schema di riferimento di lotta politica e ideale imposto dall’avversario e funzionale alla società liberale (cfr. ivi, p. 35). Nel pensiero debenoistiano alla critica radicale della modernità, segue il tentativo di trovare una giusta alchimia per rispondere alle sfide del secondo dopoguerra europeo. La destra degli dei di Francesco Germinario offre al lettore un’utile cartina tornasole per orientarsi all’interno del pensiero dell’autore francese.

Per destreggiarsi con abilità nella filosofia dell’autore, è necessario tratteggiare il profilo della modernità. Questa, per de Benoist, è la negazione del canone greco di armonia e giusta misura. Per lo spirito greco, il mondo è il luogo del sacro, l’uomo è lo specchio sul quale si riflettono le dinamiche della natura. Il kosmos è il tutto già ordinato, perfettamente autosufficiente e non mancante di nulla. La natura si esprime sempre nella sua forma migliore e il greco, concependola come locus amoenus, la osserva meravigliato. Divinizzando la natura la Grecia valorizza il molteplice e si riconcilia con l’assoluto. L’accavallarsi di diversità non normabili all’interno di un insieme che le comprende e che le dispone secondo una giusta misura (mètron) già di per se pone un fondamento metafisico sul quale organizzare l’esistenza.

Nel sistema di pensiero debenoistiano, gli uomini sono chiamati a farsi interpreti delle leggi eterne della natura e a riconoscersi attraverso l’Altro. Totalmente opposto è il paradigma di riferimento del mondo moderno dove, tanto la natura, quanto l’Altro vengono negati con fermezza. Per il borghese, infatti, la natura è un fondo a disposizione (Bestand), che può essere usato e distorto fino alle fondamenta. Nel rimaneggiamento del mondo ad opera del borghese, la natura, assunta come un problema dal quale fuggire (exundum esse e statu natura), viene fagocitata all’interno di una rete di significati che si identificano nella meccanicizzazione del mondo e nella cacciata degli dei.

L’epoca moderna, nel pensiero di de Benoist, viene retrodatata e fatta risalire all’inizio della predicazione paolina a Roma. Nell’autore francese i tratti che caratterizzano il monoteismo giudaico-cristiano sono identificati con l’ideologia della divisione e la desacralizzazione del kosmos. Il suo ordinamento è ancora da conseguirsi perché la creazione è un atto ininterrotto. Del tutto diversa è invece la posizione della Weltanschauung pagana: il mondo è abitato dagli dei e l’esclusione della prospettiva del divenire sottrae l’uomo alla storia e lo proietta nella dimensione dell’essere (Dasein). Nell’universo pagano niente è separato, tutto è legato, l’alto e il basso, il microcosmo e il macrocosmo, il Cielo e la Terra, gli uomini e gli dei, il visibile e l’invisibile, sono legati da un rapporto di corrispondenza analogica e di mutua dipendenza (cfr. A. de Benoist, L’impero interiore. Mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea, 1996, p. 22).

Sulla scorta di Schmitt, de Benoist afferma che i concetti più pregnanti delle moderne dottrine dello Stato non sono nient’altro che la secolarizzazione delle idee teologiche presenti nelle religioni del Libro. Ogni ideologia che si propone di fare del potere lo strumento che permetta di realizzare il bene e di sradicare il male, è da considerarsi come una declinazione del “totalitarismo paolino”.

La critica di De Benoist prosegue rivolgendosi contro lo spirito egualitario e l’ideologia del Medesimo. Il pensatore francese si richiama esplicitamente a Nietzsche: «Nessun pastore un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali» (Così parlò Zarathustra). Una volta conseguite appieno l’omologazione e l’appiattimento delle culture, vengono drammaticamente a mancare le condizioni che permettono di scandagliare le proprie specificità. Necessario, allora, situarsi in una prospettiva rigorosamente antiegualitaria al fine di organizzare gli uomini in base al loro valore, di preservarne le differenze.

Seguendo l’idea del differenzialismo, De Benoist si pone come punto di incontro tra la prospettiva nicciana e quella del tradizionalismo evoliano che, seppur con le dovute differenze, si pronunciano limpidamente a favore della disuguaglianza degli uomini (cfr. Germinario, p. 123). Per Nietzsche, la modernità ha prodotto l’orribile assunzione dei contrari in una monade greve e impermeabile ad ogni significato che non sia quello del gregge; per Evola, l’uguaglianza ha annullato la tensione dell’uomo all’eroizzazione della vita, regredendolo a uno stato bestiale. Il grado di omogeneità e “la ginnastica d’obbedienza” delle società occidentali attuali eccedono largamente quello dei totalitarismi del Novecento. Il più totalitario dei poteri non è quello che priva l’uomo della libertà, ma quello che gliene fa dimenticare il senso. La mercificazione dei corpi e delle anime, presentata dalle società liberali come summum bonum, conduce l’uomo alla più feroce delle spersonalizzazioni, asservendolo al mercato. L’alienazione sperimentata nella modernità è tale da far cadere l’uomo in uno stato di amnesia cronica. I popoli, assuefatti dalla “tirannide dei balocchi”, decretano la loro morte. L’imbestiamento in gregge, di cui parlava Nietzsche, allontana ogni concezione della vita superiore. L’uomo del progresso trovandosi nella condizione incapacitante di subire lo spirito del tempo (Zeitgeist) si arrende ad esso diventandone uno strenuo difensore. La società liberale è così priva di senso che tende a eliminare la prospettiva stessa della morte.

Dopo aver fatto incursione e appiccato incendi nei luoghi di culto della modernità, de Benoist vuole riappropriarsi, attraverso la cultura, di un rapporto uomo-natura armonico e genuino. Il pensiero debenoistiano tenta di impadronirsi di un Gramsci politicamente neutralizzato e di utilizzare il suo approccio al problema della cultura per elaborare un pensiero politico originale sul terreno dell’organizzazione culturale, decisivo per incidere nella società contemporanea, e rendersi egemone. Alla base di questa nuova concezione di politica si guardava l’evoliana apolitìa, ovvero la distanza interiore e irrevocabile dalla società moderna e dai suoi “valori”, il rifiuto di stringere un legame per qualche vincolo spirituale o morale (cfr. J. Evola, Cavalcare la tigre). La rinuncia alla politica delle masse e del partito a favore dell’autoeducazione individuale rimanda al senso paideutico greco. La resistenza ai titani della mondializzazione e dell’economicismo passa inevitabilmente attraverso la nascita dell’uomo differenziato, temprato nelle intransigenze e sull’affilamento personale.

Esiste da qualche parte un “granello di sabbia” che possa inceppare il gigantesco meccanismo storico attuale? Si. Oggi è nel ribelle l’uomo sano, come scriveva Ernst Jünger nel suo Trattato del ribelle: passare al bosco vuol dire traghettarsi all’infuori di quella situazione aberrante nella quale il mondo è piombato, per dare nuova vita a miti sepolti, per evocare nuovi dei.

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