Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
M. Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare
Carocci, Roma 2022, pp. 255, € 18.50.

Tanti di noi hanno purtroppo dimestichezza con formule quali “legge 104”, “indennità di accompagnamento” e simili. E questo perché, negli ultimi decenni, la disabilità è entrata sempre più prepotentemente a far parte della nostra quotidianità. I progressi della medicina, con il conseguente aumento della aspettativa di vita, ma, per converso, tutta una serie di fenomeni nuovi (l’inquinamento, gli incidenti stradali, per non dire degli infortuni sul lavoro) hanno appunto comportato un «surplus di disabilità» nelle società contemporanee. Questa “normalizzazione” (fatta di welfare state, politiche di inclusione, campagne di sensibilizzazione, associazionismo ecc.) non può, però, cancellare ciò che di perturbante le invalidità hanno sempre rappresentato per la vita umana. In questo senso, la storia della disabilità, fatta di storpi, ciechi, zoppi, esseri anormali o deformi solo a stento riconosciuti come umani, e giù giù fino ai veri e propri “mostri”, è una storia fatta non soltanto di emarginazione e scandalo, ma di veri e propri tabù.

Questo libro, appena riedito da Carocci, di Matteo Schianchi, ricercatore che da anni si occupa di questi temi, ci mostra appunto quanto sia recente e complicato il concetto di disabilità, quanto, per secoli, gli invalidi (fisici, sensoriali, intellettivi) abbiano rappresentato un problema ingombrante per società che non capivano il senso di presenze così anomale e, spesso, così disturbanti.

La storia delle disabilità è anzitutto una storia di carità, una storia di istituzioni in cui i disabili stessi sono stati accuditi e custoditi. Ed è anzitutto negli archivi delle istituzioni di assistenza, sviluppatesi in epoca moderna, che abbiano le fonti più ricche di documenti sulle vite dei disabili. Ciò, d’altra parte, significa che la disabilità il più delle volte è tuttora vista come un peso che va “trattato” e neutralizzato, come un problema sempre più medico che sociale. Proprio con l’avvento della guerra di massa (con masse di mutilati e invalidi) e con l’avvento della società industriale, con l’inabilità al lavoro che diventa un elemento discriminante, i progetti di cura e di educazione per gli invalidi hanno iniziato a interessare sempre più le classi dirigenti.

Ciò che emerge da queste pagine è anche la fatica con cui gli uomini sani, normali, hanno sempre riconosciuto la dignità umana di persone ridotte a mendicare per sopravvivere, senza poter lavorare e a sopravvivere, spesso, “contro natura”. E, in questo senso, la teratologia, ovvero la scienza dei mostri per così dire, è il punto terminale di questa storia di marginalizzazione. Come è noto, è stato con l’Ottocento che la teratologia si è imposta come disciplina scientifica, contigua alla anatomia patologica. Prima di essa, le spiegazioni più fantasiose, sia nella cultura popolare sia in quella dotta, cercavano di sciogliere l’enigma di nascite sempre viste come destabilizzanti e minacciose. Allo stesso tempo, proprio con l’Ottocento, iniziò a imporsi, in America più che in Europa, una vera e propria spettacolarizzazione della disabilità e del mostruoso. Proprio coi Freak show si manifestò in modo eclatante un miscuglio di terrore e simpatia.

Sul fronte del “mostrare i diversi”, l’apparato spettacolare costruito [nei Freak show] mette in mostra, sostanzialmente, due grandi categorie di fenomeni: quella con una conformazione fisica spettacolare e quelli “truccati” da esseri spettacolari. Da Barnum, e in tutta la tradizione dei fenomeni da baraccone, il reale e l’illusorio, il deforme e l’inganno vanno di pari passo. La questione riguarda non solo creature fantastiche […], ma anche le deformazioni fisiche: donne con barba inventate, “teste parlanti” a cui non è attaccato alcun corpo, finti fratelli siamesi che, finita la scenetta, sbagliano e abbandonano la scena uno da una parte e uno dall’altra (pp. 172-173).

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