Nato a Siviglia nel 1991, è laureato in Scienze Politiche all'Università di Roma "La Sapienza", con una tesi sulla leggenda nera spagnola; nella stessa Università ha ottenuto la Laurea Magistrale in Relazioni internazionali, con una tesi sulle origini del catalanismo. Attualmente sta svolgendo il Dottorato di Ricerca in Scienze Politiche presso l'Università di Catania. Le sue principali linee di interesse e di ricerca riguardano, oltre le tematiche ispanistiche e catalaniste, le relazioni fra Spagna e Italia durante il secolo scorso, avendo pubblicato in diverse riviste italiane e spagnole.

Recensione a
M. Álvarez Tardío & J. Redondo Rodelas (coord.), Podemos. Cuando lo nuevo se hace viejo
Tecnos, Madrid 2019, pp. 352, €21,95.

Su Podemos si è scritto molto, sia dal punto di vista storico che da quello politologico e delle dottrine politiche. In questo volume, pubblicato nell’anno del quinto anniversario della fondazione del partito viola, i professori Manuel Álvarez Tardío e Javier Redondo Rodelas hanno coordinato e curato i contributi di altri sei rinomati professori, che si sono occupati rispettivamente, e con diversi approcci, di rispondere in ambito scientifico ad alcuni quesiti volti a comprendere l’evoluzione del partito spagnolo.

Uno degli errori di analisi più comuni, secondo i curatori del presente volume, commesso nelle ricerche che si sono avventurate nello studio delle origini di Podemos, è stato quello di confondere la retorica con la realtà. Essi affermano che «Solo quienes habían creído a pies juntillas a los nuevos predicadores mediáticos y académicos de la llamada “indignación” supusieron que un partido político moderno podía aspirar a competir, en un sistema parlamentario como el español, como una organización descentralizada en “círculos” y mediante permanentes “debates de ideas” y propuestas al servicio de candidaturas fuertemente personalistas e inconexas» (p. 16).

Il progressivo rafforzamento della guida di Pablo Iglesias, dopo aver ottenuto l’ottantanove per cento dei voti nella II assemblea di Vistalegre, è stato accompagnato da una progressiva costruzione di un’organizzazione gerarchizzata in ottica di affrontare al meglio le successive competizioni elettorali. Secondo i curatori, era prevedibile che un partito come Podemos, se voleva consolidarsi in un sistema parlamentare come quello spagnolo, doveva evolversi assumendo le sembianze di un classico partito di sinistra, centralizzato e disciplinato. Nel corso dei vari interventi proveranno a dimostrare che nel caso di Podemos non si può parlare di semplice populismo, come definito da Ernesto Laclau, bensì è più corretto ascriverlo al “populismo marxista” o più semplicemente “neomarxismo” (p. 22). Secondi gli studiosi non si trattava dunque di una scelta tra la “vecchia” e la “nuova” politica, piuttosto quel che era in gioco, e che spiegava la prevedibile evoluzione organizzativa, era la costruzione di un’alternativa a sinistra del Partito Socialista capacitata a rompere il bi-partitismo spagnolo.

Il Psoe aveva perso circa quattro milioni di voti dalle elezioni del 2008 a quelle del 2011, senza che ciò comportasse un aumento di voti di Izquierda Unida (IU); era quello lo spazio da riconquistare per Podemos. Il nuovo marxismo voleva riprendere la retorica democratica con un linguaggio che sembrava volerla migliorare: «De otro modo y en su propia lógica: buscan radicalizar la democracia, hacerla real, inclusiva, extensiva y participativa para eliminar las desigualdades y favorecer la emancipación de la clase obrera, ahora del pueblo o clases populares […] el nuevo marxismo difiere del ortodoxo en que asume que la toma del poder no será revolucionaria […] El neomarxismo ha sustituido las nociones de explotación y acumulación por otras como tecnocratismo y especulación. Por último, el nuevo marxismo reconoce que el anticapitalismo ha desaparecido; por eso, insistimos, pugna por arrebatar la democracia. Si bien, converge con los movimientos anticapitalistas» (pp. 32-33).

A questa introduzione dei lavori segue un capitolo di Redondo Rodelas, dove si percorre l’evoluzione da movimento a partito. Inizialmente alcuni fondatori, come Íñigo Errejón e Pablo Iglesias, coincidevano nel considerare Podemos come un movimento. Gli esperimenti delle candidature popolari come le Cup (Candidatures de Unitat Popular) in Catalogna, integrate da collettivi anticapitalisti furono un laboratorio funzionante capace di ispirare i futuri dirigenti di Podemos. In questa parte, lo studioso disegna le caratteristiche essenziali e classiche del partito-movimento, e le rapporta alla concezione dell’organizzazione che adoperarono i fondatori in termini gramsciani, o addirittura da una prospettiva bolscevica (p. 63).

La professoressa Delgado Sotillos, nella terza parte del volume, studia il modo in cui cambia la competizione elettorale dei partiti, ritrovando così nel 2014 il punto di inflessione che comportò grandi stravolgimenti nel sistema partitico nazionale spagnolo. Attraverso l’utilizzo dei dati del Centro di Ricerche Sociologiche (CIS) la studiosa analizza i dati e spiega i risultati delle elezioni regionali e municipali del 2015. Podemos, conscio della limitata struttura organizzativa che possedeva, entrò in scena evitando di esaurirsi e di affaticare la macchinaria del movimento. Delgado Sotillos afferma che il risultato di queste elezioni comportò una significativa erosione della rappresentazione delle due forze politiche maggioritarie. Le elezioni nazionali del 2015 inaugurarono un nuovo ciclo politico nel Paese: con oltre cinque milioni di voti, cioè il 20,8 per cento, Podemos e i suoi alleati divennero il terzo gruppo parlamentare, con 31 seggi di differenza dal Psoe. Attraverso un minuzioso lavoro, e un attento studio del CIS, l’autrice riesce a contabilizzare la provenienza dei voti e i travasi da altri partiti. Successivamente passa a descrivere il profilo degli elettori, evidenziando la giovane età, il livello educativo e l’appartenenza sociale.

Nel quarto capitolo il professore Rafael Rubio Núñez si concentra nelle strategie comunicative e nella dimostrazione dell’enorme lavoro di discussione, di elaborazione e di analisi delle migliori strategie che vi fu dietro. Podemos, e in particolare Pablo Iglesias, videro nella televisione lo strumento per eccellenza di condizionamento e di fabbricazione dei paradigmi attraverso i quali la popolazione pensa; molto più intensa ed effettiva rispetto ai dispositivi di produzione ideologica tradizionali quali la famiglia, scuola e religione: «Podemos ha basado su modelo de difusión en ofrecer contenidos valiosos por sí mismos que no necesitan el filtro de la prensa ni la inserción en un espacio publicitario para ser consumidos. Su acierto fue apostar por la creación de contenidos propios, pensar y actuar como un medio de comunicación con una estrategia que hoy es seguida por muchas grandes marcas» (p. 125).

Inizialmente i programmi adoperati furono La Tuerka e Fort Apache, che oltre ad essere emessi in canali tradizionali furono caricati su piattaforme come YouTube. Successivamente si rese necessario il transito verso i canali di comunicazione tradizionali, con un pubblico maggiore. Podemos dimostrò, secondo l’autore, di capire alla perfezione la logica che muoveva i media e, la capacità di creare discorsi e di attirare il pubblico, servì loro per essere presenti costantemente sugli schermi. La presenza di Iglesias garantiva la polemica, e quindi l’attenzione e un puntuale aumento di sintonizzazioni, ottenendo così un beneficio per tutte le parti. In questo modo il volto più mediatico del movimento riusciva a diventare il rappresentante di molte rivendicazioni sociali che sembravano aver rinunciato a scegliere un rappresentante fra i partiti tradizionali. Se la televisione significò la creazione di contenuti, le reti sociali si trasformarono nel loro primo canale di distribuzione degli stessi. In conclusione di questa parte, lo studioso afferma che Podemos è caratterizzata dall’utilizzo della comunicazione come strumento strategico di gestione politica; dalla sua perseveranza e convinzione, essendo riusciti a trasformare le idee e simboli, che fino al loro arrivo erano in disuso, in mode; dall’attenzione verso i minimi dettagli; dalla chiarezza del messaggio da trasmettere in maniera coerente e continua; la partecipazione attiva dei suoi membri e simpatizzanti e l’organizzazione di gruppi di azione.

Il professor Carlos Rico Motos successivamente approccia la proposta politica di Podemos e il modello democratico da loro proposto. In questa parte egli sostiene che il grande impatto avuto dalla formazione nella politica spagnola è stato dovuto in gran parte alla capacità di tradurre il malcontento in una critica, in chiave populista, delle contradizioni della democrazia liberale. La retorica anti-elitaria, dopo i primi tempi, si è scontrata con la prassi dell’impossibilità di effettuare le decisioni attraverso dei meccanismi assembleari: «Superada una etapa de efervescencia inicial, esta tensión ha generado frecuentes contradicciones entre el discurso antielitista y la praxis de Podemos, especialmente en los aspectos más vinculados con la crisis de la representación, como son la concreta relación que deben mantener representación y participación política, la legitimidad de las instituciones o el equilibrio entre verticalidad y horizontalidad en la toma de decisiones» (p. 159). L’ideale normativo del modello partecipativo di Podemos, derivato dalla democrazia partecipativa teorizzata negli anni Settanta da autori vicini alla Nuova Sinistra, risulta nella pratica molto impreciso e difficile da plasmare istituzionalmente in un’alternativa (p. 165). Conclude questo capitolo sostenendo che nulla sia cambiato e che Podemos non abbia creato nei fatti alcuna alternativa.

Nella sesta parte, il professor José Antonio Parejo Fernández, in un lungo capitolo, esamina molto rigorosamente il rischio per la democrazia che rappresenta la formazione viola, analizzando le componenti dell’Andalusia attraverso il loro bagaglio ideologico. Adoperando fonti in linea della formazione di Pablo Iglesias e dati ufficiali dei risultati regionali, estratti da fonti governative, ripercorre le dichiarazioni e risultati della formazione politica.

Il settimo capitolo, per quanto apparentemente severo e duro nell’analisi e nelle conclusioni, dimostra una profonda conoscenza degli autori trattati. La meticolosità dell’approccio, assieme all’abbondante bibliografia adoperata, rendono il saggio molto argomentato e chiaro. Secondo il professore Pedro Fraile Balbín la retorica economica di Podemos si ispira ai principi basilari del leninismo, che si declina in tre punti essenziali: «la negación de la escasez como punto de arranque del análisis, la visión del dominio internacional por grandes grupos de poder y la creencia en el dominio financiero sobre el resto de la economía […] La llave del progreso material no está tanto en aumentar el producto sino en rescatarlo de las manos de una oligarquía financiera que se ha organizado en estructuras supranacionales poderosas» (p. 250).

Secondo l’autore, il pessimismo economico forma parte di una lunga tradizione intellettuale della sinistra, basata sulla fallacia hegeliana del determinismo geografico, che successivamente fu fatta propria da tutti i regeneracionistas, in maggior misura da quelli spagnoli. Fu poi trasmesso in tutte le facoltà spagnole, tra le quali vi erano quelle dove nacque Podemos. Il populismo aggiunge poi, più recentemente, il concetto di un popolo che si consegna a dei capi affinché li liberino (p. 253). Dopo un’analisi dei perché, si può parlare di una Nep podemita afferma che il mercantilismo neo-leninista giunge alle stesse conclusioni cui arrivò il primo franchismo riguardo l’industria spagnola.

Nella penultima parte il professore Jorge del Palacio Martín studia il tipo di discorso politico di Podemos e si chiede se possa ascriversi al filone dei populismi. Per raggiungere una risposta parte dall’analisi degli interventi politici, giornalistici e accademici dei dirigenti e ideologi del partito dove si rende visibile una cultura politica di fondo, non esplicitata nei programmi elettorali. Il caso ivi studiato di superamento dell’asse sinistra-destra è, secondo lo studioso, ben più problematico di quello di altri partiti populisti come Syriza o il Movimento Cinque Stelle. In aggiunta, si può individuare nella coalizione elettorale stretta con Izquierda Unida nel 2016 un chiaro segnale di abbandono della retorica del superamento dell’asse destra-sinistra (p. 272). Conclude questa parte asserendo che il discorso di Podemos va oltre il semplice populismo, non esaurendosi nell’appello popolo contro élite.

L’ultimo capitolo, con il quale Álvarez Tardío conclude il testo, verte su una attuale preoccupazione storiografica: le relazioni e interconnessioni fra storia e memoria. Il professore si chiede perché un importante partito, giunto con forza e che fino a poco tempo fa aveva negato le differenze tra destra e sinistra sia tornato a sostenere la dialettica della vecchia sinistra spagnola. Come altri partiti anche Podemos ha dovuto spiegare le ragioni della sua discesa in campo appellandosi al passato. Essi non riconoscono la validità del patto sociale e politico del 1978 e accusano i partiti dell’epoca di avere tradito i perseguitati dal franchismo. Per questa visione la transizione verso la democrazia non poteva essere il prodotto di lunghi negoziati e di un comune accordo, la si doveva spiegare dall’alto verso il basso, come se di un’imposizione si trattasse. «Esto último es lo que explica la importancia que tiene para la “narrativa” de Podemos el hecho de vincular el desmontaje de la “versión oficial” de la Transición con la cruzada de la “memoria histórica”. Tanto los años setenta como los treinta deben ir de la mano» (p. 317). Conclude Álvarez Tardío sostenendo che questa “crociata” della memoria è essenziale per associarsi alle rivendicazioni dell’antifascismo come simbolo del partito in contrapposizione ad un Psoe traditore e decadente (p. 332).

Il volume si pone dunque come un indispensabile strumento per lo studio del fenomeno politico rappresentato da Podemos. L’abbondante bibliografia, caratteristica comune in tutti i contributi, fornisce al lettore, profano o esperto della materia che sia, un importante testo da tenere in conto per ulteriori ricerche sul tema. Il partito in questi anni ha proseguito la sua evoluzione, ponendo nuovi quesiti e vie di ricerca da affrontare. L’approccio critico e l’impostazione metodologica serviranno certamente come trampolino di lancio per le future ricerche.

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