Katiuscia Vammacigna, nata e cresciuta a Brindisi, si laurea in Filosofia a Lecce, specializzandosi a Parma, dove insegna per diversi anni. Tornata a Brindisi, si dedica a passioni quali scrittura, teatro, filosofia. Frequenta corsi di scrittura creativa e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 2018 si classifica seconda nel concorso letterario Verso l’altro, promosso dall’associazione Jonathan di Brindisi, con il racconto La mia terra non ha nome. Sempre nel 2018 riceve una menzione di merito per il Premio Letterario Nazionale Città di Mesagne con il racconto Odore di salsedine su Tunisi. Si definisce ironica, appassionata e curiosa di indagare ancora sè stessa e il mondo attraverso la scrittura.

Recensione a
A. Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo. L’Albania di Enver Hoxha
Besa Muci Editore, Nardò (LE) 2019, pp. 150, €15.00.

Gaetano Giammacco nella Prefazione al libro di Amik Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo. L’Albania di Enver Hoxha, sottolinea come l’autore intenda far comprendere ai lettori, gli anni «vissuti senza pane, senza cultura, senza religione, senza libertà, senza identità» (p. 8), dal popolo albanese, sotto la dittatura comunista. Amik Kasoruho, autore e traduttore albanese, ha vissuto sulla pelle tutti quei senza: arrestato nel 1949 e incarcerato per sette anni, rimase anche senza padre, ucciso dal regime. Egli non ha potuto nè pubblicare né tradurre, e solo alla fine del regime, ha raccontato la storia di quell’incubo durato mezzo secolo. E ha deciso di farlo, anche attraverso la vita di colui che ne fu l’artefice: Enver Hoxha. Nato ad Argirocastro, Enver frequentò il liceo francese di Korça, ricevendo un’educazione occidentale. Conosceva il francese, l’italiano e studiava il russo. Aveva vissuto una giovinezza mondana e come sottolinea l’autore, la «sua esperienza di giocatore di poker gli aveva affinato la capacità di bluffare» (p. 98). Unico figlio maschio, «i genitori erano gente […] onesta» (p. 41); il padre non approvò la sua adesione al comunismo. Hoxha, infatti, durante la seconda guerra mondiale, aveva aderito al movimento comunista nella lotta del Fronte antifascista di liberazione nazionale (Faln). Dopo la liberazione dall’occupazione fascista, nel 1944, il Congresso del FALN annunciò la nascita del nuovo stato albanese, abrogando la forma monarchica e proclamando Hoxha capo del governo provvisorio. Kasoruho ci mostra un’Albania che, a guerra finita, riflette i problemi degli stati europei: non ci sono strade né energia elettrica. Le campagne sono devastate e pane e farina sono beni preziosi. Dopo secoli di dominio turco, permangono rapporti sociali feudali. L’economia si basa su agricoltura, allevamento, artigianato. Manca uno sviluppo industriale. Ma, il nascente stato comunista rifiuta il piano Marshall, considerato «manovra imperialista» (p. 63).

Nella linea di demarcazione tra Est ed Ovest, tracciata in Germania, l’Albania di Hoxha sceglie di stare ad Est, determinando il suo destino. Hoxha inserì l’Albania nella sfera d’influenza panslava: la stessa creazione del Partito comunista nel 1941, era stata guidata dai comunisti di Tito. Dimenticando gli insegnamenti dei padri del Risorgimento albanese, l’Albania per mezzo secolo fu dominata da quello che l’autore non definisce un partito, ma «un incubo che salì al potere […], una rinnovata Inquisizione» (p. 34). Hoxha, fu artefice anche del dramma del Kossovo, quando, nel 1944, lo «cedette […] alla Jugoslavia, lasciando i kossovari alla mercé del genocidio serbo» (p. 37). Inoltre, «nelle sue mani era concentrato il monopolio della verità» (p. 22). Tutto ciò che era contrario alla sua verità era messo all’Indice. Fu avviata «la revisione […] dei registri catastali» (ibid.). In ogni biblioteca pubblica fu rifatto l’inventario e fu sequestrato l’oro ai cittadini albanesi.

Kasoruho guida il lettore nell’odissea del suo popolo e descrive come la rottura con la Jugoslavia nel 1948, prepara l’ingresso al nuovo fratello maggiore, «il grande Stalin» (p. 28) e a un’ondata di terrore politico contro i nemici del partito. Migliaia di persone furono arrestate. Bedeni, Maliqui, Vlashuku, «furono i Dachau e i Mathausen dell’Albania comunista» (p. 79). Kasoruho, che ha vissuto questi anni di persecuzione, censura e detenzione, spiega ai lettori come «la spugna e la scure» enveriana colpì artisti, uomini di Chiesa, intellettuali e dissidenti, attraverso tribunali militari e ad un corpo di polizia con funzioni repressive, precursore del Sigurimi. La storia dell’Albania fu riscritta sul modello sovietico: fu avviata la statalizzazione della finanza, confiscata l’industria privata, i grandi latifondi. La parola kulaki, che indicava il contadino ricco, indicava ora i nemici del popolo o i reazionari, appellativo che decretava la condanna alla morte civile. «Nessun membro della sua famiglia poteva trovare lavoro […]; nessuno dei suoi figli poteva proseguire gli studi oltre le elementari» (p. 87). Chi non possedeva la tessera era isolato socialmente. E come fa notare l’autore, da questa contro-riforma, non fu esclusa la scuola. Furono chiuse le scuole private e religiose. Dai programmi furono eliminati greco antico, latino, filosofia, religione. La storia diventò storia del Partito comunista sovietico e albanese e del marxismo-leninismo. Fu omessa la storia dello stato albanese indipendente e del governo democratico di Fan Noli.

In Albania, «il socialismo […] mirava a cambiare la psiche della gente, il comportamento sociale» (p. 96), così come la cultura e lo spirito. La scure enveriana colpì anche la letteratura straniera: gli autori che non rientravano nell’etica socialista erano reazionari. «La filosofia venne ridotta all’economia politica di Marx (…). Era vietato nominare Freud, Nietzsche […]. Esisteva solo Lenin» (p. 103). L’opera di Maria Montessori era sconosciuta. I nomi stranieri erano banditi, ad eccezione di quelli russi. Nel 1951 un attentato contro l’ambasciata sovietica segnò una «scintilla di libertà» (p. 107) che non ebbe lunga vita e decretò l’avvio di un ennesimo terrore rosso. I dissidenti furono perseguiti e uccisi e uno slogan ribadì che il partito era «il cuore e la mente del popolo» (p. 108). Di contro all’odissea albanese, l’autore ci mostra la vita paradisiaca della nuova casta governante, con uno stile di vita «basato su privilegi sultanici» (p. 71).

Hoxha aveva posto la sua residenza in una villa nel quartiere Nuova Tirana. Le abitazioni vicine furono destinate alle famiglie dei membri del Partito. Sorse il quartiere comunista, denominato il Blocco, sul quale il dissidente Mitro Çela ebbe a dire che «così come Lenin aveva dimostrato che il comunismo poteva trionfare in un paese solo, Enver Hoxha dimostrò che si poteva costruire la società comunista in un quartiere solo» (p. 75). La rottura dell’idillio filosovietico nel 1960, consegna l’Albania nelle braccia del nuovo «timoniere Mao Tse Tung, […] ora portavoce della lotta contro la tigre di carta imperialista […]. I tung-se (compagni) cinesi presero il posto dei tovarisc sovietici» (p. 119). Il nuovo terrore mao-enverista si abbatté sull’Albania e, in una sorta di ostracismo post-moderno, i cittadini potevano denunciare i propri vicini come reazionari, attraverso i fogli d’inchiesta, un marchio a vita sul denunciato e sulla sua famiglia.

Nel 1967 Hoxha avviò la confisca di chiese e moschee. L’indottrinamento doveva passare anche attraverso la musica. Ai giovani era concesso di cantare e ascoltare solo canzoni albanesi che esaltassero il Partito. Ascoltare una canzone straniera prevedeva la denuncia o l’arresto. Seguire la moda «era una trappola della borghesia internazionale; i capelli lunghi un segno di degenerazione, il jazz e il rock, tentazione imperialista» (p. 142). L’Albania doveva vivere anche senza speranza. Negli anni Settanta l’industria non decollava e nei mercati interni mancava ogni merce. Gli stipendi degli albanesi erano bassi. In questi stessi anni il popolo albanese cominciava a formarsi una nuova coscienza politica, «pur limitandosi a borbottare» (p. 31). Fu solo con la morte di Hoxha nel 1985 e la prima grande manifestazione studentesca del 1991, che quel borbottio diventò un urlo consapevole che sancì l’avvio del processo democratico. Dopo lo strappo e il dolore era giunto il momento di ricucire la ferita, ristabilendo un equilibrio sociale, morale, spirituale. Il popolo albanese era finalmente libero da quell’incubo durato mezzo secolo. Adesso bisognava riappropriarsi della dignità e della libertà. La storia dell’Albania senza regime era appena cominciata.

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