Gianfranco Andorno (1937), da bambino ha vissuto a Genova i tragici eventi della guerra, che ricorda intensamente. Giovanissimo vanta articoli su “Il Borghese” di Leo Longanesi. Conserva una lettera di Gianna Preda che si complimenta e lo incoraggia.  Poi si adegua ai dettami delle avanguardie e partecipa al “funerale” della parola scritta. Opta per le immagini che ritiene più immediate: la fotografia (Popular Photografy ecc.) e la pittura (Flash Art). Mostre a Milano 1998, Art Innsbruck 1999. Infine, ha un ripensamento e ritorna alla scrittura. Con il primo libro Le stagioni dell’inganno raccoglie il Fiorino d’Oro a Firenze. Altri libri premiati: Prima che il buio(Cinque Terre Golfo dei Poeti); Il falò dell’io (terzo premio Lord Byron Porto Venere 2022). Il suo slogan è: “Scrivo storie che non sono storie”.

 

Curt Erich Suckert nasce il 9 giugno 1898 a Prato. Nel 1914, sedicenne, fugge dal collegio Cicognini, falsifica i documenti e si arruola volontario nell’esercito francese. Combatte alle dipendenze di Peppino Garibaldi, nipote dell’eroe dei mille. È la Legione Garibaldina, inquadrata nella Legione Straniera e opera nelle Argonne. Avvengono due battaglie cruente con molte perdite tra le quali due fratelli dello stesso Garibaldi. A metà marzo del ’15 la legione viene sciolta. Per un’azione coraggiosa Curt Erich riceve una medaglia di bronzo; ritorna a casa e riprende a studiare.
L’Italia entra in guerra, nel maggio e lui a diciassette si arruola nel Regio Esercito, arriverà al grado di Tenente. Combatte sul fronte del Carso e sul Monte San Michele. Nel luglio del 1918 a Bligny respira i gas asfissianti, danneggia gravemente i polmoni. Riceve la Croce di Guerra al valor militare. Nel 1925 adotterà il nome Curzio Malaparte.
Ernst Jünger nasce il 29 marzo 1895 a Heidelberg, Germania. Nella prima giovinezza non è uno studente modello, a scuola profitti scarsi. Manifesta un carattere ribelle alla disciplina imposta. Nel 1913, 18 anni, fugge e si arruola nella Legione Straniera. È destinato all’Algeria ma il padre riesce a riportarlo a casa. Si rimette a studiare e consegue un diploma. Scoppia la guerra! Primo giorno, 1° agosto 1914 lui è già arruolato nei Fucilieri del Principe Alberto di Prussia. Località fronte occidentale. È un valoroso ufficiale delle truppe d’assalto, viene ferito 14 volte. Trova e si immedesima in quella vita viva, in contrasto con quella mortificante e borghese di prima. Esprime un coraggio eccezionale, gli danno la più alta onorificenza, la Blue Max.
Curt ed Ernst fuggono entrambi dall’ambiente benestante e conformista. Il primo per fame di fama, il secondo per vedere l’ecce homo nudo. Giovanissimi frequentano una scuola spietata, feroce: la guerra. I bocciati sono già sottoterra, tumulati nelle sordide trincee. Loro due non si incontreranno mai ma sono l’uno contro l’altro a Bligny. Dove i morti giocano a carte, secondo la poesia di Malaparte. I fanti… “hanno il viso color della terra e le mani bucate dai chiodi… Ridon con le bocche piene di fango.” Condividono il fango e il sangue, l’anima no, l’anima è altrove.
È la seconda battaglia della Marna. Effluvi dolciastri ammorbano l’aria, è l’iprite il gas mostarda, inebetisce e dona la morte. L’acqua del fiume Ardre è velenosa, le fronde degli alberi trattengono e poi rispargono quei respiri maligni. Lo stormire è un bocca-bocca che strangola. I francesi e gli italiani adottano la difesa elastica, quella usata a Canne da Annibale contro i romani. In quel marasma si fronteggiano il guerriero del fango, Curzio, e il guerriero dell’acciaio, Ernst. Si impregnano di quegli umori, sono testimoni accaniti del martirio di quei poveri cristi protagonisti nei loro libri. C’è Il loro confronto con la civiltà che traballa, ognuno con il suo bagaglio di convinzioni. Le Sturmtruppen sono respinte. Il generale Ludendorff futuro suggeritore di Hitler perde 30.000 dei suoi soldati, fatti prigionieri, e ingenti materiali. Negli anni a seguire Curzio ed Ernst si leggeranno con interesse.

I due apprendisti guerrieri cosa chiedono alla guerra, cosa pretendono da lei? Non può essere solo spirito d’avventura, sono intellettuali. Scorgiamo nelle motivazioni, seppure confuse, un miscuglio apprezzabile: il furto di quei caratteri che implodono, l’ideologia e l’esplorazione di sé. Jünger è intriso di superomismo e affascinato dal pericolo. Nietzsche ha seminato bene. Malaparte un narciso, disposto a imbrattarsi le mani. E lo farà sovente nella sua vita! Malaparte e Jünger incontrano la morte. Che ne sanno? A scuola hanno fantasticato sulla “kalos thanatos” degli eroi omerici. Un incanto. Qui c’è il corpo che puzza, qui la morte è stracciona e maledetta. Come la vedono? C’è il duello tra il realismo cinico di Curzio e il realismo eroico di Ernst. Il primo: “I soldati morti sono gonfi, neri, con la bocca aperta. Hanno l’aria di ridere di noi che siamo vivi.” Commento ironico, polemico. Ma anche: “La morte, questo gran mistero che gli si era aperto dinanzi come una meravigliosa profondità occhiuta di stelle.” Il secondo: “Uno aveva il cranio spaccato, il cervello appariva come una massa di gelatina rosa su cui le mosche ronzavano.” Descrizione asettica, da congelatore. Loro sono preservati, sono invulnerabili malgrado le ferite perché dovranno raccontare. Malaparte la sua disperazione acerba, mascherata dall’esaltazione, la riversa in “Viva Caporetto!”. Il libro esce nel 1921 a Prato e ha un cammino tribolato. Il titolo sembra inneggiare alla disfatta e l’autore ha apposto il cognome tedesco, da nemico! Un’ignobile offesa. Viene censurato e requisito. Lo rimaneggia e lo ripubblica nel 1923 con il titolo: “La rivolta dei santi maledetti”. Non basta. Sarà sequestrato da tre governi: Giolitti, Bonomi, Mussolini. Il fulcro è la rotta di Caporetto e il Generale Cadorna che ha addossato tutta la colpa ai soldati. Nel suo comunicato: “Vigliaccamente arresisi al nemico senza combattere”. Ma perché i cannoni non hanno sparato a contrastare l’attacco austro-tedesco? Lo schieramento era maldisposto. Il colpevole è Pietro Badoglio eppure farà una gran carriera.

Per Malaparte il fenomeno Caporetto è una rivoluzione, la rivolta sociale dei fanti. Nei fanti vede i sanculotti che assaltano la Bastiglia. “… i laceri, i sudici, i buffi e miserabili soldati di fanteria morti a migliaia senza capire e farsi capire.” Sono loro i santi maledetti! Caporetto: trecentomila prigionieri e trecentocinquantamila sbandati. Questi: “La guerra è finita! Ritorniamo a casa,” e gettano i fucili. Malaparte esalta i disertori come un proletariato, una massa di contadini perlopiù analfabeta che si ribella a una autorità incompetente, ai generali che mandano a un massacro inutile. Nel 1920 esce il libro di Jünger Nelle tempeste d’acciaio, la sua esperienza di guerra. E questa ha una componente di erotismo, quasi un’amante di lui misogino. Esagerato? Forse. Ma non c’è il piagnisteo di Remarque, tedesco come lui. Un diario di guerra che colpisce per la sua crudezza e l’assenza di retorica morale. E il fante, lo stesso commiserato da Malaparte è un mito. È l’operaio della morte. Invece di essere in officina è in trincea e lavora con zelo, è alacre nell’uccidere. Deve produrre tanta… morte. La tempesta d’acciaio forgia un nuovo tipo di uomo: l’operaio-soldato. Il commento e l’obiezione di Fabiansson: “Jünger raffigura un uomo che abita la modernità tecnica e distruttiva senza rifugiarsi nel vittimismo. Questo rende il testo affascinante ma anche pericoloso, perché rischia di legittimare la violenza come strumento di autorealizzazione.” Serra li accomuna: ”I due autori, coetanei, mostrano la stessa ingenuità o castità di fondo di fronte all’esistenza, la stessa ripugnanza nei confronti delle retrovie.” Malaparte e Jünger hanno una corazza di latta perché nei loro libri c’è poesia. Il sentimento perfora l’indifferenza. Fanno poesia, hanno bisogno di poesia. Malaparte cerca la bellezza nello sfacelo totale, Jünger ha lampi lirici. Una poesia esistenziale necessaria che squarcia l’angoscia, che avvolge il teatro assurdo e tragico. Malaparte: “Nelle notti luminose, dalla fossa profonda incancrenita di viventi e di morti, egli alzava invano gli occhi a scrutare il mistero inumano delle costellazioni.” Jünger: “Sui bordi dei crateri crescevano folte erbe selvatiche e fiori trasformando un campo di sterminio in un giardino incolto e terribile.” La rifiuta e la compone: “Un’allodola si alzò in volo proprio mentre iniziava lo sbarramento d’artiglieria…”

Negli anni 1943/44 Jünger è ufficiale nella Parigi occupata. Stringe amicizia intensa con la scrittrice Banine che pubblicherà il libro: Incontri con Ernst Jünger. Incontra Céline, è curioso di quel satrapo bizzarro, estroso. Lo trova consumato dall’odio. Il dialogo un delirio di invettive antisemite che lui non approva. È schifato dalla sua ossessione. Vede in lui l’aspetto osceno della guerra, è il nichilismo fatto carne. Scrive che i suoi occhi avevano una luce inquietante, funesta. Continuava a ripetere sono nel vestibolo e alludeva agli ebrei. Jünger viene a conoscenza del prossimo attentato a Hitler, l’operazione Valchiria, non partecipa. Il tentativo fallisce, c’è la vendetta. Gli amici Stülpnagel e Hofacker vengono impiccati. Lui viene giudicato indegno del servizio militare e congedato con disonore. Si salva ma gli viene applicata la legge: sui figli ricadono le colpe dei padri. Ernstel, suo primogenito, è arrestato dalla Gestapo e come grazia spedito al fronte. Il 29 novembre 1944 alle Cave di Marmo di Carrara in uno scontro muore, aveva 18 anni. Un dolore immenso per il padre. Malaparte è un rampante. Nel 1929 è il direttore de La Stampa, palesa il suo entusiasmo per la rivoluzione russa e crea malumori. Si gioca il posto. Ha una relazione con Virginia Bourbon del Monte, la vedova di Edoardo Agnelli decapitato dalle pale di un idrovolante. Fissano il matrimonio ma il Senatore Giovanni Agnelli è fortemente contrario. Teme che Malaparte, lo reputa anarchico, diventi il padrone della Fiat. Malaparte calunnia Balbo, ecco un bel vulnus! Viene espulso dal partito fascista, condannato a cinque anni di confino. Il damerino è esautorato. Nel 1945 Virginia muore in un incidente d’auto e c’è la suggestione che andasse da Malaparte. Curzio Malaparte sarà un voltagabbana non per tornaconto ma è il suo bisogno di spaziare. È un paria senza culla, senza cuccia, un esule seriale. Entra nelle enclavi di potere, non trova quanto spera, se ne va. Ma come saluto gli sputa contro il suo veleno, quasi fosse uno scorpione. Lo ammiriamo per la sua genialità e poi lo becchiamo a fare cose ignobili. A testimoniare, mendace, al processo Matteotti a favore di Dumini, l’accusato. Sembra agire contro se stesso, provar piacere a lordarsi. Gratuitamente. Nel suo vissuto c’è anche una ragazzotta californiana che si uccide per lui, cinquantenne, e lo saluta con: “But I loved you, damned!” Una storia d’amore gestita male.

Nel 1977 Jünger completa l’evoluzione del suo pensiero. Evoluzione da lavoratore che produce a ribelle, passaggio al bosco della libertà, anarca. L’anarca domina se stesso, è autonomo. Non prende sul serio il mondo e i poteri, è oltre l’ideologia e lo stato. Sombart immagina Jünger in una campana di vetro aristocratica, alieno al mondo borghese. Per Schwilk è nella resistenza conservatrice, lontano dal plebeismo nazista. Ed è un sismografo che raccoglie i cambiamenti storici.
Malaparte ritorna dalla Cina gravemente malato, sarà accertato un carcinoma polmonare. Muore nel 1957 a 59 anni. Il thriller di una tessera del PCI scomparsa che ricomparirà trent’anni dopo. Togliatti e Fanfani si disputano il suo assenso politico, si contendono quel corpo emaciato. La carne è scomparsa, sbranata dal male, è rimasta la pelle come nel suo libro. Agonia lunga e penosa con l’aiuto di morfina e ossigeno. Suor Carmelita lo assiste proficuamente e padre Rotondi annuncia la sua conversione. Il male prova rispetto e salva il viso, un bel volto altero, da moneta. L’Italia si sdebiterà con un francobollo al centenario.

Jünger è condannato a una lunga vecchiaia, muore nel 1998 a 102 anni. Nel 1986 è a Kuala Lumpur per vedere la cometa di Halley per la seconda volta. Quando il tuo tempo muore sopravvivi come un animale impagliato, appeso al muro in offerta agli sguardi pietosi e di sufficienza. Jünger raccoglie insetti, ha un grande assortimento di coleotteri, è un entomologo. Colleziona clessidre. Sperimenta LSD, le sue visioni. Per Campbell è il “viaggio dell’eroe” nel deserto del nichilismo contemporaneo. Risiede a Wilflingen nella casa forestale dei baroni von Stauffenberg. Vita spartana e lunghe passeggiate, asceta quanto un monaco laico. Si concede poco ai raduni di veterani e reduci. Per gli ex Wehrmacht è un mito, per gli irriducibili (Stille Hilfe o al Naumann-Kreis) è un traditore. Malaparte è vinto dal corpo, Jünger dal tempo. Una giovinezza di guerra, hanno descritto un’epoca che sembrava del fare. L’agonia di Malaparte e la vecchiaia di Jünger sono la fine di una generazione e con loro la guerra eroismo romantico ormai fiera delle atrocità, realtà industriale di morte.

Jünger sembrava il precursore del nazismo e non ha aderito. Guerri afferma che Malaparte era per un fascismo rosso con l’anima proletaria. Propugnava la rivoluzione permanente parafrasando Trotsky. Ed è stato cacciato. Questi due profeti disattesi sono stati derubati delle ideologie? Il nazismo catturò l’estetica guerriera di Jünger e la trasformò in propaganda razziale e militarismo senza etica. Il fascismo divenne un regime burocratico e alleato della borghesia. La colpa di Malaparte e Jünger è aver dato il vento ai mulini dei nuovi regimi. Governi che cercavano il consenso delle masse e quindi incompatibili con Malaparte e Jünger elitari e individualisti. L’uno troppo libero, l’altro troppo nobile. Jünger: “I regimi totalitari sono formiche giganti che non possono capire la libertà del singolo.” Malaparte:” Per l’uomo libero la prima necessità è quella di non avere padroni.”

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