Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a: M. Gibson, Le prigioni italiane nell’Italia del positivismo (1861-1914), Viella, Roma 2022, pp. 368, € 32,00.

Questo nuovo lavoro di Mary Gibson – storica statunitense di cui i lettori ricorderanno probabilmente i libri sulla storia della prostituzione e sulla criminologia lombrosiana in Italia – è dedicato a alla storia dell’evoluzione del sistema carcerario italiano all’indomani dell’Unità e fino alla prima guerra mondiale. In particolare, il volume si concentra in particolare sul caso romano, ricostruendo le diverse tipologie dei luoghi di detenzione e il loro rapporto con la nuova capitale e la sua evoluzione urbanistica, ma, d’altra parte, esso permette di delineare alcuni temi che hanno da sempre contrassegnato il sistema penale italiano, nei suoi rapporti con il potere politico e con il sapere scientifico dominante. Emergono, infatti, chiaramente alcune parole-chiave che contraddistinguono anche oggi il dibattito sul mondo carcerario (sovraffollamento, rieducazione, amnistia, misure alternative ecc.): se ne ricava che, da sempre, le prigioni sono stati luoghi marginali e bisognosi di profonde riforme.

L’Unità nazionale ha dato l’avvio un lento, lentissimo cammino di uniformizzazione delle diverse realtà locali e tale unificazione è avvenuta anzitutto per via amministrativa, in primo luogo grazie all’operato della Direzione generale delle carceri presso il Ministero dell’Interno. L’obiettivo è stato sostanzialmente quello di fare anche delle carceri dei luoghi essenziali per la formazione (o, meglio, la rieducazione) di nuove generazioni di cittadini, tenendo ovviamente però anche in primo piano il bisogno di garantire l’ordine pubblico, specie contro le cosiddette “classi pericolose”. In termini generali, le prigioni italiane si imposero sempre più come luoghi di detenzione per i maschi adulti: la popolazione carceraria femminile, infatti – per non dire di quella minorile – fu stabilmente una quota minima rispetto al numero complesso dei detenuti e, anche per questo, venne ancor di più marginalizzata. Gli sforzi di riforma e di progressiva individualizzazione della pena erano rivolti agli uomini, mentre per le donne la detenzione fu affidata a lungo a ordini religiosi, tanto che si parlò a lungo di «monachismo» dominante nelle carceri femminili.

Durante l’età del positivismo, le donne non erano che una nota in calce all’energico e vasto progetto di costruzione delle prigioni. […] Le donne avevano beneficiato della sostituzione delle pene corporali con la reclusione molto prima degli uomini, ma durante la seconda ondata di riforma [nella secondà metà dell’Ottocento] delle prigioni diventarono invisibili. […] Nella voluminosa letteratura ottocentesca sulla riforma delle prigioni, che include dibattiti parlamentari, trattati giuridici, studi criminologici e riviste di settore, le donne sono raramente menzionate: nel momento in cui lo Stato ripensò il penitenziario come luogo nel quale sviluppare il processo che doveva trasformare i detenuti in cittadini, la riforma delle prigioni si mascolinizzò (p. 141).

Fu soltanto con il sorgere dei movimenti dell’emancipazionismo femminile che si accesero i riflettori sulla condizione di assoluta inadeguatezza della carcerazione delle donne.

Sempre e soltanto per gli uomini, durante l’ultimo quarto dell’Ottocento arrivò un’innovazione importante, forse la più importante, per il sistema carcerario italiano, ovvero la nascita – sempre per via amministrativa – dei manicomi criminali (o giudiziari). Luoghi sorti per ospitare i detenuti che mostravano segni di alienazione mentale (e che era più difficile gestire nelle carceri), divennero anche i luoghi deputati a internare i cosiddetti “folli rei”, ovvero coloro che avevano compiuto fatti considerati reati, ma che erano stati riconosciuti incapaci di intendere. I manicomi criminali (poi noti nel Novecento come ospedali psichiatrici giudiziari) furono comunque sempre meno ospedali che carceri e l’aspetto terapeutico fu sempre trascurabile nella loro organizzazione. Essi furono realmente «prigioni ai margini», finalizzate a custodire, e a tempo indeterminato, gli uomini meno gestibili e più indisciplinati.

Il manicomio criminale […] aveva fatto proprio il moderno principio positivista di individualizzazione della pena, in base al quale la punizione doveva essere adattata al prigioniero. Secondo il modello medico, il criminale pazzo meritava una speciale istituzione ibrida, che combinasse la sicurezza di un penitenziario con il potere curativo dell’ospedale (p. 281).

L’introduzione dei manicomi giudiziari deve molto alla coeva affermazione del positivismo e dell’antropologia crimininale di matrice lombrosiana. Più in generale, il sistema penale e carcerario italiano fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento fu strettamente connesso alla visione della criminalità come degenerazione e malattia sociale da dover, in qualche modo, “curare”. Le prigioni italiane furono a lungo dei veri e propri “laboratori”, dove medici e direttori erano impegnati in studi antropologici e medici e nella collezione di reperti di varia natura (iscrizioni, disegni, autografi ecc.) prodotti dai detenuti, in ciò seguendo sicuramente la linea tracciata dal maestro Lombroso (pensiamo soltanto ai suoi Palimsesti del carcere). Il sapere scientifico (o chiaramente pseudo-scientifico in alcuni casi) fu introdotto direttamente nel mondo carcerario, auspicato e sostenuto da chi, il mondo carcerario, lo governava: così, ad esempio, la celebre “Rivista di Discipline carcerarie”, fondata dall’amministrazione centrale nel 1871, divenne un vero e proprio megafono aperto a quello sforzo diffuso e collettivo compiuto dagli studiosi di svariati campi (dalla psichiatria alla biologia, dall’antropometria all’etnografia). Questo attenzione, in nome della “scienza positiva”, fu poi determinante per arrivare all’affermazione della polizia scientifica:

«Per partecipare al nuovo programma nazionale di “polizia scientifica”, istituito dall’allievo di Lombroso Salvatore Ottolenghi, nelle prigioni furono installate apparecchiature per l’identificazione dei criminali attraverso antropometria, fotografia forense e impronte digitali. Ottolenghi aveva scelto Regina Coeli, fiore all’occhiello delle prigioni italiane, come sede della formazione di sia dei poliziotti che delle guardie. Utilizzando i detenuti come materiale umano vivente, ogni anno teneva corsi sulla classificazione dei criminali in base alle misurazioni biologiche e psicologiche. Le prigioni divennero anche luoghi di raccolta dei “totem” della devianza, che andavano dai preparati anatomici ai manufatti dei detenuti, in seguito trasferiti nei nuovi musei criminologici disseminati in tutta la penisola» (p. 318).

In conclusione, questo studio di Mary Gibson può essere considerato auspicabilmente anche come la base per nuove ricerche sulla storia delle carceri nelle diverse realtà italiane, tenendo, appunto, ben presente questi ed altri elementi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione generale.

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