Antonio Magliulo (1962) è professore ordinario di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze per l'Economia e l'Impresa dell'Università degli Studi di Firenze. Membro della European Society for the History of Economic Thought (ESHET) e della Associazione Italiana per la Storia del pensiero economico (AISPE). Fa parte anche dell’Editorial Board della rivista «History of Economic Thought and Policy». Oltre a numerosi articoli e saggi su riviste nazionali ed internazionali, tra le sue pubblicazioni più recenti: Il pensiero dei padri costituenti: Ezio Vanoni(Il Sole 24 Ore, Milano 2013); Gli economisti e la costruzione dell'Europa(Editrice Apes, Roma 2019); A History of European Economic Thought (Routledge, London 2022).

Il 16 marzo scorso Davide Prosperi, responsabile nazionale del movimento di Comunione e Liberazione, ha inviato a “la Repubblica una lettera-articolo intitolata “Una strada realistica per la pace” che il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha pubblicato col titolo “I padroni della storia”. Qualche giorno dopo, il 27 marzo, Antonio Polito, con un editoriale sul “Corriere della Sera”, ha accusato di neutralismo il movimento fondato da Luigi Giussani. Infine, il 30 marzo sono apparsi, sempre sul “Corriere”, la replica di Prosperi e una chiosa di Polito. Al centro vi è una comune grande preoccupazione: la pace.

In questa breve nota vorrei portare un piccolo contributo al dibattito pubblico avanzando anche una proposta di pace. Ricorderò, primo, la tesi di Prosperi, poi, l’accusa di Polito, quindi, la replica e la chiosa dei due autori e, infine, proverò ad avanzare una proposta che ritengo possa essere utile, anche se, com’è probabile, dovesse restare inascoltata.

La tesi di Prosperi è che oggi l’Europa si trova in un’impasse: il contributo alla pace non può essere né la comune difesa europea pensata da Alcide De Gasperi col Trattato CED (Comunità europea di difesa) del 1954 né il progetto di riarmo nazionale delineato dalla von der Leyen. Non può essere la difesa europea perché il Trattato CED, che prefigurava una Comunità politica per dirigere l’esercito comune, non fu ratificato e anche oggi, solo un’autorità politica potrebbe gestire una difesa europea. Ma non può essere neppure il riarmo nazionale perché così si ricreano le condizioni di un conflitto intraeuropeo per rimuovere le quali i padri fondatori dettero avvio al processo di integrazione europea. L’Europa deve dunque scegliere: se restare fedele alla sua storia e vocazione avanzando una proposta di pace o contribuire ad acuire il conflitto col riarmo nazionale. Scrive Prosperi: “l’Unione deve decidere se essere fedele alla sua vocazione di luogo di incontro, di mediazione e quindi di costruzione della pace, promuovendo la centralità della persona e una cultura della sussidiarietà all’interno dei singoli Paesi, oppure contribuire all’atmosfera conflittuale che sembra prevalere su tutto”.

Secondo Polito, Prosperi cade nell’antica tentazione del neutralismo (titolo dell’articolo). I neutralisti sono free rider e cioè vogliono la pace, ma lasciando ad altri il compito e l’onere di difenderla (leggi America). Prosperi, secondo Polito, cade in un circolo vizioso: De Gasperi voleva la difesa europea per fare l’Unione politica ma siccome non è riuscito a fare l’Unione politica non può esserci neppure l’esercito comune. L’Europa può essere solo un neutrale forum di discussione. Scrive Polito: “Ma se l’Europa di oggi non è quella che voleva De Gasperi, e dunque non merita di avere un suo sistema di difesa, che cosa dev’essere allora, esattamente? Per Prosperi è chiaro: «Un luogo di incontro, uno spazio di dialogo dentro e tra le nazioni, capace di includere tutti gli attori nei diversi scenari con il lavoro paziente della diplomazia». Un forum, insomma; un centro-congressi; una specie di «mini-Onu», però senza neanche il Consiglio di Sicurezza. Un posto dove si chiacchiera di politica internazionale e basta”.

Nella replica Prosperi chiarisce, in modo inequivocabile, di non essere un neutralista. La pace va difesa, ma non col riarmo nazionale bensì nella prospettiva di un’attiva partecipazione dell’Unione Europea all’interno di organismi sovranazionali come la Nato per favorire la distensione e il disarmo e, come supplica Papa Francesco, con una forte azione diplomatica di pace. Scrive Prosperi: «Provo a chiarire un punto che mi pare di puro realismo: predisporre un meccanismo che faciliti il riarmo dei singoli Stati (peraltro a discapito, per esempio, di un sistema di welfare in evidente difficoltà) è contraddittorio rispetto alla prospettiva degasperiana di una difesa comune europea, in quanto rischia di rendere l’Europa ancora meno coesa e di predisporre ulteriori scenari di guerra. Le decisioni assunte recentemente da alcune nazioni sembrano indicare che proprio questa sia la direzione». E ancora: «Non si tratta affatto di essere “neutralisti” o di non porsi il problema di come garantire la sicurezza dei nostri Paesi, ma di guardare a come l’Ue di oggi può far sentire maggiormente la sua voce nelle attività diplomatiche in corso e anche all’interno di quegli enti sovranazionali, come la Nato, con i quali è già coinvolta».

Nella chiosa Polito dichiara di condividere la realistica posizione del Papa: «Considero la posizione di Papa Francesco contro la guerra non solo ovviamente condivisibile, ma anche realistica. Poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, di ritorno dal suo viaggio in Kazakistan, Francesco disse: “Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore per la Patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende ama”». E così conclude: «È proprio così. Chi ama la pace sa difenderla».

È vero, la pace va difesa e c’è un problema di free rider. Non possiamo rinunciare alla difesa comune e non possiamo lasciarne l’onere, principalmente, agli Stati Uniti. Per fare un solo esempio: l’Italia si è impegnata a contribuire al bilancio della Nato in una misura pari al 2% del Pil e oggi vi contribuisce solo per l’1,6%. O esce dalla Nato o rispetta i patti sottoscritti. Ma, come sottolinea Prosperi, il riarmo degli Stati nazionali prepara la guerra e c’è bisogno di una forte iniziativa diplomatica.

Mi permetto allora di rilanciare una proposta già avanzata su questa rivista. L’Unione Europea “autorizzi” solo la spesa militare nazionale strettamente necessaria per rispettare gli impegni sottoscritti in sede Nato: non certo gli 800 miliardi ipotizzati o quelli che si accinge a spendere la Germania. E avvii un processo di integrazione e coordinamento delle forze militari europee.

Polito ha evocato il circolo vizioso in cui sarebbe caduto Prosperi. Anche nella letteratura spesso si considera la posizione di De Gasperi equivalente a quella di Spinelli. Ma non è così. Per Spinelli solo uno Stato europeo avrebbe potuto guidare un esercito comune: prima lo Stato, poi l’esercito. De Gasperi invece, che pure accolse il suggerimento di Spinelli, pensava che fosse possibile, come per la CECA, affidare la gestione dell’esercito ad un’autorità sovranazionale in attesa di creare una vera e democratica Comunità politica. Scriveva Spinelli nel luglio del 1951:

È il Governo, e non il comandante militare, che stabilisce la politica estera, economica, fiscale, e che, in relazione a questa politica, determina quale sforzo militare deve essere fatto, quale deve essere il numero dei soldati, come devono essere adoperati.

Ma dichiarava De Gasperi davanti al Senato l’11 marzo del 1952:

senza dubbio, se in un certo periodo di tempo non nascerà questa autorità politica responsabile su basi democratiche, difficilmente queste istituzioni reggeranno e difficilmente soprattutto avranno lo sviluppo e l’effetto che i promotori stessi si propongono. Ma per fare questo non bisogna abbattere le prime pietre angolari, che sono proprio le istituzioni che si sono create e che hanno trovato la formula concreta dell’attuazione. Ecco perché io dico che se veramente, sinceramente vogliamo la Federazione europea e vogliamo lo sviluppo politico statale, non dobbiamo arrestare la nostra opera dinanzi a questi istituti concreti che possono costituire la base sulla quale questa Federazione si può fondare. Non è esatto che questi istituti possano impedire questo sviluppo, tutt’altro.

L’Unione Europea agisca unitariamente razionalizzando una spesa militare che già oggi, complessivamente, è superiore a quella della Russia. E agisca unitariamente, in sede Nato, per promuovere un processo di distensione e, a livello internazionale, per avanzare una proposta di riassetto geopolitico che includa sia l’Ucraina che la Russia.

Si può fare! Basta volerlo. De Gasperi morì piangendo pensando «all’occasione che passa» della CED. Riteneva che fosse possibile avviare un processo di difesa comune anche in assenza di una compiuta Comunità politica. Allora, nel 1954, non c’erano né il Parlamento né la Commissione né il Consiglio Europeo. Oggi l’Europa dispone di consolidate, anche se imperfette e incompiute, istituzioni politiche e può avviare un progetto di difesa comune che escluda o contenga al mimino il riarmo e può assumere un’iniziativa diplomatica per concorrere al massimo alla distensione e alla pace. Ma occorre volerlo.

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