Antonio Magliulo (1962) è professore ordinario di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze per l'Economia e l'Impresa dell'Università degli Studi di Firenze. Membro della European Society for the History of Economic Thought (ESHET) e della Associazione Italiana per la Storia del pensiero economico (AISPE). Fa parte anche dell’Editorial Board della rivista «History of Economic Thought and Policy». Oltre a numerosi articoli e saggi su riviste nazionali ed internazionali, tra le sue pubblicazioni più recenti: Il pensiero dei padri costituenti: Ezio Vanoni(Il Sole 24 Ore, Milano 2013); Gli economisti e la costruzione dell'Europa(Editrice Apes, Roma 2019); A History of European Economic Thought (Routledge, London 2022).

Giovanni Orsina, in un articolo apparso su La Stampa del 18 settembre scorso (Stati nazione, il vero test per l’Europa), inquadra bene il problema che esamina: la situazione europea. Secondo Orsina, l’Unione europea si trova a metà del guado nella lunga traversata iniziata con l’Atto unico del 1985 e proseguita col Trattato di Maastricht del 1992 ma deve prendere atto che l’altra sponda, quella federalista, non esiste o è irraggiungibile, deve tornare indietro e cercare un altro punto per guadare il fiume.

Il sogno europeista, per Orsina, ruota intorno a quattro cardini: gli Stati nazionali sono troppo deboli per competere sul ring globale, la disunione europea conviene alla Russia e ad altri competitor, l’Unione europea è in crisi per colpa dei nazionalisti, ma dalla crisi, come in passato, può uscire più forte. Le prime due asserzioni, secondo Orsina, sono vere mentre le restanti due sono false e lo sono nel senso che la resistenza degli Stati nazionali deriva dal fatto che la democrazia è stata e potrà essere sperimentata solo a livello nazionale. Scrive: “È vero che, se l’integrazione europea è rimasta a metà del guado, è perché gli Stati non le hanno consentito di giungere sull’altra sponda. Ma la loro resistenza scaturiva da una ragione profonda: le nazioni sono rimaste il luogo della politica e quindi della democrazia”.

Sarebbe dunque sbagliato, e frustrante, reclamare ulteriori cessioni di sovranità nazionale. Occorre prendere atto che la federazione europea è un abbaglio, tornare indietro, ripartire dagli Stati nazionali e sviluppare tra essi una collaborazione su poche ed essenziali questioni: “Oggi non si può che ripartire proprio dai governi nazionali. E se al loro interno ci sono i sovranisti, com’è possibile che accada sempre più spesso, occorre trattare pure con loro. Bisognerà lavorare coi governi disposti a interloquire, con realismo e pazienza, senza accelerazioni ideologiche né utopie federaliste, costruendo i termini di una collaborazione continentale sulle singole questioni concrete che ciascun interlocutore riconosca utile alla luce del proprio interesse nazionale”.

Anch’io, come Orsina, penso che in Europa gli Stati nazionali debbano conservare un ruolo centrale e non potranno mai essere ridotti al rango di regioni. Penso anche che un certo federalismo, quello originario di Spinelli, per esempio, sia una veste giuridica inadatta al corpo sociale europeo. Dissento invece sulla prospettiva delineata da Orsina. Sarebbe un tragico errore disfare l’Unione europea per tornare ad una mera cooperazione tra Stati nazionali. L’Europa ha bisogno di una comune politica estera e di difesa, fiscale e industriale. Queste politiche non possono essere attuate da istituzioni confederali, paralizzate da veti incrociati e da divergenti interessi nazionali. Servono istituzioni federali ma, e questo è il punto, esiste una varietà di federalismi. Quello di Spinelli, che sognava il superamento dei bellicosi Stati nazionali, è solo un modello. L’Europa ne ha scelto un altro fondato sulla centralità degli Stati nazione e sul principio di sussidiarietà che scongiura ogni concentrazione del potere verso l’alto.  Un modello che Robert Schuman, forse il principale architetto della casa comune europea, chiamava Unione sovranazionale e che Jacques Delors definiva Federazione di Stati nazione (quasi un ossimoro). L’Unione sovranazionale, a differenza dello Stato federale, è una unione di popoli e di Stati (e non solo di popoli), ha una base legale fondata su trattati (e non necessariamente su una costituzione), il potere decisionale, e la stessa sovranità, sono condivisi dagli Stati membri e non appartengono soltanto alla federazione, la democrazia risiede in composite istituzioni (e non solo nel Parlamento) da rafforzare e correggere ma non distruggere, da essa si può recedere, come si è visto con la Brexit, senza scatenare guerre di secessione. Insomma, la sponda europea esiste ed è raggiungibile proseguendo lungo la rotta tracciata dai padri fondatori, mentre sarebbe mortalmente pericoloso tornare indietro.

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