L’eredità immateriale di Giovanni Levi

Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
G. Levi, L’eredità immateriale. Carriera di un esorcista nel Piemonte del Seicento
Il Saggiatore, Milano 2020, pp. 248, €24,00.

Ritorna in libreria, grazie a Il Saggiatore, L’eredità immateriale di Giovanni Levi, uno dei testi fondativi nell’affermazione della microstoria in Italia. Non c’è bisogno di dilungarsi molto su questo importante lavoro di ricerca, uscito per la prima volta nel 1985, dedicato a ricostruire la biografia di un modesto sacerdote, nonché esorcista e guaritore, vissuto nella campagna piemontese alla fine del Seicento. Partendo da pochi episodi definiti, ovvero i processi a cui quel prete itinerante fu sottoposto nella diocesi di Torino, Levi ha cercato di ricomporre, appunto microscopicamente potremmo dire, il contesto e le ragioni di una piccola vicenda, ricca di conflitti (di interessi), i cui protagonisti sono stati appunto un uomo (Giovan Battista Chiesa) e un villaggio (Santena).

Dalla introduzione che Levi ha scritto per questa nuova edizione, spicca proprio l’attualità della proposta di un metodo, portata avanti anche con questo volume, durante gli anni Ottanta del secolo scorso: «La microstoria era una proposta di metodo nata appunto all’inizio degli anni ottanta e condotta sulle pagine di una rivista, Quaderni storici, accompagnata da una collana di libri, “Microstorie”, pubblicata da Einaudi fra 1981 e 1991. La proposta era netta: mutando scala di lettura dei documenti, degli oggetti e dei fatti apparivano problemi rilevanti e domande che stavano celati a una lettura dall’alto delle fonti. Parafrasando Robert Musil, si voleva mostrare quante cose importanti accadono quando apparentemente non capita nulla» (p. 9).

La microstoria cerca di avvicinarsi il più possibile agli avvenimenti (anche quando pare che nulla sia accaduto), volendo evitare ogni generalizzazione e dedicandosi, per vocazione potremmo dire, alla vita degli anonimi, di chi non ha lasciato che poche, deboli tracce. In questo senso, Levi oppone questo metodo a quello, oggi assai in voga, della global history, per la quale a contare, invece, sono sostanzialmente gli scambi e le interconnessioni fra mondi diversi. Invero, la frammentazione del reale non potrà mai essere superata e le specificità (politiche, culturali, sociali) del singolo contesto non potranno mai essere liquidate come ostacoli trascurabili.

Senza rifugiarsi in etnocentrismi datati o in nazionalismi di ritorno, occorre saper superare la visione – tutta ideologica – per la quale la globalizzazione capitalistica sarebbe l’unica chiave di lettura possibile della storia. Ecco, dunque, la microstoria, che si propone invece una lettura minuta ed elementare delle fonti, ma senza, per questo, vincolare il proprio sguardo e le proprie interrogazioni soltanto ad eventi minimi, da storia locale. Ciò che conta è far emergere, da ogni contesto al quale ci si applichi, le tensioni, le ambiguità, le dissonanze e, come dicevamo, in primo luogo i conflitti fra gli individui e fra i gruppi sociali in campo. In questo senso, la microstoria sa porre domande generali, partendo da casi concreti, sui quali sono rimaste comunque soltanto tracce parziali e fonti lacunose.

In questo caso Levi ha scavato nella storia di una società contadina di Ancien Régime, intrecciando interessi familiari, credenze religiose, prassi e strategie economiche. Ne esce un quadro assai complesso, in cui equilibri e disequilibri, azioni e reazioni cercano di fronteggiare crisi momentanee e altre strutturali. Questo lavoro di scavo procede dunque prendendo le mosse, per poi ritornarvi, da un processo inquisitoriale contro un sacerdote itinerante che esorcizzava e “guariva” uomini e animali, facendo anzitutto emergere le specifiche concezioni, allora attuali, della malattia e della cura. Dominava allora un diffuso stato di insicurezza collettivo, dovuto sia a ragioni politiche sia ad altre prettamente economiche (pensiamo soltanto al capitolo dedicato al mercato della terra). Ancor più nello specifico, l’obiettivo di Levi è stato quello di far emergere quale fosse quella eredità immateriale che la famiglia di un prete-esorcista e, in particolare, suo padre, un intraprendente notaio e podestà, avevano lasciato in eredità al primo e che egli stesso cercò, a suo modo, di sfruttare, ovvero le relazioni con le famiglie più ricche e influenti della zona. Il padre, infatti, «ne aveva fatto un prete, parroco vicario della stessa comunità, con in mano le redini della vita sociale che fluiva per i canali associativi e morali della vita religiosa; aveva relazione coi Roero, coi Tana; aveva qualche denaro. Ma bastava di fronte alla posizione degli altri sacerdoti delle famiglie santenesi più notabili»? (p. 161).

L’analisi di fonti molto diverse (come, ad esempio, i lasciti testamentari) ha permesso a Levi di ripensare anche il significato che il “religioso” (inteso in senso lato, ma interpretato particolarmente in chiave apocalittica) poteva avere in un contesto assai turbolento come quello nel quale i diversi ceti sociali e i diversi gruppi familiari potevano facilmente innescare in ogni momento una sorta di “microguerre”, per potersi affermare socialmente e politicamente: «L’impressione è che per tutto il periodo qui studiato ogni famiglia di Santena avrebbe avuto dei motivi per preferire che i dispositivi strutturali che organizzavano la vita sociale fossero diversi da quel che erano e che lo status quo fosse accettato quasi come un compromesso in mancanza di meglio: un forte potenziale di cambiamento si nascondeva sotto gerarchie affermate, in parte interiorizzate, irrigidite. Messianismi e miracoli vivono spesso in questo clima ambiguo di tregua e di insoddisfazione, di pace esteriore e di conflitto latente, in cui gli equilibri non hanno mai nulla di definitivo e di stabile» (p. 201).

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