Sandra Santoro insegna greco e latino nei licei a Napoli.

Recensione a
G. Ieranò, Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda
Marsilio, Venezia 2020, pp. 320, €17,00.

La configurazione delle idee nella sua più immediata trasmissione si è sempre avvalsa delle parole, nuclei esplosivi di significati profondi e pullulanti di verità da rivelare, combinate in modo sequenziale per concretare un messaggio o un concetto. Nella sua metamorfosi strutturale sull’asse diacronico, una lingua si offre sempre come spazio infinito da percorrere per intessere una relazione salda con la comunità che ne ha sancito l’uso, un mare insidioso da attraversare per reperire i numerosi relitti che popolano i fondali ancora inesplorati della storia dell’umanità: lo studio di una lingua, dunque, si modella come un gioco di scatole cinesi, abilmente incastrate, che garantisce l’investigazione anche degli universi cronologicamente più distanti. La memoria culturale del popolo italiano è indelebilmente segnata dal patrimonio classico, declinato in tutte le sue espressioni, da quelle artistiche a quelle linguistiche. Opportunamente rivendicato, contro i detrattori delle cosiddette “lingue morte”, è il dialogo inequivocabile tra l’italiano ed il greco antico, che si dipana, principalmente, proprio attraverso le parole. Quella che è stata più volte definita una lingua geniale per la peculiarità della sua struttura, supportata da precise norme fonetiche e da un  altrettanto puntuale sistema di flessione nominale e verbale, apparentemente inaccessibile ai più inesperti, pulsa energicamente e vive nel nostro italiano, ci riguarda, nutre il nostro lessico, la nostra cultura e la caratterizza. Qual è il discrimine da applicare tra la lezione impartitaci dai nostri antenati e la reinvenzione che abbiamo fatto di questa, forzandone corrispondenze con la nostra realtà? È più legittimo parlare di indiscussa eredità classica o di alterità, concependo le differenze tra antico e moderno ed interpretando il pensiero dei nostri padri, opportunamente calato nel contesto che l’ha partorito?

Se si accoglie il principio di alterità come chiave interpretativa del mondo classico rispetto al nostro, tuttavia, secondo Ieranò, ciò non inficia affatto la relazione che si stringe tra loro: da qui l’intento di definire il suo collante, uno studio sul lessico greco, sul suo fluire fortuito attraverso i secoli fino a riecheggiare forte in molte parole di uso comune o settoriale della nostra lingua. Ma quanto restituiscono, poi, nel significato termini di evidente derivazione greca sul piano del significante? Navigando all’interno del macrocosmo lessicale greco, l’autore indugia su esempi afferenti all’ambito dell’anima, del sacro, della cultura, della politica, dei nuovi coni; unica è la sezione destinata a pandemia. Si parte da yuxh/:già attestato in Omero con l’accezione di soffio, indica originariamente il respiro, l’alito della vita che fuoriesce dal corpo,  da cui si separa  per trasmigrare nell’Ade, ove si realizza la sua trasformazione in immagine evanescente ed inconsistente; il morto-fantasma, dunque, nella sua consistenza volatile, che lo associa spesso all’ape e alla farfalla, nell’Aldilà, diviene speculare di se stesso nei movimenti e nella forma;  il campo semantico di yuxh/nell’età arcaica si stringe intorno all’idea di qualcosa di incorporeo che vivifica il corpo, anche se non ingloba ancora l’intrico emotivo e irrazionale. Il passaggio di  yuxh/dal «doppio inconsistente e fantasmatico dell’essere ad essenza immortale dell’uomo» avverrà lentamente, grazie all’Orfismo, al Pitagorismo e a Platone ed Aristotele, fino a dilagare nelle più ardite riflessioni dottrinarie del post-Cristianesimo. Sarà il tempo ad allargare l’orizzonte del termine yuxh/: dalla filosofia e dalla teologia passa alle scienze mediche, insinuandosi nel termine psicologia, psichiatrica, fino al composto psichedelico, molto frequente nel gergo giovanile, nato dalla raffinata associazione di délos (chiaro) e psychè (anima),per rimandare all’alterazione della  volontà cosciente e della sfera senso-percettiva per effetto di sostanze allucinogene. Il caso di   yuxh/diviene, quindi, emblema di un’evoluzione linguistica che qualifica un riuso multiforme ed innovativo di un elemento lessicale che ha vinto sui secoli.

Talora, la reinterpretazione può risultare fuorviante. La parola che identifica il sentimento più

cantato dagli scrittori antichi e moderni, l’amore,e)/rwj, che connota una forza violenta che soggioga l’uomo fino a solleticarne gli istinti, viene riplasmata per alludere ad un costume socialmente riconosciuto e praticato dall’élites aristocratiche greche quale la paiderastia (vincolo erotico tra un adulto ed un fanciullo), discriminata e aspramente punita presso di noi dalla Legge. Mani/a (manìa), su cui si è foggiata la mania intesa oggi sia come condizione patologica di pazzia sia come passione incontrollata per qualcuno o qualcosa, corrisponde ad una possessione divina che agisce dall’esterno e  non sempre  negativamente: anzi, per Platone essa instilla l’ispirazione poetica ed un sentimento d’amore che eleva e migliora lo spirito! Analogamente equivoca, di origine medioevale, è l’identificazione dell’epicureo con l’irreligioso ed il gaudente avvezzo unicamente ai piaceri del corpo e della tavola, trascurando tutto il rigore prescritto, invece, dalla filosofia ellenistica epicurea. Mysterion, àinigna ed òrghia perdono la loro autorevolezza religiosa fino a subire suggestioni semantiche opposte, laiche, o addirittura oscene (si pensi, ad esempio, ad orgia!). Inversamente, a)/ggeloj (ànghelos, messaggero) è fuoriuscito dal contesto della tragedia greca, col ruolo di presentare la narrazione degli eventi al pubblico, per vestirsi di sacralità, a partire dalla  traduzione dei Settanta della Bibbia, ove appare come «creatura spirituale che si fa tramite ed interprete della potenza divina». Così tragwdìi/a (tragedia) deve attendere il Medioevo per cristallizzarsi nella sua accezione moderna, ove pesa l’elemento catastrofico finale. Il linguaggio politico, dal suo canto, ci offre un ampio campionario di vocaboli, tra i quali signoreggia indiscusso dhmokrati/a,già indagato dagli antichi senza alcuno sbocco risolutivo, in merito alla quale l’autore afferma: “Senz’altro ne abbiamo ereditato il nome, ma sul fatto che ne abbiamo ereditato anche la cosa ci sono dubbi più che legittimi; un filo di Arianna congiunge tu/rannoj (tyrannos),che ha che fare con la pirateria, al ritratto del perverso demagogo che seduce il popolo, così come tra bo/mboj(bombos, ronzio) e le bombe degli anarchici del XIX secolo. Ma vi sono anche corrispondenze segnate da distorsioni meno marcate.

La “malinconia” dell’uomo moderno, che si traduce spesso in male di vivere, in tristezza penetrante e talora immotivata, in atteggiamento accidioso e rassegnato, si riconduce etimologicamente alla me/laina xolh/ (mèlaina cholè, bile nera), inizialmente una vera e propria patologia, caratterizzata dai sintomi dell’agitazione e del torpore, provocati da acutezza e sensibilità. Insomma, questa volta l’autenticità dell’originale è stata dolcemente rimodulata e scalfita! Eutanasia (eu)qanasi/a), al centro dei più recenti dibattiti bioetici, è presa a prestito dallo Stoicismo, che contempla la morte buona, la dipartita meditata, austera e volontaria, dalla vita.

Nella sezione dedicata alla filosofia come terapia dell’anima, l’autore spiega il modo in cui si risolverebbe l’incongruenza semantica tra teoria-speculazione intellettuale, dottrina filosofica, e qeori/a (theorìa)-“, «processione sacra inviata all’estero in visita ad un santuario» (p. 56) o la visione di qualcosa, ad esempio, di uno spettacolo. Verosimilmente, la connessione tra il vedere ed il sapere per i greci avrebbe siglato e legittimato tale passaggio. Infine l’autore cala la sua sonda nell’intelaiatura dei nuovi coni: da atomo, utopia, xenofobia, astronauta, telescopio, epidemia a pandemia. Così Anatole France, nel contrastare il pregiudizio antisemita connesso alla vicenda dell’Affaire Dreyfus, inventa xenofobo (da ce/noj + fobh/, xenos e fobè, straniero e paura) per denunciare un fenomeno sociale che alimenterà i più grandi episodi di razzismo della storia mondiale; allo stesso secolo si ascrive la comparsa di ecologia, quando lo scienziato ultranazionalista prussiano Ernst Haeckel (1834-1922), nei suoi studi a sostegno dell’evoluzionismo darwiniano, ritiene l’ambiente fondante l’evoluzione delle specie viventi; anche se la cosiddetta civiltà del logos aveva mostrato interesse per il rapporto uomo- natura, «arruolare i greci come padri nobili della moderna sensibilità ecologica forse è un po’ azzardato» (p. 191). Che non si sia potuto fare a meno, in nessun’epoca, del prisma multifunzionale del greco lo dimostra, ancora una volta, il lessico specialistico ottocentesco che rigenera “epidemia” (da e)pidh/mioj, epidèmios), un morbo circoscritto ad un dato territorio, nozione mancante, però, del rischio del contagio. Pandemia, vocabolo più quotato del 2020, tributa il suo riconoscimento a Platone che, nelle Leggi, lo connette al popolo tutto, comprese donne e bambini, partecipe delle azioni militari.

Con tono divulgativo ed accattivante Ieranò intraprende un vero e proprio excursus etimologico-semantico-storico, fino a scavare nel ventre fecondo del greco antico con la perizia dello storico e, al contempo, del filologo (inteso nella sua accezione originaria di amante delle parole!),servendosi delle più svariate fonti, dai lessici antichi, alle testimonianze storiografiche, filosofiche, letterarie e iconografiche; lo studio dimostra quanto fosse dinamico l’assetto della lingua dei nostri padri e quanto essa abbia rifiutato di morire, strappandosi al vento ed unendosi tramite un foedus imperituro alla lingua che ne vanta, nella sua architettura e nelle valenze informative, la derivazione. Un libro, dunque, nonostante alcuni momenti occupati da riflessioni “tecniche”, agile, accessibile a tutti gli appassionati, a tutti coloro che desiderano scoprire la trama intrecciata dell’italiano, scorgendone i fili che lo annodano al greco.

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