Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
S. Ercolani, La tratta delle bianche in Italia e in Gran Bretagna. Dall’associazionismo alla Società delle Nazioni (1885-1946)
il Mulino, Bologna 2022, pp. 288, € 24,00.

Fra l’ultimo quarto dell’Ottocento e la prima metà del secolo successivo, il dibattito pubblico nei maggiori paesi fu contrassegnato da una vera e propria crociata: quella contro l’autentica schiavitù moderna, la cosiddetta “tratta delle bianche”, un fenomeno tanto complesso quanto, per certi versi, sfuggente e la cui stessa definizione non può essere data per scontata:

Fino ad ora la tratta delle bianche è stata definita come un traffico di donne e minori destinate alla prostituzione, tuttavia a conclusione della presente ricerca si ritiene che tale definizione non sia esaustiva e che sottovaluti l’importanza di molte delle peculiarità del fenomeno. A seguito dell’analisi delle fonti, si ritiene pertanto preferibile definire come tratta delle bianche il traffico di donne e minori destinate alla schiavitù sessuale o di quelle migranti, convinte a lasciare il loro paese d’origine per migliorare la loro condizione lavorativa e che invece diventavano oggetto di sfruttamento di manodopera, che, secondo i volontari, sarebbe poi confluito nel mercato della prostituzione (p. 268).

Questo volume, firmato da Sara Ercolani, ricostruisce le modalità in cui, prima in Gran Bretanga (vero modello in questo campo) e poi nelle altre nazioni, si lottò contro una piaga che corrompva tanto le singole persone quanto la società nel suo complesso. Filantropi, giuristi, diplomatici sono dunque i protagonisti di questa storia ed è appunto sia sul versante “umanitario” (religioso e laico) sia su quello della penalità che si sono incontrate e scontrate prospettive e ambizioni diverse o apertamente confliggenti. Era proprio necessario, ad esempio, sposare la causa abolizionista, proponendosi di vietare le case di tolleranza, per combattere la tratta?

Ecco che anche proprio su problemi come questo si è via via delineata la posizione italiana ed è anzitutto interessante sottolineare come, a differenza che nel Regno Unito, nel nostro Paese la campagna contro lo sfruttamento della prostituzione (e contro la prostituzione legalizzata in generale) non abbia mai davvero riscosso un vero consenso popolare. Infatti, le “case chiuse” sono state qui da noi giudicate a lungo (e da alcuni ancora oggi) come un male necessario per evitarne di peggiori e utilizzate, almeno a parole, come strumenti profilattici contro la diffusione delle malattie sessuali.

Un altro aspetto notevole che spicca dalla lettura di questo volume si sposta dal tema della prostituzione in senso stretto per coinvolgere il ruolo dei mass media nell’indirizzare il dibattito pubblico – pensiamo soltanto alle inchieste giornalistiche sempre più martellanti sui traffici delle nuove schiave:

Questo tipo di giornalismo che esaltava le narrazioni di cronaca nera sui quotidiani, attingendo dal reale stato del crimine, costituì una parte fondamentale nella lotta alla tratta delle bianche. La stessa dimensione internazionale del crimine attribuiva un’aura di intrigo e di fascino alle storie di tratta. La popolarità che il reato riscosse presso l’opinione pubblica europea e americana ha in passato spinto la storiografia a porre ampia attenzione sugli aspetti mediatici (p. 50).

Allo stesso modo, emerge qui la progressiva, inevitabile internazionalizzazione delle misure volute e poi istituzionalizzate contro questo crimine, così come giustamente, l’Autrice collega la tratta a fenomeni sociali di massa come l’emigrazione e alle dinamiche complessive del mercato del lavoro. Via via la lotta alla tratta è passata dalla diffusione dei diversi comitati nazionali, alla nascita, nel 1899, dell’Ufficio Internazionale contro il traffico di schiave, che ha ottenuto i primi accordi fra gli Stati nei primi anni del secolo e il cui ruolo è passato, nel primo dopoguerra, alla neonata Società delle Nazioni. Per tornare ancora al caso italiano, il Comitato antitratta si costituì solo nel 1900, ma ben presto si arenò per mancanza di organizzazione e di progettualità.

Globalmente, la lotta al traffico si spostò sempre più verso una dimensione politica, mettendo in secondo piano il lato più prettamente assistenziale. La prevenzione e la repressione si imposero quindi come il vero mandato di associazioni e Stati. Così, con il passare dei decenni i fenomeni di tratta e prostituzione finirono per sovrapporsi sempre di più, essendo come due facce di una stessa medaglia fatta di alienazione e miseria.

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