Sandra Santoro insegna greco e latino nei licei a Napoli.

Recensione a
N. Gardini, Viva il Greco. Alla scoperta della lingua madre
Garzanti, Milano 2021, pp. 275, €18.00.

Il Grand Tour nella Grecia classica ha sempre una finalità precisa: effondere nella storia della cultura occidentale quella sottile, suadente musicalità dei suoni di una lingua che non ha mai smesso di unire l’umanità intera nel profondo, con la levatura indiscussa dei suoi valori. Ogni lingua ha un’anima, un cuore di battiti martellanti le cui vibrazioni non si dissolvono nel tempo… Il greco non smette mai di essere con noi e in noi, è quel solstizio d’estate che irradia luce sulla necessità di discutere delle alternative e di ridare vita a “quell’arte del confronto” che ci renda consapevoli delle differenze e delle somiglianze tra passato e presente. Perché assurgere il greco a tale gloria?

La risposta proviene da Gardini, nel suo eccellente Viva il Greco, libro con cui l’autore offre un ritratto autentico e particolareggiato della lingua greca e della sua insopprimibile vocazione a «ragionare e ad esprimersi per confronti». Il testo non offre il punto di vista del classicista esaltato e sopraffatto dall’intenzione di tessere lodi sperticate al greco, ma quello di uno specialista obiettivo che invita a considerare con lucidità i vantaggi del carattere “agonistico” della lingua che maggiormente ha disegnato il profilo culturale del mondo occidentale. Il focus si estende su uno studio che evita la trattazione manualistica della storia letteraria e della grammatica, ma che valorizza la considerazione dell’aspetto linguistico per evidenziarne la natura: «Il greco guarda all’altro e lo definisce attraverso antitesi, simmetrie, parallelismi, comparazioni, tematicamente e grammaticalmente. Il greco è dibattito, lite, gara-giudiziaria, sportiva, militare, oratoria».

L’esempio più immediato della sua insita natura comparativa è offerto dall’uso frequente delle particelle mèn e , elementi che scompongono il periodo creando all’interno di esso un gioco di corrispondenze ed opposizioni, un rapporto imprescindibile. Non è un caso che l’incipit del più antico testo della letteratura greca, l’Iliade, nell’esplicitare il leitmotiv dell’opera, l’ira di Achille, menzioni il motivo della contesa tra il Pelide ed Agamennone utilizzando non solo il duale, ma anche il verbo erìzo (contendere, combattere), che assorbe in sé l’idea di una comunità in cui l’onore, la gloria ed il successo si conseguono con la competizione e con l’espressione dell’aretè (valore): la superiorità dell’individuo si misura nella gara, nel confronto che spinge a fare meglio. L’eris (contesa, dalla radice del verbo erìzo) è alla base del pensiero filosofico eracliteo che intende la realtà come “opposizione” che definisce i contrari e li sistema in ordine armonico. Così come nella realtà allo scontro segue la ricomposizione, il finale dell’Iliade segna la sospensione del conflitto: il vecchio Priamo si reca presso la tenda di Achille per la restituzione del corpo del figlio Ettore; Achille viene ammirato da Priamo per la sua prestanza fisica e la sua condotta eroica, Priamo viene ammirato da Achille come esempio di amore paterno (il verbo dominante, in greco, è thaumàzo, ammiro!). Perché Omero insiste su un epilogo incentrato sull’idea dell’ammirazione?

Gardini ci spiega: «l’ammirazione è una forma di altruismo, nell’ammirazione l’io si riposa, si svincola dalla brama di competizione, e si realizza nell’incontro […]. Ed ancora, Esiodo, autore della Teogonia e delle Opere e i Giorni, nel racconto autobiografico dello scontro (nèikos, èris) con il fratello Perse per l’eredità paterna, menziona la necessità di tenere a mente la dìke, quell’ordine di giustizia che ristabilisce gli equilibri all’interno della comunità: bisogna sì competere, ma evitare l’eris insana, quella che genera la sopraffazione e i soprusi; Esiodo invita all’eris benevola, che suscita, invece, emulazione e desiderio di elevare la propria condizione con la dedizione al lavoro, necessario antidoto alla hybris La stessa Saffo riconduce il senso dell’amore ad un ideale di giustizia, come si evince nell’Inno ad Afrodite: la dea viene invocata quale garante di giustizia in una situazione in cui vi è la poetessa innamorata il cui sentimento non viene ricambiato; Saffo ci informa che la regola e il senso dell’amore è il contraccambio e, se questo manca, l’amante subisce un torto. Anche nella poesia d’amore la logica del confronto è sentitamente compiuta:«l’io, dunque, si afferma rispetto all’amata come capace di dare amore e si nega rispetto all’altro come incapace di riceverne». In Pindaro la gloria dell’atleta delle Pitiche e delle Olimpiche, da un lato, e quella del poeta, dall’altro, derivano entrambe dalla relazione con l’altro: l’atleta consegue il suo successo gareggiando con altri contendenti nella competizione sportiva, il poeta ha bisogno del riconoscimento pubblico del suo canto, volto a rendere immortale il successo del vincitore, per fregiarsi di questo titolo e per ottenere i più grandi onori dalla comunità cittadina.

Più o meno coevo a Pindaro, Erodoto si dedica specificamente ad un’opera storiografica che non si riduce all’indagine delle cause del conflitto greco-persiano, ma l’estensione geo-etnografica del racconto poggia lo sguardo sull’ampio campionario di popoli, nazioni ed istituti politici asiatici. I barbari sono semplicemente “non greci”, parlano un’altra lingua, sono tutt’altro che privi di civiltà e si regolano in base a precipui nòmoi (leggi, credenze,usanze): la considerazione dei nomoi stranieri avviene senza traccia di sdegno e con esemplare spirito di tolleranza. Tuttavia, fa notare Gardini, «il relativismo culturale di Erodoto non è né disinteressata curiosità né semplice esercizio retorico, ma è sempre subordinato al pensiero politico. E che cosa confronta? Due ideali politici: la monarchia e la democrazia. Per lui il conflitto tra greci e persiani questo significa in buona sostanza: il confronto tra due modi antitetici di concepire il potere». La pluralità di prospettive che caratterizza la ricerca erodotea si basa sul principio-cardine dell’ordinamento democratico: il confronto delle alternative, garantito dall’isegoria, grazie alla quale ad ogni cittadino ateniese viene assicurato uguale diritto di parola in assemblea. Ed ancora, pienamente conforme allo zeitgeist del V sec. a.C. è di certo l’agone dei personaggi della tragedia e della commedia, un vero e proprio contraddittorio che offre allo spettatore l’opportunità di scegliere tra due pluralità di pensiero concorrenti. Sulla scia di una visione tragica dell’esistenza, un po’ come un Machiavelli ante litteram, Tucidide considera le vicende storiche come un interminabile scontro tra la tyche (fortuna) e la  gnòme dei popoli (virtù, ragionamento).

Nella crisi politica degli anni successivi alle Guerre del Peloponneso, l’indagine sulla realtà si sposta dall’ambito razionale-storico a quello filosofico, ove attecchisce come forma privilegiata di scrittura quella dialogica, quella che più di tutte dà voce alla rivalità di opinioni; così in Platone il suo maestro Socrate lancia interrogativi interessanti sui quali gli interlocutori riflettono, acconsentono, contraddicono, motivando la loro posizione e riassettando nuove ed altre idee… Quale forma migliore di una ricerca della verità impostata su un confronto verbale/dialogico tra due o più interlocutori, in cui la divisione iniziale è interamente compresa nella preposizione dià? Ed è proprio la divisione iniziale che dà avvio all’interazione, ad esprimersi senza mai trascurare l’èteron, ossia l’alterità, il polo di confronto.

Non si può negare, dunque, che il greco, come una madre premurosa e sollecita, accompagni i suoi figli-cultori di ogni tempo ad appropriarsi di un’etica che allarghi gli orizzonti di osservazione, predisponga alla libertà di pensiero, a superarne le distorsioni, a compierne, in termini hegeliani, la sintesi dopo l’antitesi.

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