Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a: G. Piretti, Il santo in manicomio. Psichiatria, santità e misticismo nell’Ottocento, Unicopli, Milano 2022, pp. 516, € 25,00.

Per un certo periodo, fra l’ultimo quarto dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo, in Europa l’ancor giovane scienza psichiatrica fu protagonista di una vera e propria campagna contro la religione e, soprattutto, contro le sue manifestazioni più eclatanti: le visioni, le estasi, le profezie, insomma tutti quei presunti fenomeni soprannaturali che, da sempre, riempivano di speranza e meraviglia le menti dei fedeli.

La psichiatria, che allora lottava per affermarsi come scienza dei nervi e del cervello, branca della medicina pari a tutte le altre, vedeva nel misticismo (inteso in senso lato) un terreno assolutamente propizio per affermare la propria visione positiva e scientista della realtà. L’interesse così forte di tanti psichiatri e psicologi sull’immaginario cristiano (e cattolico in particolare) non era dovuto soltanto a ragioni di ordine ideologico (pur presenti), ossia a quell’anticlericalismo, che era pur sicuramente diffuso fra gli uomini di scienza. E questo vasto lavoro di ricerca, appena pubblicato da Gabriele Piretti, dà bene conto dell’ampio dibattito che coinvolse i principali psichiatri dell’Ottocento italiano e francese (da Charcot a Livi, da Brièrre de Boismont a Morselli e Tanzi) e che ebbe al centro sempre e principalmente una questione: quella delle allucinazioni, le quali erano utilizzate per spiegare e medicalizzare fenomeni estremi (qui ridotti a sintomi) come le visioni di tanti uomini e donne di fede. In estrema sintesi, tutto il sovrannaturale, di cui si voleva appunto negare l’esistenza, veniva confinato nell’ambito angusto del corpo umano e, in particolare, in patologie sensoriali quali appunto erano i fenomeni allucinatori:

l’allucinazione è stata la categoria attraverso cui, per una cospicua parte di medici e psichiatri, era stata risolta in chiave naturalistica la questione delle visioni sovrannaturali: il centro dell’esperienza religiosa di tanti individui, alcuni dei quali godettero di fama sanctitatis in vita e ricevettero talvolta il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa (p. 19).

In questo senso, tanti alienisti rilessero la stessa storia religiosa d’Europa come una storia di ignoranza, credulità e, in fin dei conti, di follia collettiva. La stessa “teomania”, una esistenza tutta votata all’aldilà e fatta di mortificazioni e ascetismo, non poteva che rivelarsi alla fine come una malattia mentale. Dove, nei secoli precedenti, si vedevano ovunque demoni e profeti, dove le “virtù eroiche” erano considerano uno stile di vita apprezzabile, non potevano che dominare continue epidemie di follia religiosa.

In questo senso, la fine dell’Ottocento vide il fiorire di tutta una serie di contro-biografie dei santi più popolari, da San Francesco a Santa Teresa, appunto con l’intento di naturalizzare i loro presunti miracoli. In particolare, il caso di Francesco, il primo stimmatizzato, fu forse quello più considerato: e pur senza mai giungere a contestare il valore morale della sua predicazione, il santo di Assisi divenne l’emblema stesso del “Medioevo patologico”. Non si può però – come giustamente sottolinea a più riprese l’Autore – considerare il fronte psichiatrico come assolutamente monolitico. Anche se, indubbiamente, l’organicismo, il positivismo e l’evoluzionismo furono assolutamente dominanti, tanto in Francia quanto in Italia, non mancarono voci dissonanti, come nel caso di quegli psichiatri cattolici che tentarono di tenere separati il fenomeno (necessariamente patologico) delle allucinazioni da quello (in alcuni casi fisiologico) delle visioni.

In questo volume compaiono tutti i temi principali che hanno segnato la storia della psichiatria della seconda metà dell’Ottocento, dalla isteria alla degenerazione, dall’atavismo all’uomo di genio ed esso rappresenta indubbiamente una base importante per ulteriori ricerche, anzitutto per verificare come agirono sul campo, cioè nei padiglioni dei manicomi, gli psichiatri che, sulle riviste specializzate, combattevano per delegittimare le presunti percezioni sovrannaturali di mistici e visionari e per “umanizzarne” il significato e l’origine.

L’ultima parte del libro è, in un certo senso, la più interessante, perché ricostruisce puntualmente i tentativi di reazione che la cultura cattolica, con in prima linea tanti intellettuali della Compagnia di Gesù, mise in campo contro lo scientismo ateo trionfante. Dal punto di vista cattolico, quello stesso periodo – la fine dell’Ottocento – era l’esito di un lungo tempo di scristianizzazione e nel quale la Chiesa stessa si trovava ormai assediata. Ecco che intellettuali come il gesuita Francesco Salis Seewis cercarono di scardinare il meccanismo messo in campo della scienza psichiatrica, contestando la chiusura soffocante che incombeva sempre più su tutto ciò che non era visibile e misurabile. Prodigi come quello di La Salette o di Lourdes non potevano essere liquidati come casi di patologia mentale.

Secondo un altro gesuita, Joseph De Bonniot,

nelle crisi nervose e negli attacchi isterici, quando il sistema nervoso si trova sconquassato, le capacità intellettive vengono profondamente inibite: “c’è qualcosa di più incoerente, di meno sensato, di più sciocco delle visioni raccolte [dai medici] durante le estasi delle loro nevropatiche?” Le vere estasi dei santi erano di natura nettamente opposta, poiché lì proprio le funzioni intellettive, lungi dall’inscenare assurdità o una discorsività volubile e confusa, si alzavano anche al di sopra delle facoltà normali (p. 447).

In altre parole, la cosa più importante da salvaguardare per i cattolici era il fatto che i protagonisti della millenaria storia della fede non potessero essere equiparati ai “pazzi da manicomio”, che credevano di parlare con Dio, se non di esserlo in prima persona.

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