Stefano Berni (1960) è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico (Pisa 2018); Etiche del sé. Foucault e i Greci(Firenze 2021); L'alchimia del potere. La filosofia politica di Hannah Arendt (con Antonio Camerano; Milano 2022).
Secondo lo psicologo Howard Gardner noi utilizziamo diversi tipi di intelligenza la più importante delle quali è l’intelligenza cognitiva (razionale). Lo psicologo Daniel Goleman aggiunge, giustamente, anche l’intelligenza emotiva. Una non adeguata formazione di quest’ultima può compromettere e comportare una serie di azioni negative nei confronti dell’altro, considerato spesso come un mezzo in vista dei propri bisogni e interessi personali. Anziché il fine, l’altro diventa un mezzo per soddisfare il proprio ego narcisistico.
Se la nostra società ha sviluppato l’intelligenza razionale, in vista soprattutto di prestazioni volte a risolvere i problem solving, invece l’intelligenza emotiva, insegnata e trasmessa un tempo e soprattutto dai membri della propria famiglia, non ha un grande riconoscimento nella sfera sociale. La proposta che sia la scuola a trasmettere i sentimenti (la cosiddetta educazione affettiva) è paradossale e ossimorica, perché un estraneo non può trasmettere oralmente e razionalmente ciò che razionale non è. Tuttavia la povertà emotiva dei nostri giovani è palese: o piagnucolano di fronte a qualsiasi problema e implodono emotivamente, oppure diventano aggressivi e pronti a minacciare, in una logica (si fa per dire) tutta volta solo a lottare e a competere contro gli altri. L’io è minimo, avrebbe scritto il sociologo Cristopher Lasch.
Così, sempre più spesso, ci troviamo ad affrontare giovani, magari intelligenti ma, in senso lato, male educati, autistici, oppure sbruffoni, pronti a sfidare chiunque si anteponga ai loro meri obiettivi, come la conquista di una donna o la difesa di uno spazio. Essi non sono più in grado di gestire le emozioni e soprattutto accettare le sconfitte, protetti e viziati dai loro genitori a loro volta cresciuti nell’età dell’iperconsumismo e ipercapitalismo. Questi atteggiamenti infantili e adolescenziali, ormai riconosciuti e studiati dagli psicologi, si sono sempre più estesi anche fra i giovani adulti.
Nei casi più gravi abbiamo omicidi e violenze che sono perpetrati da soggetti al limite del loro equilibrio psicofisico, non riconoscendo la gravità del loro stesso comportamento. In alcuni casi la difformità tra il comportamento razionale e l’atteggiamento emotivo è lampante. Benché essi possano apparire lucidi e freddi, capaci di intendere e volere, la loro empatia nei confronti dell’altro è compromessa e disturbata. Pensiamo ai casi più gravi, per fortuna ancora abbastanza rari, come il caso Pifferi, in cui la donna ha abbandonato il proprio figlioletto di pochi mesi con la motivazione che doveva farsi le ferie col fidanzato, o i casi sempre più frequenti di giovani, ma anche di mariti, che uccidono la propria fidanzata, come nel caso Cecchettin, o la propria moglie, perché si sentono “abbandonati” e “traditi” dalla persona che ritengono di loro proprietà.
Per i giudici si tratterebbe di azioni e di scelte ponderate, perché i colpevoli, si dice, sono capaci di intendere e volere su un piano razionale: infatti hanno progettato il crimine; si sono cercati un alibi; hanno nascosto il corpo; hanno manipolato la scena del delitto. Spesso il giudice preferisce non riconoscere l’infermità mentale dell’imputato forse per non concedere delle attenuanti, altrimenti quest’ultimo potrebbe sfuggire a una “giusta” condanna giustificando il suo comportamento attraverso motivazioni considerate irrazionali.
Tuttavia, se si analizzano questi comportamenti da un punto di vista emotivo, vediamo personaggi deboli di carattere, con personalità narcisistiche, che spesso uccidono, spinti da interessi più strettamente personali che minimamente “oggettivi”. Molti di questi efferati delitti avvengono tra partner e in famiglia laddove si covano per mesi o anni forti tensioni emotive. Spesso l’omicida colpisce il proprio fidanzato o la propria moglie in un delirio e in un mescolamento di odio e amore. Ma ancora più gravi sono le violenze perpetrate “per futili motivi” a danni di sconosciuti: un litigio per un parcheggio; uno sguardo ad una ragazza, un semplice diverbio e così via. Per non parlare poi delle violenze interculturali tra partner e tra giovani di culture diverse. Dov’è la razionalità? L’intelligenza? La programmazione di un agire sensato? È evidente che in tutti questi casi è compromessa la sfera cerebrale deputata all’emotività. Compromessa non necessariamente da una malattia neurologica ma da una formazione del carattere alterato dalle istanze sociali e culturali.
Da un lato, come dicevamo, questi uomini, soprattutto giovani, sono sempre più protetti dai genitori (che forse andrebbero più responsabilizzati) che non educano al rispetto delle regole; dall’altro sono spinti a dare il meglio di sé nella scuola, nello sport, nel lavoro, in un antagonismo violento entro una società che valuta soltanto la prestazione e il feticismo della ricchezza. Tirati da due forze opposte, il rischio è che la loro personalità si dissoci. Da Narciso si passa facilmente a Eco.
Come interviene la giurisprudenza? In una società di questo tipo, di fronte a efferati omicidi, il diritto non può e non deve più ammettere la follia, perché dovrebbe incolpare la società stessa, la quale produce e conduce al disagio e dunque dovrebbe trovare delle attenuanti in primo luogo a sé stessa, riconoscendosi però, nello stesso tempo, colpevole.
Perciò, valutando solo la sfera razionale, la giurisprudenza da un lato protegge e legittima il tipo di società in cui stiamo vivendo, colpevole di portare i giovani alla follia, dall’altro nega che l’emotività possa influenzare le nostre attività, basate, secondo il diritto, su istanze razionali e cognitive. Si finge di riconoscere la follia solo quando emerge inaspettatamente, spinta da un’emozione “irrazionale”, un momento e un movimento inconsulto, come se “scattasse una molla” improvvisa e inaspettata, un vulcano che erutta violentemente ma poco dopo si acquieta, e non come atteggiamento definito e cognitivamente strutturato dalla cultura nella quale viviamo. Solo nei casi in cui si riconosca la follia si condanna il reo concedendo delle attenuanti, come se la follia fosse una momentanea eclisse della ragione e non per quello che è: un atteggiamento esistenziale e un tratto culturale della società contemporanea che dovrebbe preoccupare e allarmare l’intero sistema sociale.
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