Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Recensione a
F. Paolella, Storie dal manicomio
Biblioteca Clueb, Bologna 2022, pp. 176, €18,00.

L’ultimo libro di Francesco Paolella, Storie dal manicomio, è un tentativo (riuscito) di ‘scavo’, ricostruzione, analisi, di parte della vita di undici persone internate presso il grande ospedale psichiatrico “San Lazzaro” di Reggio Emilia, tra gli anni Settanta dell’Ottocento e gli anni Quaranta del Novecento. I protagonisti di questi undici capitoli sono stati coinvolti in fatti di piccola o piccolissima cronaca, oppure hanno partecipato a grandi eventi della storia, tra cui il Risorgimento come nel caso di Francesco Baratta, un garibaldino.

Il libro di Paolella è uno studio indispensabile non solo per gli addetti ai lavori in materia di storia della psichiatria, bensì anche per psicologi, psichiatri, e per scrive sarebbe auspicabile l’estensione dell’invito alla lettura ai professionisti sanitari tutti.

In ogni capitolo, la documentazione raccolta e organizzata racconta di modelli teorici e di configurazioni operative messe in campo dai professionisti sanitari dell’epoca. Nondimeno, raccontano dello stile di raccolta delle informazioni nelle cartelle cliniche, che presentavano il materiale clinico-diagnostico e che, in alcuni casi, custodivano anche lettere, disegni, dichiarazioni, poesie, così indispensabili per la comprensione della vita dentro il “San Lazzaro”. Vieppiù l’impressione che questi documenti forniscano qualche ‘briciola’ d’intensità in merito agli afflati e alle trasformazioni che avvenivano nella fondazione emozionale e morale degli internati.

In questo terzo decennio del XXI secolo, dove l’attenzione della psicologia e della psichiatria italiana (e non solo) rimane perlopiù verso il modello americano e psicoterapeutico-centrico, libri come questo invitano alla scoperta di quelle che sono state le peripezie agli albori di una certa psichiatria, di una certa psicologia italiana; non solo, perché il San Lazzaro, attraverso i suoi direttori e gli articoli che con una certa cadenza uscivano per la Gazzetta del Frenocomio e per la Rivista Sperimentale di Freniatria, il “San Lazzaro” si era conquistato l’attenzione scientifica a livello europeo.

Emergono inoltre le difficoltà di infermieri, psichiatri, e operatori addetti alla sorveglianza degli internati; gli aspetti umanizzanti e disumanizzanti della vita degli stessi internati, favorendo lo studio delle vite ‘inchiodate’ nelle maglie giuridiche e manicomiali. Parla di un’epoca superata, di luoghi la cui configurazione e gestione strutturale non viene più tenuta in considerazione per lo sviluppo di siti terapeutici, ma allo stesso tempo parla di modalità operative, pregiudizi, stereotipi, credenze dei suddetti professionisti, e che purtroppo fanno ancora parte di un certo modo di organizzare la farmacoterapia, la terapia psicologica e la socioterapia in comunità.

Il primo capitolo, La ragazza miracolosa: Adele Bagnoli, racconta di una dodicenne che un giorno mentre giocava rimase bloccata a fissare una pianta di ginepro: all’interno Adele vide una figura di bambina bionda, minuta e vestita di bianco. Il lettore può considerarsi già all’interno di una storia dell’attività allucinatoria, che non racconta solo dei risvolti puramente personali, di una vita, e cioè una storia che spiega solo un periodo della vita della bambina Adele; no, è di più: si tratta di un racconto che raccoglie un modo di allucinare, e di conseguenza la dimensione storica (in termini di tipologia) di un segno psicotico come l’allucinazione, di un modo di organizzarsi in massa per sostenere la visione della bambina, di un modo di vivere la problematica psicotica alla fine dell’Ottocento – nel caso di Adele, ella si mostrò più stupita che impaurita. Questo capitolo dischiude numerosi scenari, al confine tra religiosità e psicopatologia, tra adesione al sacro e rivolta degli scettici; ogni racconto trattiene presso di sé scenari che non si esauriscono mai nella sola psicopatologia, e questo senza dubbio è tra i principali valori aggiunti dell’opera di Paolella.

A tal riguardo, merita attenzione la storia di Achille Paganini, che interseca le questioni dell’eredità mentale, del genio e della follia. Figlio del genio musicale Niccolò Paganini. È grazie a questo capitolo che il lettore verrà introdotto alla questione delle classi all’interno del manicomio: esistevano differenti classi dove gli internati venivano ricoverati, e nel caso di Achille l’internamento avvenne in prima classe, in uno dei villini immersi nel verde e che garantivano un certo grado di riservatezza (informazioni che Paolella recupera attentamente dalla “Gazzetta del Frenocomio”, pubblicata presso il “San Lazzaro”). Fu Pietro Petrazzani il medico che si occupò del barone Paganini. Attento studioso del degenerazionismo, seguace di una certa psichiatria che all’epoca era molto attenta agli alberi genealogici.

L’anno in cui Petrazzani entra al “San Lazzaro”, ossia il 1886, Eugenio Tanzi e Gaetano Riva, due psichiatri che ivi lavoravano, pubblicano degli studi scientifici in diversi numeri della “Rivista Sperimentale di Freniatria” (1884-1886). Gli studi si concentrano su tutti i casi di delirio sistematizzato presenti presso il manicomio (103). Per Tanzi e Riva, il soggetto paranoico può essere identificato come un vero anacronismo vivente, e sempre secondo gli autori, la paranoia varia di secolo in secolo i suoi contenuti; è importante sottolineare questo punto, raccolto ed esteso nel Novecento solo da una certa psichiatria e psicologia che a lungo hanno costruito un raccordo con la fenomenologia – si fa riferimento ai lavori di Von Gebsattel, Jaspers, Binswanger, Minkowski, Barison, Callieri, Basaglia, Borgna.

L’autobiografia di Adolfo, altro personaggio del libro di Paolella, presenta proprio alcuni di questi aspetti. Qui l’autore riporta un evento importante della storia della psichiatria: nell’ultimo quarto dell’Ottocento, la psichiatria positivista giunge alle diagnosi facendo attenzione alle stesse parole dei ricoverati, talvolta sollecitandoli alla scrittura. Nel caso di Adolfo, la scrittura era fondamentale anche per segnalare le criticità riscontrate durante l’internamento: sembra una forma embrionale di comunicazione simmetrica, di potere distribuito in tutte le maglie dei ruoli presenti in manicomio. In queste comunicazioni non raramente si trovano le preghiere dei pazienti rivolte allo psichiatra, per essere rimessi in libertà; le sofferenze provate e la paura, compresa quella di venire uccisi, come nel caso dei soggetti paranoici; usi innovativi delle metafore che costituiscono non solo documenti autobiografici, ma anche romanzi ricchi di avventure rocambolesche – nel novecento, psichiatri come Binswanger e Borgna hanno dedicato parte del loro lavoro allo studio degli scritti dei pazienti, e in essi l’osservazione di un linguaggio che, a causa della malattia e della sofferenza, si frammentava, fino a trasformarsi in nuova lingua (come nel caso di Antonin Artaud durante l’internamento negli anni della seconda guerra mondiale).

Nel capitolo sesto, Paolella scrive relativamente a Sole d’inverno, un racconto scritto da Arminio, paziente trasferito al “San Lazzaro” nel 1885, dopo aver lasciato la famiglia ed essere stato inserito in un collegio a Treviso, ritirato in anticipo per eccesso di malinconia. Sole d’inverno venne pubblicato sul numero del 2 agosto 1879 della Gazzetta letteraria. Questo testo è custodito nella cartella clinica, e al tempo lo psichiatra Petrazzani non se ne interessò molto delle potenziali qualità letterarie del paziente. Ma come riferisce Paolella, lo scritto di Arminio non è tanto interessante per il valore letterario, bensì per ciò che Arminio stesso ha scritto all’interno, e cioè gli aspetti più significativi del suo vivere una esistenza tormentata. Proprio grazie a questo documento, si possono ‘gettare’ numerose sonde interpretative, individuando indubbiamente una solitudine profonda, la mancanza di speranze e di conseguenza l’impenetrabilità del suo animo. Non solo, si possono scorgere anche tratti umbratili della fondazione emozionale: amarezza, apatia, senso di impotenza, noia. Rapsodiche sequenze e liste che lasciano intravedere l’ombra di mancati riconoscimenti, molti dei quali evidentemente non più sondabili.

Per tornare a quanto scrive nell’introduzione Paolella, il lettore si renderà conto, capitolo dopo capitolo, dei tentativi e non solo di scrittura con i quali i pazienti cercavano di ‘evadere’, per riannodare i rapporti con i familiari, per riappropriarsi della propria esistenza, per agire di rovesciamento a quanto avveniva entro le mura del manicomio. Sempre nell’Introduzione, l’Autore cita Arnold Davison sulla scia del lavoro di Carlo Ginzburg sulle fonti inquisitoriali, sottolineando l’importanza che hanno due elementi nello studio dei documenti contenuti nelle cartelle cliniche: le testimonianze devono sempre essere decifrate, valutandone i gradi di distorsione, l’affidabilità e l’inaffidabilità, per comprendere di cosa sono testimonianze; in secondo luogo molte cartelle cliniche sono costituite da contenuti scarni, incompleti, mancanti di fonti che dovrebbero essere presenti: di tante esistenze non restano che diagnosi ed esiti del ricovero.

Attraverso questo libro ci si può rendere conto della ‘temperatura’ all’interno di questi luoghi che hanno segnato parte della storia italiana degli ultimi due secoli. Luoghi che andavano ‘riempiendosi’ di una serie di pratiche che troppo spesso perdevano di vista la sofferenza e la cura, miraggi in uno sfondo profondissimo, ostacolati da una funzione inchiodante di primo piano, che non ha la caratteristica di repoussoir: l’emarginazione degli anormali, degli asociali, dei pericolosi. Ancora: isolare, classificare e custodire l’anormalità e la follia, oggettivandole, riducendole a fenomeni da studiare in laboratorio e da intorpidire per garantire una certa sicurezza e una certa tranquillità al personale di turno. Ieri l’emarginazione avveniva in un luogo chiamato manicomio, oggi a causa di una certa psichiatria e una certa psicologia (comunità scientifiche annesse) poco attente e disposte a proseguire la grande rivoluzione psichiatrica basagliana, questi luoghi si chiamano quartieri periferici, centri di salute mentale, reparti di psichiatria; certo, non è possibile fare di tutta l’erba un fascio, ma in Italia il fenomeno dell’emarginazione dei cosiddetti anormali, dei folli, dei pericolosi, avviene sistematicamente grazie soprattutto all’adesione a un modello terapeutico arido, asettico, categoriale, standardizzante, funzionale, e per questo indisposto nel considerare le dimensioni centrali della forma di vita di un soggetto: l’agostiniano tempo tripartito, le proustiane distanze traversate, l’estensione della fondazione emozionale e sentimentale, attraverso tutte le sue ‘crome’ che nella sofferenza entrano in un percorso di sottrazione, e che proprio attraverso una certa cura possono recuperare la loro intensità e chiarezza, nondimeno il loro livello soglia e la loro misteriosità.

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