Crimine di genere

Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
S. Montaldo, Donne delinquenti. Il genere e la nascita della criminologia
Carocci, Roma 2019, pp. 339, € 32,00.

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L’Ottocento è stato anche il secolo della “scoperta” del crimine e delle risposte scientifiche (o pseudoscientifiche) ad esso: tramite svariati approcci, esperti di ogni tipo si sono furiosamente applicati nell’individuare, per poter poi spiegare come prevenirla, l’essenza della criminalità umana, e, in particolare, la pericolosità di alcuni, con tutte le tare (fisiche, psicologiche, morali) che potevano condurre ad una vita aberrante e al delitto. Questo problema ha assillato (e ci assilla anche oggi) generazioni di psichiatri, antropologi, sociologi, giuristi, statistici e così via e ha prodotto una sterminata quantità di studi, ricerche, calcoli, inchieste.

Le scienze criminologiche, fin dai suoi esordi, hanno anche cercato – ed è questo il tema di un nuovo volume edito da Carocci e scritto da Silvano Montaldo, direttore del Museo Lombroso di Torino – di far emergere (o meglio: di costruire) lo specifico della criminalità femminile. In ogni paese (in Europa come negli Stati Uniti) e tanto nella prima quanto nella seconda metà del secolo diciannovesimo, i dibattiti sulla criminalità femminile ruotavano attorno ad alcuni temi forti, i quali avevano poi alla base, in ultima analisi, un solo, grande presupposto: l’inferiorità femminile, l’incapacità femminile di vivere alla pari nella società degli uomini. Anche per sostenere le ragioni di una minore malvagità delle donne, spiccava comunque sempre questa minorità, reputata a vario titolo come “naturale” e, quindi, ineliminabile. E allora appunto: perché – così si vedeva dalle statistiche sempre più puntuali, diffuse già dai primi decenni del secolo – le donne delinquevano meno? Forse perché il loro naturale pudore le distoglieva dal commettere cattive azioni? O forse perché erano naturalmente più refrattarie alla violenza? O ancora, soltanto perché, vivendo quasi sempre una vita ritirata, domestica, avevano meno occasioni di delinquere?

Insomma, si mantenne costante questa ambiguità di giudizio verso le donne, allo stesso tempo sempre superiori e inferiori. Con l’inoltrarsi nel secolo, comunque, e con la scoperta delle “classi pericolose”, anche le donne o, meglio, quelle donne per diverse ragioni “predisposte” per cattiva eredità o cattivo ambiente di vita, divennero sempre meno innocenti. Anche al di là dei crimini tipicamente femminili (come l’aborto o l’infanticidio) si affermò sempre più l’idea per cui le donne, pur commettendo meno reati, potessero essere più pericolose e più crudeli quando arrivavano a delinquere. Del tutto ovviamente, lo stile di vita e i “costumi” delle donne, il modo in cui gestivano anzitutto la propria sessualità, era al centro dell’attenzione del mondo scientifico. Non dimentichiamoci, d’altra parte, che l’Ottocento è stato il secolo dell’isteria… Quella che veniva considerata la vera “missione” delle donne, quella materna, era considerata poi molto importante perché da una madre snaturata, immorale o criminale, non potevano che venire figli altrettanto immorali e criminali.

Con Cesare Lombroso e il suo castello ideologico – l’antropologia criminale, tanto veloce a imporsi quanto veloce a naufragare sotto il peso delle accuse di sostanziale inconsistenza scientifica –, questa criminalizzazione (e patologizzazione) della sessualità femminile raggiunse l’apice, come si sa, con l’idea della equivalenza fra prostituzione e criminalità. Lombroso, in un intreccio sconsiderato di pregiudizi e (apparente) oggettività scientifica, non fece che riproporre idee e stereotipi già ben diffusi: il suo metodo, tutto votato al determinismo biologico, fu segnato irrimediabilmente da un paternalismo misogino che gli fece considerare le donne – tanto le “normali” quanto le criminali – come la parte più debole, più infantile e arretrata della società. Dunque, di nuovo, l’eterna inferiorità femminile.

Le donne, come tante altre “categorie” sociali, sono state il campo di battaglia fra tecnici di discipline diverse, per ottenere la gestione del controllo di quelle meno integrate e più problematiche. La questione della possibile redenzione delle “donne perdute”, o di cui spiccava un certa tendenza al male, è stata al centro di tanti studi o iniziative concrete lungo tutto il secolo (e pensiamo solo a quanto si faceva nelle sezioni femminili delle carceri, veri e propri “empori” dove il vizio poteva essere analizzato con più precisione) e con una progressiva laicizzazione degli interventi. Allo stesso tempo, però, le condizioni sociali (miseria, emarginazione, sfruttamento) delle criminali potevano essere facilmente rimosse dal dibattito o, almeno, lasciate sullo sfondo, concentrandosi sul male che le singole persone portavano in sé e che – si credette per un certo tempo – poteva anche essere visibile sui loro corpi (le “stigmate”, le varie anomalie di conformazione e di sviluppo), oltre che nella loro condotta.

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