Nato a Siviglia nel 1991, è laureato in Scienze Politiche all'Università di Roma "La Sapienza", con una tesi sulla leggenda nera spagnola; nella stessa Università ha ottenuto la Laurea Magistrale in Relazioni internazionali, con una tesi sulle origini del catalanismo. Attualmente sta svolgendo il Dottorato di Ricerca in Scienze Politiche presso l'Università di Catania. Le sue principali linee di interesse e di ricerca riguardano, oltre le tematiche ispanistiche e catalaniste, le relazioni fra Spagna e Italia durante il secolo scorso, avendo pubblicato in diverse riviste italiane e spagnole.

Recensione a
P. Nora, F. Chandernagor, Libertà per la storia. Inquisizioni postmoderne e altre aberrazioni
Medusa, Milano 2021, pp. 91, €13.00.

Il testo qui presentato, pubblicato per la prima volta nel 2008 in lingua francese, è la reazione di molti storici, organizzati intorno all’associazione Libertè pour l’histoire presieduta dai due autori, di fronte alla deriva liberticida istauratasi nel Parlamento francese già dalla fine dello scorso millennio. In tal senso, nel saggio introduttivo il professor Franco Cardini ci ricorda che: «Da una parte va ripetuto un’ennesima volta che la storia non ha funzione di giudicare sul piano etico, bensì quella di comprendere le ragioni intrinseche delle vicende che la costituiscono, le loro dinamiche, i reciproci rapporti di causalità; dall’altra dev’essere seriamente considerato che il carattere intimo di essa non sta per quel che noi possiamo capirne in ciò ch’è davvero accaduto – la verità obbiettiva di ciò non sarà mai colta da nessuno –, bensì nei modi secondo i quali i differenti ricercatori l’hanno valutata e ricostruita» (p. 11). Cardini afferma altresì che la storia, in quanto scienza del particolare, comporta per lo storico il dover riesaminare dati che si consideravano definitivi.

In questo modo, nel primo saggio del volume, Pierre Nora, sottolinea come con l’ampliamento della legge Gayssot si rischia di conferire alla legge l’onere di scrivere la storia. L’autore precisa che, dietro alle nobili intenzioni che ispirano queste misure si cela spesso la demagogia elettorale e la vigliaccheria politica, che hanno come effetto maggioritario una criminalizzazione generale del passato. Inizialmente la legge Gayssot degli anni ’90 fu concepita per andare «contro i militanti della contro-verità storica» (p. 26), e non contro gli storici. L’estensione della stessa è stata caratterizzata da due nuovi elementi: la retroattività e l’ampliamento delle categorie tutelate. Nora denuncia come l’entrata in gioco della memoria abbia portato alla comparsa di gruppi particolaristici preoccupati soltanto di far prevalere la loro visione storica, accusando l’insieme degli storici di reagire corporativamente. Secondo lo storico francese così si arriverà a «una pericolosa radicalizzazione della memoria e a una sua utilizzazione interessata, abusiva e perversa» (p. 28). La responsabilità civica degli storici, e la difesa della libertà intellettuale, nonché le libertà pubbliche in uno Stato democratico, sono le cause che hanno scaturito questo sollevamento contro le leggi dette “memoriali”, e non per proteggere una sorta di esclusività scientifica di stampo associazionistico o corporativo.

La generalizzazione del concetto di crimine contro l’umanità e la sua indiscriminata estensione a qualsiasi evento storico lontano nel tempo, decontestualizzando situazioni diverse dalla nostra attuale, conduce a quelle che Nora definisce come assurdità: «Sta alla storia di rendere omaggio e giustizia alle vittime e ai vinti. Ma una storia completamente riscritta e giudicata dal punto di vista delle vittime e dei vinti è una negazione della storia» (p. 32). La Francia, secondo lo studioso, nel corso del tempo ha vissuto e conosciuto numerosi conflitti che le hanno conferito una specificità in questa reazione a quella che Nora chiama inondazione mondiale della memoria. Il contrasto tra l’immagine immacolata che il Paese ha voluto dare di se stesso e il confronto tardivo con le realtà storiche che contestano quest’immagine è esploso con virulenza: «Per essersi troppo inorgoglita della sua storia, la Francia non esce mai dalla censura se non attraverso l’esplosione dell’inconscio collettivo, seguito dalla contrizione ufficiale» (p. 34). Scambiare delle menzogne di Stato con delle verità di Stato non può essere la soluzione, secondo Nora, per un paese come la Francia, che è passato dall’essere la «nave pilota dell’umanità» a divenire «l’avanguardia della cattiva coscienza universale».

Il volume prosegue con un interessante saggio di Françoise Chandernagor, vicepresidente della medesima associazione, che si occupa di evidenziare le difficoltà del voler relegare nel potere giudiziario il giudizio della storia. La studiosa parte dalla costatazione del fatto che per quanto fosse ufficiale, la narrazione della storia francese non era mai stata imposta dal potere legislativo ad alcun ricercatore, né agli universitari, né ai giornalisti, né a qualsiasi adulto che volesse completarla o contestarla. Come prova di ciò, la studiosa argomenta che in Francia, come in qualsiasi altro sistema democratico, nessuno storico rischiava di essere imprigionato. Con il venire meno della narrazione nazionale sono venute a conformarsi delle storie di categoria «tanto più cariche di emozione di quanto lo fossero quelle represse e l’individualismo trionfante nei costumi è sembrato, in un attimo, legittimare il soggettivismo storico: non solamente la Storia non era più la storia di una collettività, ma non si riconosceva ormai più a nessuna autorità accademica il potere di stabilire e di dire il vero» (p. 38). Chandernagor sostiene che alcuni politici di professione, davanti a questo vuoto, per soddisfare dei loro bacini elettorali hanno fatto in modo che, nelle scuole e nelle cerimonie pubbliche, si inizi a raccontare una storia diversificata.

La studiosa passa poi ad esaminare dal punto di vista legale le controversie che stanno sorgendo e che sorgeranno nell’applicazione delle diverse normative. Si chiede per tanto quale sia la necessità di giudicare il passato per legge, applicando ad esso concetti morali e giuridici del presente (p. 55). Un aspetto innovativo della sua analisi lo si ritrova nella parte finale del suo scritto, ed ha a che fare con la preparazione storica dei giudici che si ritroveranno a giudicare le pubblicazioni e affermazioni di eventuali noti accademici. Infatti, la studiosa vuole ricordare al lettore che in Francia «il corso obbligatorio delle facoltà di diritto non comporta nessun insegnamento di storia generale e che l’insegnamento dato all’École nationale de la magistrature non ne prevede di più. La maggior parte dei giudici quindi non sa molto più dei secoli passati di un diplomato di oggi – cosa che non è poi significativa» (p. 58). Chandernagor fa emergere un altro fattore che causa imbarazzo nella magistratura, ed è l’impossibilità di gestire l’azione pubblica legale. Di fatto, il procuratore, a differenza di quel che accade normalmente, non ha la possibilità di valutare riguardo l’opportunità di avviare procedure legali. Nel caso delle “leggi storiche” l’avvio dell’azione pubblica legale spetta alle associazioni memorialistiche, e il ruolo del procuratore si limita a verificare se il reclamo abbia la preesistenza di cinque anni, essendo comunque tenuto ad avviare le azioni giudiziarie. A questo punto, lo storico di turno accusato, anche nel caso in cui il reclamo non sussistesse sarebbe già stato giudicato dai media. Chandernagor lamenta che la Francia sia il solo Paese democratico ad aver imposto ai cittadini un simile corpus di leggi che vanno ad incidere nel campo della storia. Si chiede se saranno i parlamentari a sostituire gli storici, ed evidenzia il rischio per il quale ogni discussione, potenzialmente, «anche quando non fosse, nella forma, né ingiuriosa, né carica d’odio, può infatti essere percepita come oltraggiosa. Oltraggiosa per coloro i quali ferisce la sensibilità su degli argomenti dolorosi, per coloro ai quali colpisce le convinzioni, politiche o religiose. Oltraggiosa anche quando essa si sostiene su degli argomenti fallaci, dei fatti erronei. Ma ricordiamoci che le società dove regna una simpatica unanimità, dove non c’è dibattito, nessun conflitto, sono delle società dove non c’è, non c’è più, libertà» (pp. 65-66).

Il libro è completato da un saggio breve del curatore Vincenzo Fidomanzo, che riprende i concetti fondamentali dei due autori e dove si ha una conferma dell’importanza del testo qui recensito. Come si afferma in quest’ultima parte, la Francia sta facendo da apripista, ma questa deriva si può osservare in altri Paesi del cosiddetto “mondo occidentale”. La “Verità”, in quanto inaccessibile di per sé all’individuo singolo, può essere soltanto approcciata, e minimamente ricostruita, grazie al metodo e al rigore dello storico, essendo per tanto mutabile e suscettibile di revisione. Dunque, questa novità editoriale in lingua italiana ha il merito di ricordare che la ricerca storica non deve essere limitata se non dal metodo e dalle norme dei suoi operatori, men che meno dal potere legislativo di qualsiasi organo politico.

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