Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista Sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM.

Recensione a
F. Montella, Storie senza approdo di migranti italiani
Clueb, Bologna 2021, pp. 316, €18.00.

Al di là del fare paragoni con l’attualità, da queste Storie senza approdo di migrati italiani, riscoperte da Fabio Montella, possiamo sicuramente trarre conclusioni molto interessanti e non soltanto per ciò che concerne i fenomeni migratori. All’epoca degli esodi di masse di italiani poveri verso il continente americano, e specialmente negli anni delle ondate migratorie a cavallo del 1900, diversi viaggi fallirono, a causa di epidemie diffuse a bordo, costringendo le imbarcazioni a tornare in patria. Si tratta di episodi poco noti e trascurati dalla storiografia, già di per sé poco attenta al tema delle emigrazioni degli italiani.

Su quattro piroscafi italiani, popolati da quasi 6.000 persone, tutti respinti nel 1893 dalle autorità brasiliane e costretti (una vera beffa tragica) a fare dietrofront, ci furono almeno 500 morti di colera. Le cronache di quelle odissee, che trasformarono quelle navi dirette in Brasile in veri e propri «cimiteri ambulanti» (p. 227), sono davvero impressionanti, anzitutto perché riescono a mostrarci quanto, verso la fine dell’Ottocento, poco valesse la vita degli emigranti italiani, quanto ancora incerte fossero le conoscenze e gli strumenti a disposizione del sapere medico e, di conseguenza, quanto fosse facile morire in quelle interminabili traversate. Davanti a un tale disastro, non deve però sorprendere la sostanziale indifferenza all’epoca sia della stampa sia delle autorità italiane: le vite di quei lavoratori erano evidentemente considerate come sacrificabili. Ad ogni modo, si trattò di versi e propri viaggi estremi e le condizioni di vita a bordo (l’alimentazione inadeguata, l’igiene scarsa, la mancanza di cure) potevano provocare di per sé malattie e decessi; se poi, come in questi casi, capitava che dei colerosi venissero imbarcati e stipati in navi già di per sé poco adeguate a trasportare persone, allora era pressoché inevitabile che il contagio si spandesse, costringendo a scaricare nell’oceano cadaveri su cadaveri.

Come giustamente nota Montella, quelle furono emergenze umanitari, le quali rivelarono tutte le mancanze di un intero sistema: «fu un fallimento – il più grave, ovviamente, per chi morì; ma lo fu anche per tutti gli altri emigranti imbarcati, che videro frustrato il loro progetto di vita dopo un viaggio estenuante di andata e ritorno; fu un fallimento per le compagnie di navigazione e per gli agenti di emigrazione, che dopo avere esaltato questi viaggi senza quasi mai rendere esplicita la portata dei rischi che implicavano, furono chiamati a rendere conto del loro operato davanti all’opinione pubblica e, soprattutto, alla giustizia; fu un fallimento per il Paese di approdo, che avrebbe dovuto accogliere e curare le persone che aveva attratto con false promesse» (p. 10). Di sicuro, già all’epoca emerse tutto il fallimento della nostra diplomazia e gli implacabili respingimenti brasiliani («il Brasile ha agito in modo semi-barbaro», p. 190) non fanno che emergere, per contrasto, la scarsa autorevolezza del governo italiano in ambito internazionale.

Altro dato interessante, le cronache presentate in questo volume e, in particolare, il lungo resoconto di un medico di bordo (Luigi Buscalioni), pubblicato pochi mesi dopo la tragedia del Carlo R., possono darci informazioni significative su una vera e propria psicologia generale dei contagi, anche se avvenuti certamente in un contesto eccezionale come quello di una nave in viaggio nell’Atlantico: comportamenti irresponsabili, criminali o viceversa eroici, mossi da disperazione o paura: ritroviamo in queste pagine tutti gli aspetti tipici di ogni infezione, senza dubbio inaspriti da un contesto di miseria assoluta e di irreversibilità delle decisioni prese. A dominare fu, comunque, una inevitabile mancanza di solidarietà e a stento chi governava quelle navi riuscì a tenere a freno anche veri e propri tentativi di ribellione.

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