Stefano Baruzzo si è laureato in Scienze Politiche al «Cesare Alfieri» di Firenze. Autore di libri e saggi sul fascismo apuano, collabora con vari magazine online con articoli di divulgazione storiografica.

Benedetto Croce non affrontò il fascismo in saggi o opere organiche. Il giudizio storico di Croce sul fascismo rimane affidato a scritti sparsi, talvolta in altri contesti, non di studio storiografico, che giustificano la loro collocazione in raccolte come quella degli Scritti e discorsi politici (1943-1947), qui citata nell’edizione di Bibliopolis del 1993 (2 voll.). Il filosofo rifiutò di scrivere una storia del fascismo «perché ancora odio tanto il fascismo che vieto a me stesso di pur tentare di pensarne la storia» (lettera a Enzo Santarelli, 11 febbraio 1946, vol. II, p. 303), motivazione che richiamava la necessità che lo studio scientifico della storia richiedesse un animus distaccato dalle passioni, non sempre proprio di coloro che avevano vissuto e subito gli eventi del fascismo. Più serenamente, qualche anno dopo, scriverà che «se a un simile lavoro potessi mai risolvermi, non dipingerei un quadro tutto in nero… e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime, mossi non da bassi affetti, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene non sorretti dalla necessaria critica, come accade negli spiriti immaturi e giovani» («Quaderni della Critica», vol. 6, n. 16, marzo 1950, p. 37). Entrambe le considerazioni implicavano l’invito a non affrontare la storia con spirito moralistico.

Nondimeno, proprio negli scritti politici ricordati, depurati delle funzionalità politiche del tempo, emergono con chiarezza i caratteri della sua interpretazione etico-politica del fascismo, coerente con il suo storicismo idealista. In un articolo pubblicato dal «New York Times» il 28 novembre 1943 (ma scritto il 14 ottobre precedente), diede una limpida sintesi della sua interpretazione del fascismo (vol. I, pp. 15-23). Secondo Croce, una premessa ideologica del fascismo fu il mito del superuomo, «ideale profondamente immorale e anticristiano in quanto negava l’umanità dell’uomo», che «fiorì nella pomposa e ciarlatanesca letteratura di Gabriele D’Annunzio, accolto dalle fantasie giovanili di quel tempo». Accanto a essa, Croce rinveniva un’altra premessa nell’«invocazione di un rinvigorimento dell’autorità», non l’autorità “liberale”, garante e custode della libertà, ma l’autorità in sé stessa, «segno di sfiducia nel principio della libertà e velleità di ritorno in misura minore o maggiore o addirittura pienissima ai regimi assolutistici, dei quali l’Europa si era disfatta con una serie di rivoluzioni». Queste premesse si erano manifestate a cavallo del secolo «quando la coscienza della libertà s’infiacchiva e le correnti materialistiche, principalmente quella del marxismo, ne corrodevano i fondamenti idealistici». Tuttavia, queste premesse non avrebbero avuto sviluppo e forza di mutare l’equilibrio italiano «se non fosse intervenuta la guerra del 1914, che fornì il materiale umano, o, come si dice, la “massa di manovra” al fascismo, e ne preparò le condizioni politiche propizie». Questo materiale umano proveniva in particolare dalla piccola borghesia che «rigurgitava di gente disoccupata e irrequieta… perciò disposta alle avventure politiche», gente disabituata al vivere civile e alle sue fatiche, che cercava i mezzi della vita non più nel lavoro, dimenticato o mai avuto o non più apprezzato, ma «dai colpi di fortuna e dell’audacia», che aveva sperimentato in guerra.

Croce aggiunse l’instabilità politica dell’Italia: un’«improvvida» riforma elettorale proporzionale, che produsse una classe di eletti scelti dai partiti, «gente inettissima»; i socialisti che rifiutavano ogni responsabilità di governo, i cattolici condizionati dal Vaticano spinto da precisi interessi a contrastare Giolitti, l’unico in grado di «fronteggiare e di vincere e dissolvere il movimento fascistico». Fu così che quando «comparve in Italia la figura del superuomo, del “Duce”, trovò nei reduci della guerra le masse di manovra che si denominarono “fascisti”, e nelle condizioni politiche del governo, che era caduto nelle mani dei deboli successori di Giolitti, il varco facile al potere, e nel gesto del re, che rifiutò di proclamare lo stato d’assedio, la legalizzazione del movimento». Premeva al filosofo smentire la convinzione, che aveva arrecato prestigio al fascismo nel mondo, che il fascismo avesse salvato l’Italia dal bolscevismo, dato che «il partito comunistico non aveva alcuna importanza, e, salvo errore, non contava nella Camera nemmeno venti deputati, e tra questi nessuno spiccava né per capacità mentale né per temperamento rivoluzionario».

Sul ventennio di regime Croce sottolineò il suo carattere privo di un’idea politica, di «rivoluzione all’infinito». Il filosofo individuava così la cifra politica del fascismo e del suo capo: l’attivismo, il culto dell’azione per l’azione, il protagonismo storico, che aveva permeato Mussolini negli anni della sua formazione politica a inizio secolo. Questo articolo resta lo scritto più compiuto del giudizio storico di Croce sul fascismo. Esso conteneva molti caratteri del fascismo già individuati da altri, anche in tempi contemporanei agli eventi: il ruolo decisivo della guerra, la dislocazione sociale dei ceti medi, la debolezza della classe dirigente liberale, la mancanza di senso di appartenenza allo Stato, quello liberale risorgimentale, delle forze popolari, socialiste e anche cattoliche, ostili le prime, estranee le seconde, infine la sconfitta liberale identificata con quella di Giolitti. Spunti già esistenti prima e sviluppati in seguito dalla storiografia, ma tutto era ricondotto a una crisi etico-politica, della quale era stata vittima la coscienza liberale italiana che pure aveva guidato lo sviluppo nazionale nel suo primo cinquantennio unitario. Una crisi morale, non il frutto di meccanicismi materialistici di classe, crisi peraltro non solo italiana, bensì di dimensione europea.

Croce continuava la sua lunga lotta culturale antimarxista e fu chiaro anche in seguito, quando affermerà che «il fascismo non fu escogitato né voluto da alcuna singola classe sociale… Fu uno smarrimento di coscienza, una depressione civile e un’ubriacatura, prodotta dalla guerra, che si avvertì in quasi tutti i popoli che vi avevano partecipato… La classe operaia l’accettò, non più certamente, ma non meno delle altre» (intervista a «Il Tempo», 2 e 4 marzo 1947, vol. II, p. 346). Il fascismo fu «un fatto o un morbo intellettuale e morale, non già classistico ma di sentimento, d’immaginazione e di volontà genericamente umana, una crisi nata dalla smarrita fede non solo nel razionale liberalismo ma anche nel marxismo, che era a modo suo razionale sebbene materialistico». Riuscì al fascismo di inserirsi «nel vuoto che si era aperto nelle anime». In termini più spiccioli, «è ingenuo credere di averne trovato la radice nei superficiali e meccanici concetti delle classi economiche e delle loro antinomie, ma bisogna scendere molto più in fondo: nei cervelli degli uomini» (nel «Giornale» di Napoli e nel «Risorgimento Liberale», 29 ottobre 1944, vol. II, pp. 51-52).

Non appaiono nell’articolo sul «New York Times» né il concetto di “parentesi” né quello di “malattia” insorta in un corpo sano. Il primo apparve pochi mesi dopo nel discorso al primo congresso dei partiti del Cln del 28 gennaio 1944 (vol. I, pp. 54-62). Il contesto in cui fu espresso spiega come esso derivasse da preoccupazioni politiche. Il progetto politico di Croce (fu presidente del ricostituito Pli fino al novembre 1947) era quello di un liberal-conservatore che auspicava il ritorno allo Stato liberale prefascista, adattato alla nuova realtà democratica della società di massa e riabilitato con la radicale «estirpazione del fascismo», che passava dall’abdicazione del «superstite rappresentante del fascismo in Italia», cioè il re Vittorio Emanuele III e la sua cerchia burocratico-militare tutta compromessa con il regime, dalla rinuncia al trono dell’erede Umberto e l’istituzione di un consiglio di reggenza in nome del figlio minore di quest’ultimo. Un tentativo di salvare l’istituzione monarchica, ricollegandola al suo passato risorgimentale e liberale, chiusa la «parentesi» fascista.

Infatti il concetto seguiva nel discorso l’invito di Croce rivolto agli Alleati occupanti a considerare prioritaria la questione istituzionale: «L’Italia deve essere rispettata ed ascoltata. È vero, essa ha avuto venti anni di una triste, di una vergognosa storia… ma ha avuto altresì secoli e millenni in cui ha portato grandissimo contributo alla civiltà del mondo, e non sono lontani gli anni nei quali, con le altre nazioni sorelle, fiorì di vita operosa e indefessamente progressiva in un perfetto regime liberale, e, unita con quelle, sostenne una lunga e vittoriosa guerra. Che cosa è nella nostra storia una parentesi di venti anni? Ed è poi questa parentesi tutta storia italiana o anche europea e mondiale?». Epurata di quella “parentesi”, l’Italia poteva riprendere il cammino liberale prefascista e il suo posto tra le nazioni. Allo stesso intento di accreditare l’Italia nel nuovo mondo uscito dalla guerra mirava l’altrettanto celebre e criticato paragone dell’«interregno fascistico» all’invasione degli Hyksos, apparso in un discorso del settembre 1944 incentrato proprio sull’Italia nella vita internazionale (vol. II, pp. 87-102).

Letta in quel contesto, la “parentesi” risulta strumentale allo scopo politico di Croce espresso nell’occasione del congresso, non fondamento di un’interpretazione storiografica. Il filosofo non poteva non essere consapevole che essa era contraddittoria con il suo stesso storicismo perché negava il divenire storico. Questa irricevibilità del concetto di “parentesi” in sede storica fu riconosciuta anche dai suoi migliori allievi, si pensi a Federico Chabod in uno scritto dedicato proprio al Croce storico sulla sua «Rivista Storica Italiana» (ottobre-dicembre 1952).

I critici dell’interpretazione crociana tuttavia valorizzarono proprio questo concetto per contestare l’interpretazione etico-politica del fascismo data da Croce (polemicamente chiamata “parentetica”), staccandolo dal contesto politico in cui era posto. In particolare, i sostenitori della tesi del fascismo come “rivelazione” contestarono al filosofo la natura contingente del fascismo, che essi intendevano, al contrario, il necessario sbocco del carattere italiano formatosi nei secoli e rivelatosi nel fascismo, frutto di caratteristiche e presupposti formatisi nello Stato liberale risorgimentale e nello stesso processo unitario. Riecheggiava in questa interpretazione la tesi gobettiana del fascismo come “autobiografia della nazione”, che Gobetti aveva inserito nella sua critica del Risorgimento. In realtà, anch’essa si poneva su un terreno etico-politico, benché moralista, nell’affrontare il fascismo, ma vi aggiungeva un determinismo inaccettabile allo storicismo crociano. Tale interpretazione rispondeva anch’essa a esigenze politiche. Ritenere il fascismo un inevitabile frutto dello sviluppo storico dell’Italia unita e porre l’origine del fascismo in caratteri presenti nell’esperienza liberale precedente giustificava la richiesta delle forze della sinistra antifascista nel dibattito post-1945, specialmente quella azionista, di una radicale rottura con l’ordinamento prefascista, un rinnovamento che non risparmiava istituzioni e assetti precedenti, inclusa la monarchia.

Croce rispose a questi critici con il celebre paragone della “malattia”: «Se un uomo, che è sano e forte, cade in una malattia mortale, gli è certamente perché aveva in sé la possibilità della malattia; e tuttavia bene era giudicato prima sano e forte come e quanto un uomo può essere sano e forte, cioè senza mai avere in ciò l’immunizzazione contro tutte le possibili malattie e le epidemie che sopravvengono» («Quaderni della Critica», vol. 2, n. 6, novembre 1946, p. 102). Croce chiudeva questa breve risposta con il rilievo di «ingenuità» ai critici, che derivava dall’«antimetodica introduzione del concetto di causa in istoria, come altra volta ho detto» (faceva riferimento all’indebita introduzione nel campo storico del meccanico rapporto causa-effetto proprio della scienza, illustrato nel suo La storia come Pensiero e come Azione, pp. 14-18, ed. 1938). Insomma, denunciava un’insufficienza scientifica, confutabile con il «comune buon senso». Una vera e propria liquidazione. Non erano peraltro paragone e avvertenza nuovi, Croce l’aveva già usati nella lettera ricordata a Santarelli, allora giovane storico agli inizi della sua carriera di studi, quando l’aveva esortato a «non abusare della ricerca con la quale si vuole trovare in un’età precedente le cause del malessere che si è manifestato in un’età seguente». Nello stesso numero dei «Quaderni», quasi di seguito, Croce non mancava l’occasione polemica verso un altro determinismo, quello di Marx: «Materialista egli resta nelle sue teorie dello spirito umano, perché materialista è colui che in etica pone come principio l’interesse meramente personale ossia l’utile e considera maschera di esso tutto ciò che si chiama la morale… E materialista anche nel diverso senso di trasferire metafisicamente a principio della realtà il principio materiale o meccanico delle scienze positive; il che rende flagrante la sua contraddizione di congiungere a questo la dialettica e la concezione della storia… Il filosofare del Marx fu dilettantesco, fantastico e scorretto nel metodo… Solo il settarismo da una parte e l’ignoranza dall’altra hanno foggiato di lui un grande pensatore, che abbia fornito un metodo nuovo alla filosofia e alla storia».

Il concetto di “malattia” aveva un’implicazione moralistica, un giudizio di valore contraddittorio con lo storicismo crociano. Ma anch’esso, letto nel suo contesto, si rivela una figura letteraria in un’occasione polemica. Tuttavia, la polemica, che confondeva politica e storiografia (da ambo le parti), in anni ancora condizionati dalle recenti temperie, finiva per oscurare l’interpretazione etico-politica del fascismo, proposta da Croce sia pure come direttiva di ricerca.

L’interpretazione etico-politica del fascismo, depurata da “parentesi” e “malattie”, non era affatto isolata, al contrario si inseriva nel contesto culturale europeo, dove la collocò Renzo De Felice, che nel suo Interpretazioni del fascismo affiancò le pur sintetiche note del Croce alle interpretazioni diffuse nell’alta cultura europea, in particolare, ma non solo, tedesca, basti ricordare il nome di Friedrich Meinecke, il quale, benché parlasse del nazismo, sottolineava la dimensione europea della crisi morale alle sue origini (La catastrofe della Germania, edizione italiana 1948, pubblicato in Germania nel 1946).

L’interpretazione etico-politica del fascismo è stata nel tempo oscurata dall’egemonia di quella marxista, cui si era saldata quella moralistico-gobettiana, ma essa offriva una via d’uscita al determinismo delle altre interpretazioni, quella classista e quella della “rivelazione”. L’interpretazione etico-politica appare oggi, quando gli studi sul fascismo hanno ormai raggiunto maturità di approccio storiografico e ampiezza di ricerca, meritevole di riconsiderazione perché meglio di altre risponde alla domanda del perché il fascismo, in quel momento storico e in questo paese. Il successo fascista fu dovuto alla concomitanza di una pluralità di fattori propri dell’Italia post-bellica, ma fu la frattura etico-politica maturata nella crisi della coscienza liberale a determinare la forma dello sbocco della crisi post-bellica italiana, cioè essa spiega perché la soluzione di questa crisi poté prendere il volto del fascismo.

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