Giovanni Carosotti insegna Filosofia e Storia nei Licei. Studioso di didattica e politiche scolastiche, ha pubblicato saggi e articoli su temi filosofici, storici e pedagogici.
A distanza di qualche mese dal nuovo “Esame di Maturità”, come il ministro ha voluto tornasse a chiamarsi il rito conclusivo del percorso liceale, è possibile provare a stilare un primo bilancio. Per poterlo fare correttamente, bisogna assumere due punti di vista alternativi; entrambi però, e ciò può apparire un paradosso, riferibili al docente.
È necessario, preliminarmente, fare cenno a com’era strutturata la prova fino allo scorso anno, in particolare la fase del “colloquio”, l’unica su cui è intervenuto il legislatore e quella nel corso della quale la Commissione dovrebbe individuare il grado di “maturità” raggiunto dal candidato. Questi era tenuto a presentare un percorso pluridisciplinare a partire da uno spunto tematico propostogli dalla Commissione. Risulta palese quanto la volontà di valorizzare la pluridisciplinarità fosse manchevole, in quanto le possibilità di collegamenti congrui tra i vari argomenti studiati, comunque di carattere generalista, erano minime. Per cui la Commissione si accontentava di relazioni anche pretestuose. Non si poteva del resto fare altro, per non penalizzare uno studente cui sostanzialmente veniva richiesto l’impossibile. Molti studenti finivano per preparare due o tre possibili percorsi pluridisciplinari alternativi, e proporre poi il più adattabile alla proposta tematica della Commissione, inevitabilmente con qualche forzatura. Una modalità di lavoro che andava a penalizzare gli studenti più motivati, messi in condizione di non poter approfondire i contenuti secondo le loro capacità.
Il “colloquio” dell’attuale Esame di Maturità isola quattro discipline del curricolo, rispetto alle quali ogni Commissario interroga il candidato in modo autonomo; si tratta di un indubbio miglioramento, sia dal punto di vista del docente, non più chiamato a una valutazione su elementi aleatori, sia per l’alunno, più sicuro su come deve impostare la propria preparazione.
Se consideriamo il fenomeno dall’altro punto di vista, tale giudizio positivo è destinato a essere ridimensionato. Se esaminiamo infatti il nuovo esame alla luce della decennale politica di riforma scolastica, vediamo che ne supporta la logica mortificante nei confronti delle discipline. Si conferma una caratteristica propria dell’azione politica dell’attuale ministero che, a livello retorico, afferma di voler restituire piena dignità ai contenuti, ma sul piano concreto mortifica le discipline subordinandole all’ormai consueto contesto pedagogistico-tecnocratico cui sono estranee. Se si esamina la scheda ministeriale elaborata per valutare la fase del colloquio, notiamo che compare un’ultima voce, in base alla quale la Commissione è tenuta a esprimersi in merito alla personalità dell’alunno, al suo senso di responsabilità, all’essere in vari gradi persona votata alla solidarietà e allo spirito di iniziativa. Caratteristiche psicologiche che, per essere correttamente valutate, dovrebbero penetrare nel profondo della sfera personale di un soggetto, come forse solo una persona di lunga esperienza professionale in campo psicologico potrebbe fare, e non certo nei tempi minimi di un colloquio davanti a sconosciuti (almeno per i componenti esterni alla Commissione). Lo studente presenta sé stesso nella prima fase dell’esame, che appare, non certo per colpa dei candidati, la meno autentica, in quanto gli studenti cercano di offrire un’immagine positiva di sé come se si trovassero a un colloquio di lavoro. Nell’ultima parte, il candidato illustra la propria esperienza nell’ambito della Formazione Scuola Lavoro, attività che poco ha a che fare con le discipline studiate e che, nel corso dell’anno, ha spesso minato la continuità dello studio.
L’intento di inserire le discipline entro due fasi in cui protagonista è la soggettività del candidato serve a ribadire che la funzione di quanto studiato non è quella di comunicare contenuti in grado di emancipare il senso critico e la capacità di interpretazione di una realtà sempre più complessa. Nella relazione tra la psicologia del candidato e le sue conoscenze disciplinari la Commissione è invitata non tanto a giudicare il grado di conoscenza di queste ultime, bensì se il loro studio abbia consentito allo studente di migliorare la propria personalità psicologica. Una relazione impossibile da individuare, ma che è pienamente coerente con la visione pedagogistica delle competenze. E poco importa, da questo punto di vista, che i docenti con buona volontà riescano a vivere con maggiore dignità quest’ultimo confronto didattico con i propri alunni. E che l’Esame si configuri, almeno in una sua parte, più coerente con il lavoro realizzato nel corso dell’anno. In ogni caso, prosegue l’inganno di far credere che la scuola non comunichi sapere ma costruisca soggettività; come recitava un titolo di Orizzonte Scuola, che non esitiamo a definire distopico, «all’orale non si valuterà solo “cosa sai” ma anche “chi sei”».
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