Andrea Lago ha studiato filosofia tra Venezia, Bologna e Philadelphia, laureandosi con una tesi sul pensiero di Giorgio Colli (in corso di pubblicazione). Si interessa principalmente di letteratura – con un'attenzione particolare alla poesia –, di filosofia e di Intellectual History. Ha cominciato da poco a lavorare in ambito editoriale; al contempo, prosegue le sue ricerche in maniera indipendente e si accinge a conseguire una seconda laurea magistrale in Politica e sicurezza internazionale. Ha ricevuto premi e menzioni in svariati concorsi letterari, a livello sia locale che nazionale. Collabora occasionalmente con riviste culturali online.
Recensione a: S. Nadler, Spinoza e l’Olanda del Seicento, trad. it. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2020, pp. 480
L’ultima edizione italiana del fortunato testo di Steven Nadler ne propone la versione più aggiornata (Spinoza. A Life. Second Edition, Cambridge University Press, Cambridge 2018), che tiene conto delle più recenti acquisizioni nell’ambito della ricerca biografica su Spinoza. Per le citazioni riportate dalle opere del filosofo, l’autore ha potuto avvalersi di una nuova edizione inglese degli scritti, il cui secondo volume è uscito soltanto nel 2016 a cura di Edwin Curley (The Collected Works of Spinoza, Princeton University Press, Princeton). Nell’edizione italiana, le traduzioni dei passi di Spinoza sono invece tratte dalle Opere a cura di Filippo Mignini (Mondadori, Milano 2015). Questa seconda edizione corregge inoltre alcuni errori presenti nella prima, come segnalato dall’autore stesso nella Prefazione (pp. IX-X del volume recensito).
Il libro si inserisce a pieno titolo nel sottogenere della biografia filosofica, per il quale proprio autori anglosassoni si sono distinti in modo particolare: ci limitiamo a ricordare il Wittgenstein di Ray Monk (1990) e lo Hegel di Terry Pinkard (2000), ambedue comparsi nello stesso decennio del testo di Nadler (la prima edizione di Spinoza. A Life risale infatti al 1999), tradotti in italiano e tuttora disponibili sul mercato. Possiamo affermare che, al pari di questi ultimi, Spinoza e l’Olanda del Seicento non risente del peso degli anni e a tutt’oggi non può mancare nella biblioteca del lettore appassionato come in quella dello specialista. L’autore dichiara esplicitamente di non voler discutere i dettagli della filosofia di Spinoza, sottraendosi così preventivamente a diatribe su questioni dottrinali (Prefazione alla prima edizione, inclusa anche nel volume recensito alle pp. XI-XIII); e ciò, diremmo, in autentico spirito spinoziano, se il filosofo dichiarava di avere in odio le polemiche (il riferimento è all’epistola VI, a Oldenburg). Nondimeno, vengono passati in rassegna i contenuti fondamentali di ciascuna opera, dall’incompiuto Trattato sull’emendazione dell’intelletto all’altrettanto incompiuto Trattato politico, non tralasciando nemmeno un’opera che può dirsi filosofica piuttosto in senso lato, quale il Compendio di grammatica della lingua ebraica. Tali sunti, semplici ma non banalizzanti, e che rivelano pertanto una comprensione approfondita da parte dell’autore, rendono conto efficacemente dell’evoluzione intellettuale di Spinoza, e saranno senz’altro molto utili al pubblico meno esperto di cose spinoziane; gli specialisti potranno invece apprezzarne soprattutto le qualità di sintesi. Questi ultimi, tuttavia, e in particolare gli storici della filosofia, troveranno nella ricostruzione storiografica qui offerta della situazione politica, culturale e religiosa dell’Olanda del XVII secolo un riferimento imprescindibile per ogni studio ulteriore.
La descrizione del contesto in cui Spinoza visse, scrisse e morì costituisce infatti l’ossatura del libro: basti considerare che nei primi quattro capitoli – e, dunque, per oltre cento pagine – Spinoza non emerge quale protagonista della narrazione. Tali capitoli sono infatti dedicati all’introduzione di tutti quegli elementi necessari a tracciare, nel prosieguo, una biografia di Spinoza che ponga nella giusta luce i legami del filosofo con il proprio tempo. Tra i temi svolti figurano: la situazione degli ebrei nei regni europei, atta a comprenderne i flussi migratori (un’attenzione speciale, va da sé, è riservata ai conversos ispano-portoghesi); la ricostruzione delle vicende della famiglia Spinoza precedenti la nascita di Baruch e negli anni della sua prima infanzia; l’inquadramento degli Stati d’Olanda in materia di economia, politica estera e politica interna (in particolare, la questione degli equilibri religiosi e della tolleranza); l’integrazione degli ebrei nel territorio olandese, loro rapporti con le autorità politiche e con i movimenti religiosi locali; la descrizione delle strutture organizzative interne alla comunità ebraica (educazione, rabbini eminenti, funzioni religiose, funzioni amministrative etc.). In tutto ciò, all’autore riesce di delineare efficacemente, in pochi paragrafi, la tragica vicenda dell’eretico Uriel da Costa, chiarificando altresì la portata dell’influsso che questi poté esercitare su Spinoza, oggetto di molti dibattiti. Ma simili ritratti di personaggi notevoli costellano l’intero testo (si veda, a titolo di esempio, il curioso profilo dello pseudo-messia Zevi di Smirne nel capitolo X). Fin da queste prime pagine, dunque, risalta l’assoluta competenza dell’autore nel trattare la storia e il pensiero degli ebrei in età moderna.
Seguono due capitoli, il V e il VI, che ripercorrono con dovizia di particolari la giovinezza di Spinoza, tra gli studi – l’istruzione ebraica in seno alla comunità e quella gentile alla scuola di Franciscus van den Enden –, la conduzione degli affari per l’attività commerciale di famiglia e la terribile scomunica che sancirà la definitiva separazione dai suoi correligionari. I restanti sei capitoli sono dedicati allo Spinoza maturo, che giunse guadagnarsi la reputazione di valente filosofo oltreché di esperto nella strumentazione ottica, come testimoniano l’interesse per il suo lavoro da parte di intellettuali illustri quali Christiaan Huygens, Robert Boyle e Leibniz. Una buona fama, la sua, costantemente adombrata dalla nomea di sobillatore e corruttore dei costumi e della retta religione. Il profilo che ne emerge è quello di un individuo vissuto con estrema coerenza secondo le verità che gli fu dato scoprire, sempre animato da una passione ardente per la conoscenza. Un pensatore solitario, che al trambusto delle città preferiva la quiete dei villaggi, ma per nulla isolato, se trovò tra gli amici di lunga data i principali collaboratori, interlocutori e destinatari delle opere. Nei capitoli imperniati sulle vicissitudini esistenziali di Spinoza, l’autore mostra di fare un uso sapiente delle più antiche fonti biografiche – su tutte, Lucas e Colerus –, nonché del materiale epistolare, confrontandoli e integrandoli con dati tratti da documenti dell’epoca (ad esempio, atti giudiziari e contabili).
Dal lavoro di Nadler si evince, infine, come Spinoza non si sentisse isolato nemmeno rispetto al suo contesto politico e civile, i cui sviluppi seguiva anzi con attenzione, se non altro per tutelare i propri interessi, dacché gli eventi stessi dovevano prescrivergli le cautele necessarie a non farsene travolgere. Ma se egli non appare indifferente alle sorti della repubblica, ciò è dovuto in prima istanza a un orientamento politico repubblicano e democratico, contrario a una supremazia degli orangisti e favorevole piuttosto alle politiche liberali di un De Witt. Non si dovrà credere che, con il crescente rilievo assunto dalla figura del filosofo, Nadler tralasci di completare il quadro preparato nei primi capitoli: la situazione interna agli Stati Olandesi e i rapporti conflittuali con le superpotenze europee sono descritti negli snodi più significativi, sempre con un occhio di riguardo alla questione della libertà di pensiero e della tolleranza religiosa, che ebbero un risvolto decisamente negativo con la truculenta uscita di scena dei fratelli De Witt. In quegli anni (il decennio del 1670), Spinoza dovette guardarsi dai calvinisti più conservatori, dai cattolici e, forse sorprendentemente, dai cartesiani stessi, i quali, proprio perché più vicini a lui per vedute, tenevano a dissociarsi quanto possibile da un nome irrimediabilmente compromesso. A tutto ciò, si aggiunga un’avversione generale da parte dei concittadini: l’associazione ai De Witt alimentò sospetti di tradimento, con l’aggravio ulteriore di avere egli presuntamente cospirato con il nemico francese ai danni della repubblica (si veda l’episodio di Utrecht nel capitolo XI).
Così, circondato da più parti e prudentemente appartato per conservare la libertas philosophandi, Spinoza morì in casa del suo ospite Van der Spyck. All’epilogo vero e proprio, Nadler riserva appena qualche pagina: certamente ciò non è dovuto all’impazienza di concludere un lavoro altrimenti tanto paziente e meticoloso, ma forse nemmeno all’ordinarietà delle circostanze; ci piace pensare che si tratti nuovamente di autentico spirito spinoziano, se è vero che l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte.
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