Giuseppe Balducci (1992) è critico e traduttore letterario. La sua formazione si caratterizza per un costante dialogo tra tradizione classica e modernità. Attraverso la curatela di opere di Norman Douglas (Capri. Annotazioni antiquarie, La nave di Teseo), Henry de Montherlant (Giulio Cesare. Dialogo con un'ombra, Aragno), John Addington Symonds (Amore cameratesco, Editoriale Scientifica) e altri autori, ha approfondito temi come l'amicizia virile, la ricezione della grecità e la continuità della cultura classica nell'Europa moderna. Suoi contributi sono apparsi su varie riviste, tra cui «Antinomie», «Divus Thomas», «Il Giornale dell'Arte», «Il Tascabile», «La ricerca», «MicroMega» e «Studium».
Il soggiorno romano di Hayden White (1928 – 2018) negli anni Cinquanta rappresenta uno dei momenti decisivi della sua formazione intellettuale. Quando il giovane storico americano giunge a Roma nel 1953 con una borsa Fulbright, è ancora un medievista interessato alla storia della Chiesa e alle riforme gregoriane. Nel giro di pochi anni, tuttavia, quell’esperienza lo conduce a interrogarsi non solo sugli eventi del passato, ma sulle forme attraverso cui il passato viene narrato e reso intelligibile. Al centro di questa trasformazione si colloca l’incontro con Mario Praz.
Critico letterario, storico della cultura inglese e docente dell’Università di Roma, Praz incarnava una concezione della cultura profondamente interdisciplinare. Nella sua prospettiva, letteratura, arti figurative, storia e filosofia non costituivano ambiti separati, ma manifestazioni di una stessa esperienza culturale. Attraverso la rivista English Miscellany: A Symposium of History, Literature and the Arts, da lui diretta, offrì a White un ambiente intellettuale meno vincolato alle rigide divisioni disciplinari dell’accademia americana.
Fu grazie a Praz che White pubblicò tra il 1957 e il 1958 i suoi primi importanti saggi teorici su English Miscellany. Dedicati a R.G. Collingwood, Arnold J. Toynbee e Christopher Dawson, questi testi costituiscono il primo laboratorio della futura metahistory. White vi sviluppa un metodo volto a individuare le presupposizioni profonde delle interpretazioni storiche e a comprendere come gli storici costruiscano il significato del passato. Nel saggio Collingwood and Toynbee: Transitions in English Historical Thought, White presenta i due autori come protagonisti della reazione contro il positivismo e lo scientismo che avevano dominato la storiografia inglese. Ricostruendo le radici empiristiche della tradizione britannica, da Hume a Robertson, egli mostra come la concezione della storia quale semplice registrazione dei fatti avesse progressivamente escluso ogni riflessione sul significato complessivo del processo storico. Collingwood viene apprezzato per aver restituito centralità all’immaginazione storica. La sua teoria del re-enactment sostiene che lo storico non osserva passivamente i documenti, ma ricostruisce nella propria mente i pensieri e le intenzioni degli uomini del passato. La conoscenza storica diviene così un processo interpretativo e creativo. White è particolarmente colpito dall’idea secondo cui «ogni storia è storia del pensiero» e dalla convinzione che gli eventi storici, a differenza dei fenomeni naturali, possiedano una dimensione interna fatta di intenzioni e significati.
In Toynbee, autore di A Study of History, White individua invece il tentativo di organizzare il passato entro grandi schemi interpretativi. Più della validità empirica delle conclusioni, lo colpisce la capacità di trasformare una massa di dati in una trama coerente di ascesa, crisi e declino delle civiltà. Egli segue con interesse l’evoluzione del pensiero toynbeiano, che da iniziali aspirazioni positivistiche approda a una concezione sempre più religiosa della storia. Già qui emerge una convinzione destinata a diventare centrale: i fatti storici non possiedono un significato intrinseco, ma acquistano senso soltanto quando vengono inseriti in una configurazione narrativa capace di organizzarli in una totalità intelligibile.
Ancora più importante risulta il saggio dedicato a Christopher Dawson, storico cattolico che White considera il terzo grande protagonista della rivolta contro l’empirismo inglese. Per Dawson, la dimensione religiosa non è un semplice elemento sovrastrutturale, ma il centro simbolico capace di dare coerenza all’esperienza storica di una comunità. Attraverso di lui White entrò in contatto con una concezione della storia influenzata dalla tradizione cattolica, nella quale gli eventi assumono significato all’interno di una narrazione più ampia. Pur mantenendo una posizione critica verso gli aspetti teologici del suo pensiero, comprese che nessuna interpretazione storica è davvero neutrale. Ogni racconto del passato presuppone una visione del mondo che orienta la selezione e l’organizzazione dei fatti. L’attenzione per le premesse filosofiche e culturali delle diverse interpretazioni costituiva già il nucleo di quella riflessione meta-storiografica che sarebbe maturata pienamente negli anni successivi.
A queste influenze si aggiunse la scoperta dell’esistenzialismo europeo. White ricorderà l’importanza di Jean-Paul Sartre, Karl Jaspers e Gabriel Marcel. Da questi autori apprese una concezione dell’esperienza umana fondata sulla scelta, sulla contingenza e sull’apertura del futuro. Anche questa tensione tra struttura e libertà sarebbe rimasta una componente essenziale della sua riflessione. Proprio qui si può individuare l’origine della futura nozione di metahistory. White comincia a interrogarsi non soltanto sugli eventi storici, ma sulle strutture concettuali, simboliche e narrative che rendono possibile la loro rappresentazione. La domanda fondamentale non è più «che cosa è accaduto?», bensì «come e perché gli storici raccontano il passato in un determinato modo?».
Queste intuizioni trovarono la loro formulazione più compiuta in Metahistory, pubblicato nel 1973. In quest’opera White si propose di indagare le strutture profonde della coscienza storica e di mostrare come ogni opera storiografica sia il risultato di precise scelte narrative. Fondamentale fu l’influenza di Northrop Frye e della sua Anatomy of Criticism. Da Frye White riprese l’idea che le forme del racconto siano radicate in archetipi e strutture mitiche sedimentate nella tradizione classica ed ebraico-cristiana. Una storia diviene comprensibile quando il lettore riconosce il modello narrativo di cui costituisce una particolare esemplificazione. Da qui la convinzione che anche la storiografia, pur fondata sui documenti, partecipi di procedimenti analoghi a quelli della letteratura.
Riprendendo le categorie elaborate da Frye, White sostenne che gli storici trasformano le cronache in racconti attraverso un’operazione di emplotment, una vera e propria messa in intreccio. Gli eventi, in sé, sono neutrali; il loro significato deriva dalla forma narrativa che li organizza. Uno stesso processo storico può così essere rappresentato come romanzo di emancipazione, commedia del progresso, tragedia della decadenza oppure racconto ironico e disincantato. La storiografia non si limita quindi a registrare fatti, ma li seleziona, li gerarchizza e li inserisce in configurazioni narrative analoghe a quelle della letteratura. In questo senso il testo storico è un «artefatto verbale», una costruzione linguistica che, pur fondata sull’evidenza documentaria, ricorre a procedimenti propri dell’immaginazione narrativa.
Alla base di ogni interpretazione operano inoltre differenti strategie argomentative, implicazioni ideologiche e strutture figurative profonde. White ricondusse queste ultime ai quattro tropi fondamentali della retorica – metafora, metonimia, sineddoche e ironia – che non costituiscono semplici ornamenti stilistici, ma orientano il modo stesso di pensare il passato. La metafora tende a cogliere somiglianze e totalità, la metonimia privilegia le relazioni causali e le connessioni contingenti, la sineddoche interpreta le parti come espressioni del tutto, mentre l’ironia introduce una distanza critica che dissolve ogni pretesa di significato definitivo. L’esempio privilegiato da White è la Rivoluzione francese. Gli stessi eventi possono infatti essere narrati in modi radicalmente differenti senza che cambino i dati documentari. Michelet la interpreta come un dramma romantico di liberazione, fondato su una visione sineddotica nella quale il popolo incarna l’intera nazione. Tocqueville, al contrario, la rappresenta come una vicenda tragica percorsa da elementi ironici, secondo una prospettiva prevalentemente metonimica attenta ai rapporti di causa e agli effetti inattesi. Edmund Burke, infine, ne propone una lettura satirica e ironica. Le differenze tra queste interpretazioni non dipendono dalla disponibilità di fatti diversi, ma dalle differenti modalità attraverso cui gli storici configurano gli eventi e attribuiscono loro significato. La narrazione storica si presenta così come una mediazione tra il passato e gli schemi simbolici attraverso i quali una cultura rende comprensibile ciò che le appare inizialmente estraneo.
La storia assume pertanto la funzione di rendere familiare ciò che è lontano e apparentemente privo di ordine. Gli eventi vengono trasformati in racconti intelligibili attraverso forme simboliche condivise da una determinata comunità culturale. In questo senso, la storia non è l’opposto della letteratura, ma una particolare modalità di costruzione del significato. Le radici di questa prospettiva, destinata a esercitare una profonda influenza sulla teoria della storiografia contemporanea, possono essere fatte risalire proprio agli anni trascorsi da Hayden White a Roma e al dialogo intellettuale instaurato con l’ambiente cosmopolita di English Miscellany.
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