Nato nel 2005 a Roma, ha conseguito il diploma di maturità presso il Liceo Classico Linguistico “Immanuel Kant”. Attualmente studia Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma “La Sapienza”. Si occupa principalmente di storia del pensiero politico.

Il filosofo e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, Roberto Esposito, nella sua opera Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi, 2025), propone un’analisi filosofica dei movimenti fascisti, con l’obiettivo di coglierne i caratteri essenziali. La sfida è andare oltre la dimensione meramente storica del fenomeno ed immergersi nelle tenebre del fascismo, nella dimensione più oscura e irrazionale di un movimento che è riuscito a stregare milioni di uomini. Lo studio diventa così introspezione, in quanto noi stessi, nonostante ci definiamo antifascisti, ancora oggi ci troviamo stranamente e morbosamente attratti dall’immaginario fascista, con i suoi miti e le sue tragedie.

Secondo Esposito, il fascismo, prima che movimento e ideologia, è una “macchina metafisica” generativa del consenso. Questa macchina “consiste nel suddividere la realtà in due polarità opposte, immettendo l’una all’interno dell’altra, dopo averle modificate entrambe” [1]. In questo modo sfrutta le armi del nemico per accrescere il proprio consenso, per occupare l’intero spazio del pensiero, svuotando le idee opposte del loro significato originario, per poi riunirle in una concezione totalizzante della vita. Questo il motivo per cui all’interno del fascismo si trovano frammenti di ideologie di destra con altre di sinistra: rivoluzione e tradizione, differenza e uguaglianza, nazionalismo e socialismo. L’apparente contraddizione non è casuale, fa parte di un disegno ben preciso ed è l’elemento di forza del fascismo. L’obiettivo è risolvere il conflitto con l’avversario, privandolo delle sue categorie di pensiero, dei suoi miti. In questo senso il fascismo è totalitario, poiché punta alla totalità, vuole inglobare gli opposti in una caotica unità che non riconosce le differenze. Mussolini è chiaramente la prima figura che mette in moto questa macchina metafisica, definendo egli stesso il suo movimento come tutto e il contrario di tutto: “Ci permettiamo il lusso di assommare e conciliare e superare in noi quelle antitesi in cui si imbestiano gli altri […]. Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari” [2]. Il fascismo è l’unità degli opposti, una sovrapposizione di contrari: tradizionalismo – modernismo, mito – tecnologia, passato – futuro, legalità – anarchia, vita – morte.

Vita e morte
Quest’ultima coppia, in particolare, è di primaria importanza nei movimenti fascisti, caratterizzati da una duplice pulsione verso la vita e la morte, in un costante dialogo fra proclami di potenza e tensioni suicide. La natura sadomasochistica si manifesta nella struttura gerarchica degli Stati fascisti, nel desiderio di sottomissione e allo stesso tempo di dominio. L’odio si rovescia sui gruppi sociali indicati dal regime come oggetto di discriminazione, permettendo ai sottoposti di sfogare la propria frustrazione. L’ossessione verso la morte è evidente nel Totenkopf, il simbolo distintivo delle SS, raffigurante un teschio e due tibie incrociate; nella tradizione degli Arditi italiani, che avevano sulla loro bandiera un teschio che stringe fra i denti un pugnale, o nel motto della Falange spagnola: “Viva la muerte!”. La morte sta alla base dell’immaginario fascista e si esprime allo stesso tempo come omicidio e come suicidio. Lo si evince chiaramente dal discorso di Hermann Göring del 30 Gennaio 1943, in occasione del decimo anniversario della salita al potere dei nazisti. Sono gli ultimi tragici giorni della battaglia di Stalingrado e Göring si rivolge ai soldati tedeschi assediati nella città, per convincerli a cercare la morte eroica sul campo di battaglia: “Conosciamo un grande poema eroico di una battaglia imparagonabile: la Battaglia dei Nibelunghi. Anche loro (i Nibelunghi) si trovarono in una sala in preda al fuoco e alle fiamme e spensero la loro sete con il loro stesso sangue, ma combatterono e combatterono fino all’ultimo uomo. Questo tipo di battaglia si sta combattendo oggi a Stalingrado” [3]. La stessa conclusione storica del nazismo è stata espressione di una tendenza suicida, con l’ordine di Hitler di lottare ad oltranza e far morire l’intero popolo tedesco, non meritevole di sopravvivere dopo la sconfitta. Dall’altro lato, il fascismo è anche un movimento che predica la vita, la Giovinezza e la vittoria. Il dualismo vita – morte rispecchia quello tra passato e futuro, tradizione ed innovazione, anch’esso presente in varie forme. Mentre elogiano il passato della Roma antica, i fascisti italiani si appropriano del futurismo come propria avanguardia artistica, una corrente che faceva del rifiuto del passatismo e dell’elogio di un futuro industriale e tecnico il suo tema principale. Anche nella Germania nazista il mito dello sviluppo industriale e del progresso scientifico è centrale e trova applicazione pratica nell’invenzione di nuovi strumenti di guerra e nella progettazione di città futuristiche, all’insegna della Neue Deutsche Baukunst di Albert Speer.

Legalità ed anarchia
Un altro elemento essenziale della macchina metafisica del fascismo è il rapporto tra legalità ed anarchia, due concetti apparentemente opposti, ma che trovano entrambi espressione nello Stato dittatoriale fascista. Dietro l’elogio della legalità, dell’ordine e della disciplina, si cela un potere svincolato da ogni limite giuridico, esercitato arbitrariamente dai gerarchi del regime. Secondo Hannah Arendt, questo è un aspetto peculiare dei regimi totalitari, l’indistinzione tra potere arbitrario e potere legittimo. I totalitarismi sono sempre liberi di esercitare il proprio potere politico, attraverso decisioni che ignorano la dimensione giuridica. In questo senso, i fascismi appaiono l’espressione più piena della sovranità statale, la massima autonomia decisionale del potere politico. Tuttavia, questa sovranità non si traduce in un regime ordinato, regolato da leggi ferree, che garantisce sicurezza e stabilità, bensì sfocia in una condizione caotica di anarchia nell’esercizio del potere. È ciò che sostiene Franz Neumann in Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, dove paragona il nazismo al mostro biblico Behemoth, preso da Hobbes come simbolo di anarchia e dissoluzione dell’ordine statale: “Crediamo che il nazionalsocialismo sia, o tenda a diventare,
un non-Stato, un caos, un regno di illegalità e anarchia” [4]. Questo è il paradosso del fascismo: il suo essere un ordine anarchico, un enorme sistema gerarchico e totalitario destinato ad autodistruggersi nella sua assenza di regole. Lo mostra chiaramente Pier Paolo Pasolini nel suo film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, dove l’anarchia del potere si manifesta nelle orge e nelle pratiche depravate a cui i gerarchi fascisti si abbandonano, in una villa decadente, durante gli ultimi giorni della Repubblica di Salò. Attraverso le parole di uno dei gerarchi, Pasolini coglie la natura anarchica del potere fascista: “Noi fascisti siamo i soli veri anarchici, naturalmente una volta che ci siamo impadroniti dello Stato. Infatti, la sola vera anarchia è quella del potere”. È chiaro che Pasolini volesse riflettere sul potere in sé, che nasconde sempre una natura anarchica, ma il fatto che prenda proprio il fascismo come esempio dimostra la peculiarità della natura di questo, che più di ogni altro regime esprime l’unità contraddittoria tra ordine e caos, legalità ed anarchia.

Bibliografia
1. Accademia IISF. (1/3) Roberto Esposito – Il fascismo oltre la storia: filosofia, psicoanalisi, letteratura (1/10/2025), Video. https://www.youtube.com/watch?v=vqQcRE3J25w
2. Mussolini, Benito. “Dopo due anni”, Il Popolo d’Italia (23/03/1921). https://www.adamoli.org/benitomussolini/pag0143-01.htm
3. Discorso riportato nel giornale Kampfblatt, Völkischer Beobachter, n.33 (1943), pp.3-4. Cit. in: Ganter, Theresa M. Searching for a New German Identity: Heiner Muller and the Geschichtsdrama, Peter Lung Pub Inc, 2008, p.129
4. Neumann, Franz. Behemoth, Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Mondadori, 2007, p. 3

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