Gianfranco Andorno (1937), da bambino ha vissuto a Genova i tragici eventi della guerra, che ricorda intensamente. Giovanissimo vanta articoli su “Il Borghese” di Leo Longanesi. Conserva una lettera di Gianna Preda che si complimenta e lo incoraggia. Poi si adegua ai dettami delle avanguardie e partecipa al “funerale” della parola scritta. Opta per le immagini che ritiene più immediate: la fotografia (Popular Photografy ecc.) e la pittura (Flash Art). Mostre a Milano 1998, Art Innsbruck 1999. Infine, ha un ripensamento e ritorna alla scrittura. Con il primo libro Le stagioni dell’inganno raccoglie il Fiorino d’Oro a Firenze. Altri libri premiati: Prima che il buio(Cinque Terre Golfo dei Poeti); Il falò dell’io (terzo premio Lord Byron Porto Venere 2022). Il suo slogan è: “Scrivo storie che non sono storie”.
Autunno del 1870. Giuseppe Mazzini, rinchiuso nella fortezza di Gaeta, così celebra la presa di Roma: “… Io ho creduto di evocare l’anima dell’Italia e non mi vedo innanzi che il cadavere.” La breccia di Porta Pia è una sconfitta del suo Partito d’Azione in quanto assente. Sembra un paradosso ma è profondamente amareggiato. La città è conquistata dai Bersaglieri per conto di un sovrano mentre lui l’avrebbe voluta liberata dal popolo. La presa dei piemontesi gli appare come la nascita di un corpo senza anima. Non appena libero Mazzini riprende il suo attivismo a favore della repubblica ma un evento d’oltralpe scompiglia il suo messianismo.
Si conclude la guerra franco-prussiana, la battaglia di Sedan sancisce la sconfitta della Francia e la cattura dell’Imperatore Napoleone III, reso una larva da una cistite purulenta. La sua una fine ignominiosa, scrive al re di Prussia: “Mio signor fratello…” Inciso nazionale: la monarchia sabauda considera i volontari comandati da Giuseppe Garibaldi al fianco dei francesi come criminali, colpevoli del reato di aver combattuto all’estero senza permesso.
Il popolo parigino non accetta la resa e costituisce un governo rivoluzionario, la Comune. Dopo un primo approccio di tutti i cittadini il potere resta solo ai socialisti, ai giacobini, che instaurano un regime proletario. Questo ha una composizione variegata che viene negata dagli osservatori italiani. Ai moderati suscita orrore e disgusto e la stampa esagera: i comunardi dei folli, il terrore rosso oggi in Francia domani in Italia. La Chiesa parla di flagello di Dio e cerca di infilarci anche i liberali. I repubblicani radicali invece scorgono nella Comune l’arrivo della democrazia. Inviano un messaggio: “Parigi combatte contro l’egoismo dei privilegiati. Il vostro principio della rivoluzione sociale sarà il principio regolatore delle società moderne…” Per Mazzini è un atto di materialismo contrario a Dio e Patria, per Garibaldi: “La Comune è il sole dell’avvenire.”
Il 28 maggio l’esercito del generale Mac-Mahon chiude l’esperienza di autogoverno con la semaine sanglante, gareggiando negli eccidi con la Comune e vincendo di gran lunga. Vano l’appello dei comunardi ai soldati: “voi siete dei proletari come noi.” La repressione è inesorabile. I condannati salvatisi dalle fucilazioni in massa saranno deportati nelle colonie in Nuova Caledonia e Guyana.
La stampa di sinistra italiana non la metabolizza come una débacle ma l’inizio di una nuova lotta generale contro l’ineguaglianza. C’è desiderio di vendetta: “il tempo della politica sentimentale e poetica è passato…” E l’immagine di Bakunin si ingrandisce.
Michail Bakunin è un agitatore russo che fuggito dalla Siberia, dove era confinato, nel 1864 ripara in Italia. A Lione nel marzo del 1870 è stato riconosciuto come il pontifex maximus dei socialisti anarchici. Alle sue spalle l’Internazionale con la suggestione: “Il mazzinianismo ci divide, l’internazionale ci unisce.” Garibaldi offre il suo consenso: “l’Internazionale vuole tutti gli uomini fratelli, non preti, e la fine dei privilegi.” Il capo delle Camicie Rosse partecipa egregiamente alla confusione politica del momento. È ostile al clero cattolico e a Mazzini al quale addossa e non perdona il fallimento dell’impresa a Mentana nel 1867 per la mancata insurrezione dei romani. È l’unica sconfitta di Garibaldi e militarmente dovuta ai nuovi fucili francesi Chassepot, a retrocarica e con il calcio di gomma. Mazzini vedeva in Garibaldi un possibile dittatore e Garibaldi in Mazzini un cumulo di teoria non supportato dalla pratica.
Il socialismo di Garibaldi è bonaccione, prefigura tutti gli uomini riuniti indipendentemente dalla loro diversa fede politica. Predica umanità e libertà, non parla di eguaglianza e di lotta di classe ma su questa è molto pragmatico. I lavoratori sono contro i padroni poi come i lavoratori hanno il capitale passano con i padroni e tutto ritorna come prima, afferma. Nel parlamento torinese si presenta con la camicia rossa, un mantello bianco e in testa un vistoso sombrero contro la macchia grigia composta dagli altri deputati. Tranquillo è capace di accusare Cavour di causare una guerra fratricida nel sud e crea una gran baraonda con i parlamentari difensori del ministro. Nell’aula vagava il sospetto che il Re avallasse quel ribelle per un colpo di stato.
In politica Garibaldi è ingenuo e cade vittima di equivoci. L’AIL, associazione internazionale dei lavoratori, la intende unicamente come un ente umanitario di aiuto agli oppressi. Invece è l’Internazionale fondata nel 1864 che sfocerà in Italia nel 1872 dove sarà ispirata e dominata da Bakunin. (Per strapparla dalle mani sue e dei seguaci Marx la sopprimerà spostando la direzione in America.) A sua volta Mazzini non è tenero con Garibaldi, confida agli amici che il nizzardo trasformerà il congresso progettato in un bel pasticcio con la sua “monomania antipretesca”, i liberi pensatori. Il braccio e la mente del Risorgimento hanno imboccato strade diverse. Garibaldi ateo? Si rifugiava nei conventi dei cappuccini dove era ben accolto e ci sono le tre messe richieste per la povera Anita.
Nel 1871 Marx ed Engels attaccano violentemente Bakunin per liberarsene. Engels è il fido scudiero di Marx, si definisce suo secondo violino riconoscendone il valore. È il suo sostegno economico saldando i debiti e non solo. Arriva a riconoscere la paternità di un figlio illegittimo di Marx avuto con la governante Helene per evitare uno scandalo. Marx è ebreo senza esserlo, famoso il suo: “La religione è l’oppio dei popoli.” È contrario all’etica e religione perché l’unica divisione che ammette è la “classe”.
Anni prima Engels in una lettera ha comunicato a Marx di sospettare che Bakunin sia una spia. L’esule russo dopo il fiasco dei suoi obiettivi: l’abolizione dello Stato, la rivoluzione sociale, si ritrova a Locarno deluso e squattrinato. È sostenuto da prestiti personali in franchi dei pochi simpatizzanti. Rientra a Firenze più convinto che mai a “minare” Mazzini. Già al suo arrivo in Italia aveva attaccato la dottrina sociale dell’Apostolo usando anche “ironia distruttiva”.
Il nucleo dei repubblicani radicali era conteso da Mazzini, Garibaldi, Bakunin e da quelli di Londra: Marx ed Engels. Mazzini è cultore dell’idealismo politico, è religioso, onora la patria, è per le cooperative sociali, sottolinea l’importanza del dovere. Bakunin ha per soggetto gli operai, i contadini, i miserabili. È per l’insurrezione spontanea, la distruzione dello stato, il suo motto: né Dio né padroni! Ritiene gli oppressi la testa d’ariete dell’azione devastante. Marx ed Engels considerano il proletariato industriale, sono per la lotta di classe e fondazione partito politico, lo stato da conquistare momentaneamente sino al traguardo del comunismo.
Ogni attacco di Bakunin a Mazzini agevolava l’Internazionale e di riflesso Marx ed Engels, suo malgrado, dato che per lui, sottobanco, erano suoi bersagli. Singolari le molte coincidenze della predicazione di Bakunin con il messaggio libertario di Pisacane di una decina d’anni prima: “Libertà e Giustizia!”
Alla vigilia del Congresso a Roma Bakunin stampa un opuscolo violento: “Mazzini vuole il dispotismo di Roma ma noi che non abbiamo religione respingiamo…” Illustra un Mazzini dittatore di una classe operaia imbavagliata, paralizzata. “Ai miei amici d’Italia” il … ad amicarsi il pubblico. Nel tempo ha perduto la convinzione che i contadini, “il proletariato degli straccioni”, potessero esautorare la borghesia. Adesso, dopo la Comune, professa la necessità dell’unione tra proletari urbani e rurali.
Mazzini deve impegnarsi nel dibattito ed ha poche forze, è malato. Vive a Pisa sotto il falso nome di Giorgio Brown e il 10 Marzo del 1872 morirà. Porterà con sé il suo: “Dio e popolo.” Una commistione difficile e improbabile in quei momenti. La Comune di Parigi aveva abbattuto il dogma mazziniano che la salvezza del proletariato stava nella collaborazione con la borghesia. La Comune ha confermato il secolare egoismo dei borghesi.
Le associazioni operaie non vanno al Congresso di Roma! L’insuccesso di Mazzini a raccogliere i lavoratori è attribuito al fatto che non ha compreso “che il problema politico-sociale, esaurito il risorgimento, entrava in una nuova fase e il nostro paese non poteva restare immune o estraneo all’ascesa europea del socialismo.” Così suggerisce Carlo Morandi. Un operaio della Lega Rossa scrive della scuola mazziniana: “Questa scuola appare come in una nube. Tutto si ravvolge nel misticismo. Ma santo Dio, adesso… v’è bisogno di farina e non di cose ipotetiche.”
Mazzini vede la rovina del partito repubblicano provocata dall’invasione dei barbari, e sono i socialisti. Ricorre ad allegorie vane, indica tutti come: “Polli chiusi in un pollaio che si beccano, messi all’aperto, sono più amici di prima.” Non è così! Il socialismo e l’anarchia conquistano gli animi che alla fratellanza preferiscono l’azione. L’ideologia religiosa, il mito romantico della patria appaiono come un bagaglio vecchio da abbandonare. Un retaggio di impotenza. Questa è una guerra che porta allo scioglimento della Prima Internazionale con l’espulsione di Bakunin e i suoi, Mazzini in una bolla di isolamento.
Negli anni a seguire l’apparente successo del movimento anarchico di Bakunin ne decreta le esequie. Il tentativo insurrezionale del 1874, i processi. La persecuzione del governo e la polizia zelante impediscono la propaganda sovversiva. Il movimento operaio sembra aver subito un disincanto, si risveglia e si indirizza a un socialismo gradualista. Bakunin nel 1874 si trasferì in Svizzera, a Minusio, dove rimase sino alla morte nel 1876.
Una analisi profonda e sagace sul socialismo in Italia dal 1860 e avanti è contenuta nel saggio di Nello Rosselli 1927, scritto in tempi roventi. Per lui il passaggio da Mazzini a Bakunin non è il tradimento del Risorgimento ma la dovuta prosecuzione per lo sviluppo sociale. Mazzini non afferra la questione sociale ed è contro gli scioperi. Ma nell’opera di Rosselli è contenuto un presagio fondamentale per il futuro. L’estremismo anarchico non ha edificato un movimento operaio con stabili organizzazioni sociali, lo ha lasciato libero ad avventure e innamoramenti. E questo avviene. Preda consenziente e non di chi saprà unire l’attivismo bakuniano con il mito della patria mazziniano.
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