Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).

Recensione a La grazia, di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo (Mariano De Santis), Anna Ferzetti (Dorotea De Santis), Orlando Cinque (Massimo Labaro), Massimo Venturiello (Ugo Romani), Milvia Marigliano (Coco Valori), Vasco Mirandola (Cristiano Arpa), Linda Messerklinger (Isa Rocca), Rufin Doh Zeyenouin (il papa). Italia, 2025

 

Molte sono le opere dedicate alla giurisprudenza, alla vita e alla morte, alla difficoltà di prendere una scelta e dissolvere così un peso. Penso a Kafka, naturalmente, al suo Processo e alla riflessione estetico-filosofica sulla burocrazia, sulle colpe silenziose e impronunciabili, per la verità anche incomprensibili e incancellabili, qualunque sforzo si faccia.

C’è, però, un raro brano dello Straniero di Camus, altra opera processuale, in merito alla quale si medita assai poco o sbrigativamente su tale sua caratteristica. A Meursault, al mostro morale Meursault, è stata da poco pronunciata la condanna, la quale, nell’indifferenza morale e sostanziale che lo avvolge, non lo tocca, non lo turba, bensì lo induce a delle penetranti riflessioni filosofiche sulla sua condizione, sulla pochezza di quanto sarebbe stato privato con la morte, ovvero altri decenni di vita assurda. Ma aggiunge, con un repentino cambio di tono: «C’erano altre due cose a cui riflettevo sempre: l’alba e la domanda di grazia». Mi sembra, questa, un’ottima bussola per orientarsi all’interno dell’ultimo film di Sorrentino.

Il protagonista, il presidente della Repubblica Mariano De Santis, uomo integerrimo e tutto d’un pezzo, fedele ai suoi principi, alla lucidità del diritto e alla ricerca della verità, pensa infatti con una ricorrenza prossima all’ossessività a queste due cose, come il Meursault condannato a morte per omicidio. L’alba è la sua Aurora, la moglie morta anni fa, la cui assenza lo tormenta fino a rendergli la vita una grigia ripetizione di giorni anonimi, qualcosa privo di qualunque passione. La domanda di grazia è quella che gli viene trasmessa di due casi simili nella forma ma molto diversi per motivazione e contesto: una donna e un uomo che hanno ucciso entrambi i loro coniugi. A ciò, inoltre, si unisce la questione più delicata, la firma della legge sull’eutanasia, che con ferma ostinazione De Santis è deciso a non promulgare, salvo ravvedersi solo alla fine, in seguito alla motivata e determinata insistenza della figlia Dorotea.

Un uomo profondo, pieno di dubbi e di rimorsi, amante sincero e onesto che soffre ancora per il tradimento della moglie, di cui, forse, riesce a scoprire l’amante dopo quarant’anni nell’amico di una vita Ugo Romani. Ma è anche un uomo intrappolato in un tormento interiore, la cui natura viene definita con disarmante esattezza dal papa, con il quale il presidente si trova a colloquio, in una scena dal finale grottesco e a tratti stucchevole, del resto tipicamente sorrentiniana, con il Santo Padre che si congeda da De Santis in sella a un scooter di grossa cilindrata per i viali dei Giardini Vaticani.

La domanda che il film pone ripetutamente e con intensità crescente è di chi sono i nostri giorni? A essa si risponde solo alla fine, quando al termine del suo mandato De Santis, rientrato a casa sua nei pressi di Via dei Condotti e Piazza di Spagna, dopo aver lasciato il Quirinale, rivela alla direttrice di Vogue di aver firmato la legge, concedendo in più la grazia a Isa Rocca e negandola invece a Cristiano Arpa. I giorni della vita sono i nostri, dice De Santis, e lo sono in virtù della grazia, la grazia infatti della libertà, del poter scegliere, quella grazia appunto che fa essere nostri i nostri giorni.

Direi però che il senso profondo della riflessione tentata in questo film è certamente il valore, il ruolo, la necessità di una decisione a cui si è richiamati nella vita, continuamente, se vita di grazia vuole essere, ma soprattutto quello della necessità dell’oblio, che rende i giorni del futuro finalmente vivibili, nella grazia della leggerezza. Posseduto dai dubbi, lacerato dalle ferite del passato, trincerato in un silenzio orgoglioso e in una riflessione difensiva, De Santis è continuamente alla ricerca di una leggerezza che possa guarirlo dalla gravità, esemplare nella commossa invidia che può aver provato dinanzi all’ingegnere Giordano, durante un collegamento tecnicamente difficile dalla sua base spaziale. L’ingegnere è triste, benché sospeso e leggero, in una dimensione priva di gravità, come De Santis la vorrebbe per sé, ma trova comunque una ragione per sorridere e commuoversi osservando la propria lacrima levitare nell’aria, come una gioia redenta e finalmente libera. Una scena potente, che conferma il genio cinematografico, visivo e poetico di Sorrentino.

Sembra attivo, in tal senso, il dispositivo della decisione che se attuato alleggerisce, se si manca appesantisce, che già Kundera aveva illustrato nel suo L’insostenibile leggerezza dell’essere. Eppure, come detto, la grazia è quella di saper dimenticare. E Mariano De Santis, come ammette nella conclusione, non sa farlo. A lui, infatti, piace ricordare. Non riesce a dimenticare, e così superare, il dolore per la perdita e l’assenza della moglie, non riesce a dimenticare la possibilità del suo tradimento, non concede la grazia e non accoglie il principio della legge sull’eutanasia perché graziare, in fondo, significa concedere all’oblio di compiere il proprio lavoro cancellando i reati commessi. Anche quando la vita, estenuata e non più cosciente, vuole nel momento più estremo dimenticarsi di sé nella morte.

Come hanno affermato grandi autori della filosofia e della letteratura del Novecento, e bastino solo i nomi di Proust, Pavese e Ricœur, perdonare qualcuno significa dimenticare, per sé e per l’altro, un torto subito, non per cancellare il passato, perché quello non si può farlo, ma per disinnescare la gravità che esso esercita nella sana, libera e serena progettazione del futuro. Dimenticare gli omicidi commessi, attese le legittimità e le salvaguardie giuridiche; dimenticare il dolore per la perdita, il tradimento o l’ignobiltà subiti; dimenticare persino la vita stessa quando essa diviene troppo sofferta e pesante fino all’insostenibile per farla durare ancora; fare tutto questo significa la grazia dei giorni, impadronirsi del tempo che abbiamo, per farlo nostro, per sé, per gli altri che possono ancora entrare e a cui dare spazio. È un gesto difficile, il quale ha richiesto uno sforzo enorme persino a un saggio e intelligente presidente della Repubblica, ma che comunque riguarda tutti. In un’attesa che smette di essere tale soltanto quando decisa. Perché se la grazia fosse così a poco prezzo, tutti l’avrebbero. E ciò la rende, per dirla con Spinoza, cosa eccellente, poiché tanto difficile quanto rara. È la grazia della saggezza.

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