Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Recensione a: S. Misiani, Banche, agricoltura e Stato italiano. Un saggio introduttivo: 1861-1946,  ABIServizi-Bancaria Editrice, Roma, 2023, € 50,00.

L’ultimo lavoro di Misiani, offrendo al lettore uno sguardo lungo, dall’Unità d’Italia alla nascita della Repubblica, permette di individuare continuità e discontinuità nella storia economica italiana. Tali dinamiche, qui colte dall’angolo visuale del credito agrario, confermano ancora una volta come, sotto la superficie dell’involucro politico-istituzionale, dove cesure e rotture sono più evidenti, l’evoluzione delle strutture socio-economiche presenti fratture meno profonde.

Non che quest’ultime manchino. Lo Stato liberale, ricorda Misiani, pur non riuscendo a produrre una riforma organica del sistema creditizio a favore del settore agricolo, «pose le premesse fondamentali per un intervento legislativo» (p. 37), come stanno a testimoniare la legge Baccarini del 1882 che varava un vasto piano di bonifiche, la legislazione speciale per l’Agro romano e a sostegno della colonizzazione interna nei primi anni del Novecento, la prima legge sul credito speciale del 1905, che prevedeva investimenti nelle campagne in infrastrutture ambientali e civili che attraessero capitali e forza-lavoro per dare corpo a un tessuto di imprese capaci di stare sul mercato, nonché il Testo unico sul credito agrario del 1922.

Tale credito si incaricava di sostenere il reddito nelle campagne e la crescita della proprietà contadina: «in concreto, si trattava di dar vita a un’alleanza […] tra industria e agricoltura» (p. 66), alleanza caldeggiata dagli ambienti liberali più progressisti e da quelli socialisti riformisti. Il credito agrario avrebbe dovuto «finanziare la modernizzazione agricola, assistere la proprietà contadina priva di capitali – in particolare nella prospettiva di un’organizzazione di tipo cooperativo – e sostenere la trasformazione del territorio» (ibidem). Tale prospettiva fu avversata dal socialismo massimalista che avrebbe fatto proprie le rivendicazioni del bracciantato e alzato la bandiera della collettivizzazione delle campagne, posizioni di cui avrebbe tratto profitto l’offensiva squadrista fascista.

Si sarebbe dovuto allora aspettare fino al 1928 per una riforma organica del credito agrario, promossa dall’allora ministro dell’Economia nazionale Giuseppe Belluzzo, riforma rimasta in vigore, pur con modifiche, fino al 1993 (ivi, p. 86). La riforma definì più puntualmente le operazioni di credito agrario e gli istituti autorizzati a erogarlo, ampliandone la platea, e contemplò specifiche garanzie per le banche creditrici a carico dello Stato. I prestiti, necessari per ovviare alla scarsità di capitali della piccola proprietà, sarebbero stati vincolati a investimenti produttivi sul suolo e nelle infrastrutture.

Il credito agrario, rilanciato anche dalla riforma bancaria del 1936, fu così concepito come uno strumento di stabilizzazione sociale, con l’allargamento del numero dei proprietari coltivatori, di superamento della crisi agraria mondiale del 1927 e della successiva Grande depressione, e, infine, di riduzione della disoccupazione.

I risultati, pur se ribadirono il dualismo tra il Nord, dove il credito agrario fu utilizzato per modernizzare la grande come la piccola impresa agricola, e il Sud, ancora condizionato dalla struttura latifondistica, non furono, segnala l’autore, disprezzabili, perlomeno con riferimento al comparto granario che, pur non cogliendo il traguardo dell’autosufficienza, registrò complessivamente nel periodo interbellico un sensibile incremento della produzione.

La legislazione fascista nel settore del credito agrario non fu peraltro caratterizzata da alcun «eccezionalismo», in quanto preceduta in tale direzione dai Paesi capitalisticamente più avanzati (p. 125), legislazione che, come ricordato, sarebbe stata recepita da quella repubblicana.

Fin dal marzo 1946, d’altronde, nel suo, fino ad oggi inedito e qui pubblicato in appendice, Rapporto sull’ordinamento del credito agrario svolto per conto e per incarico del Ministero per la Costituente, Mario Ravà, già responsabile dell’Ufficio studi del principale istituto di credito per l’agricoltura durante gli anni della Grande crisi, il Consorzio nazionale per il credito agrario di miglioramento, osservava come le proposte avanzate nel rapporto fossero

dettate un poco dalla pratica e dalla vita vissuta per anni e anni negli Istituti di credito agrario o, dall’altra parte del tavolino, come usasi dire, come agricoltori che accingendosi alla esecuzione di opere di bonifica e di miglioria, avevano la necessità di ricorrere al credito […]. Le une e le altre sono proposte di «modifica», non infirmano né lo spirito, né la essenza della legge del 1927, che appare ancora oggi buona, efficiente, aderente alle necessità presenti e future della nostra agricoltura (pp. 360-361).

Loading