Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Laureato con una tesi magistrale dal titolo “Scenari dell’altro: posizione, funzione, traiettoria”. Nei suoi articoli si occupa di fenomenologia dell’estraneo, post-democrazia e psicologia interculturale.

Ouverture

Negli Anni Settanta del XIX secolo, la Russia zarista terminava la manovra espansionistica in Asia Centrale. Successivamente, Lenin dovette far fronte a un sentimento di nazionalismo pan-turco che stava riemergendo tra i popoli di questa regione; ciononostante, l’appello di Lenin fu chiaro: autonomia alle minoranze ma non l’indipendenza. Così nel 1921 veniva a costituirsi la Repubblica socialista del Turkestan e nel 1924 la Rss del Turkestan venne divisa ulteriormente in cinque repubbliche: Rss Kazaka, Rss Turkmena, Rss Uzbeka, Rss Kirghisa, Rss Tagika; trovata la quadratura del cerchio, Stalin rafforzò la manovra di frammentazione del Turkestan secondo la logica politico-strategica del divide et impera, lasciando nella più totale fragilità le nascenti repubbliche[1].

Evidentemente l’operazione depotenziò il grande Turkestan, che avrebbe potuto infliggere gravi danni all’altrettanto grande Russia, Unione Sovietica poi; operazione che ha contributo all’evaporazione di una consistente parte dei saperi culturali dei popoli tradizionali, portando in superficie una sete di potere che, mimeticamente, ha condotto l’intera Asia Centrale alle dittature odierne. Il sapere subordinato al potere che, anche in quelle lande desolate, risponde al precetto di Foucault: il sapere non è una cosa ma un movimento su maglie che si estendono lungo diramazioni che coinvolgono tutti, anche i cittadini più quieti[2].

In Asia Centrale questi meccanismi sono evidenti perché non sono avvenuti in maniera morbida, secondo la concezione di Tocqueville, tanto quanto in Europa; tuttavia esistono unità minime che coinvolgono le popolazioni che vivono questo sbilanciamento del potere sul sapere. Le sismicità dell’assetto culturale dei paesi dell’Asia Centrale di oggi sono le sismicità dell’Italia della seconda metà del secolo scorso. Quali le unità minime scosse?

La stabilizzazione del tempo attraverso la ritualità condivisa (la vita vissuta da onomastico a onomastico, da raccolta a raccolta, da ritrovo a ritrovo[3]); lo svuotamento del sacro causato dall’accelerazione generalizzata del quotidiano[4]; la scarnificazione della semantica a causa dell’ingresso di parole di altre lingue in un sistema didattico-educativo incapace di tenere in parallelo la lingua degli affetti con neolingue o altre lingue; l’inversione del luogo della decisione attraverso la subordinazione di politica e cultura all’economia; il trasferimento del luogo del sapere da persone fisiche e luoghi storici ai flussi automatici – mediorami e ideorami[5] – veicolati da moda e pubblicità. Quali scenari di vita all’interno di simili panorami sociali? E in che cosa consistono le possibilità di resistere?

La semplificazione è una linea di tendenza che investe la complessità. Questo termine – complessità – è tra i più inflazionati di oggi, specie in materia di scienza umana, ma nella maggior parte dei casi riesce a spiegare poco o nulla del terzo decennio del XXI secolo. Questo perché a navigare entro la complessità di un sistema di sistemi, ci sono flussi che oggi seguono linee di forza continuamente semplificate, fluidificate. Si appiattisce la differenza per lasciare spazio all’incessante ripetizione, o secondo la logica deleuziana, tychè non fa breccia in automaton.

Superata la seconda soglia di mutazione illichiana, la macchina si sostituisce all’uomo senza recare alcuna amplificazione alle competenze umane. Di più: si tratta di uno sgancio tra uomo e oggetto, dove il primo avendo concesso uno spazio oltre soglia alla tecnologia, riconoscendosi in essa anche sul fronte identitario, scompare oggettificandosi. La prima soglia di mutazione salvaguardava il rapporto dell’uomo con la tecnica e l’oggetto; la seconda soglia di mutazione vede l’oggetto come detentore della tecnica e l’uomo come funzionario d’apparato. «È finito il tempo dove c’era l’altro», apre così Han il suo testo L’espulsione dell’altro[6].

In questo senso perde di consistenza lo sfondo, la profondità, lo sguardo sbieco. Tutto è centrale, in primo piano, osceno con oscillazioni pornografiche, svestite a prescindere. In definitiva, una società in cui non sfugge nulla perché ogni organizzazione di cose, luoghi e persone risponde alla logica della visibilità.

Così Franco Arminio: «dovremmo capire di più e meglio che noi siamo vicende. Perfino i morti sono vicende. L’invisibile è gremito di eventi»[7]. L’invisibile non è inconsistente; l’inconsistenza (e non l’invisibilità) è la caratteristica centrale di questo tempo, basti pensare ai byte che viaggiano nell’etere, e questa non assomiglia nemmeno alla leggerezza  indicata nella prima lezione americana di Italo Calvino. Una leggerezza raggiunta attraverso il percorso formativo di gestione della pesantezza; una qualità del pensiero. È un movimento non tra conscio e inconscio, tra Io ed Es, ma tra io e mondo. Una fenomenologia orizzontale, a intelligenza distribuita. La leggerezza calviniana è una serie di afflati causati dal rapporto tra me e l’invisibile del paese. Si tratta del prendersi cura di ciò che resiste e vive intorno – in questo senso il pensare va distribuendosi. Come la custode della chiesa di Arminio: «una volta sono arrivato in un paese sul confine tra l’Umbria e le Marche. Lì c’è una chiesa con affreschi bellissimi, ma la donna che ha la chiave spesso vaga per i campi in cerca di animali a cui offre da mangiare. Suo marito mi disse che era una donna tranquilla, preoccupata solo quando nevicava, aveva paura per gli animali, paura di vederli morire di freddo»[8]. Nonostante la custodia di bellezze della storia dell’arte, la donna si preoccupa anche del contorno, dello sfondo. C’è un rapporto stretto (ma non immediato) tra gli affreschi e gli animali nei dintorni della chiesa, e tale rapporto si organizza entro la cornice della cura, invisibile e necessaria.

Si tratta di atteggiamenti di completamento; in quanto esseri umani, si nasce con la necessità di uno sviluppo extrauterino, a differenza della maggior parte delle specie che, nascendo, cominciano già a vivere supportati dalle complete funzioni a loro consentite. Atteggiamenti innescati anzitutto da questa condizione di incompletezza. Per questo Arminio insiste sull’importanza del «fare il pane insieme alle formiche, festeggiare i compleanni degli alberi, scrivere ai morti, ascoltare i loro consigli silenziosi»[9]. Ricostituire tychè per “bucare” automaton, l’Uguale. Ridare incandescenza, tempo, alle azioni nel mondo, aumentando le sfumature della “tavolozza” della memoria storica.

«Se fotografi una conca rotta, un uomo che cammina, un balcone, se guardi cose dismesse, abbandonate, diventi una piccola arca di Noè, porti in salvo qualcosa»[10]. In una certa misura, salvare il normale, quello che sta sotto gli occhi ogni giorno. Il tempo dell’eccezionalità non può essere un tempo stabilizzato, perché l’eccezionalità rientra nelle questioni che hanno come punto d’innesco e di gestione il mercato, la logica della produzione-consumo: l’eccezionale segue una curva rapida, senza possibilità alcuna di sostare sul verbo indugiare. La caratteristica dell’obsolescenza programmata investe solo i prodotti che hanno un valore sul mercato, i prodotti che trovano il movimento dello slancio tramite la moda e la pubblicità. Nulla del genere può essere salvato, perché non ha storia e non ha senso di esistere ancora, dal momento che nel mercato è già entrato il sostituto, migliore in estetica e performance.

Il profumo del tempo, la storia, non viene più cercato perché implica la sosta e l’indugio, costituzionalmente ricco di significati, formato da stratificazioni sentimentali. A proposito della purezza dei contadini di ottant’anni, Arminio scrive: «Quello che è bello in queste vecchine è la loro lontananza da ogni forma di psicologia, sono e si presentano come corpi, creature rinsecchite, creature piantate in un dolore senza trucchi»[11]. Il problema non è l’età, e lo precisa lo stesso poeta; il problema è altrove, per esempio nella lingua e nei modi ‘trasparenti’ del sarcasmo senza misura, del disincanto, dei luoghi comuni e dei vittimismi. Conseguenza di un modus vivendi centripeto, che dirige le forze e le attenzioni verso di sé – si tratta dell’incapsulamento di cui parlava Baudrillard[12].

Gli unici scenari possibili, futuri alternativi, restano quelli che vedono l’uomo capace di dare un  doppio movimento al suo fare e stare: centripetazione e centrifugazione. Le decisioni delle politiche europee non aiutano gli individui a trovare la dimensione del doppio movimento; l’Europa, in particolare, vive un ritorno del Muro; la divisione come rapporto che anticipa ogni rapporto – girare narcisisticamente a vuoto entro il proprio Io. Qualche esempio di questi tempi: il muro greco, il blocco lituano, la frontiera polacca, le barriere serbe, bulgare e turche. Muri accomunati dai sistemi di riconoscimento; ancora una volta le macchine svolgono quella funzione che, nell’Antica Grecia, svolgevano i cittadini che per primi accoglievano i migranti, tentando di rispettare la legge della Xenia, che prevedeva la messa in sicurezza, vitto e alloggio per lo straniero, e solo successivamente l’interrogatorio. Da tempo è l’esatto contrario:

Essere cattivi, indifferenti, interessati solo ai fatti nostri è un patrimonio comune, è la garanzia di essere al passo coi tempi. Ammirare è un modo per essere inattuali e oggi tutti vogliono stare sulla prua dell’epoca, ignorando che il mondo si vede meglio di lato e da dietro[13].

Non esiste più una politica come luogo della decisione, e questa indifferenza generalizzata, sospinta dal vuoto politico che non orienta ma moltiplica solo posizioni rapide, contribuisce alla perdita dello spessore storico dei luoghi e delle comunità; all’esaurirsi dei significati, incisi nelle ere, in un rumore di fondo, provocato dalle bacheche virtuali e dalla velocità delle giornate, contratte nel presente. In questo modo si vive in quello che Arminio chiama l’odore del vuoto, nell’asetticità delle verità ferme, che non vengono mai esposte «al giudizio dell’attimo»[14].

Si chiude la parte I lasciando ancora la parola al poeta già citato:

Ma poi di colpo esco dalle acque
e mi ritrovo asciutto.
Non ho più voglia di richiamarvi ancora alla lotta,
lo so che avete tradito, ma non me,
avete tradito i cardi e le ortiche,
il sole che c’era una volta alle undici
del mattino in queste vie
piene di muli
e che ora sono strisce su cui le auto passano
come le fiamme di un cerino.
Non fa niente che non avete
nel sangue i grandi pomeriggi russi
le albe finniche,
il sole africano sulla schiena.
Siete qui in questo armadio
dove ognuno è il topo proteso
a rosicchiare l’abito della sua vita.
Ci vuole amore, ma non pochissimo,
ci vuole un amore immenso per sopportare
questo tempo senza baci,
questo tempo in cui chi lotta
è sempre solo e chi ha ragione
è folle.
Non ci vuole altra rabbia, altra indifferenza,
è bene piegarsi sui nemici, accarezzarli,
portare acqua alla loro sete.
Ora sono calmo, ora vorrei una bocca,
ora sto accarezzando chi è in fin di vita.
Non è il conto delle risposte
la soluzione, ma questa pace improvvisa
nel cuore della lotta, questa risposta
che viene da noi stessi
e non attende altro.
State in pace, non mi è ostile
la vostra indifferenza,
mi dà pace il sole che tramonta,
penso che qualche anno fa a quest’ora
il paese era pieno di passeri,
qualche anno fa avevo grandi spine
nella carne, era un tempo
in cui ognuno era il luogo di qualcosa,
ora ognuno è niente
in nessun luogo.[15]

Note:

[1] La storia del Turkestan spartito nelle cinque ex-Repubbliche Sovietiche viene approfondito in P. Hopkirk, The Great Game: On Secret Service in High Asia, John Murray/Kodansha International, London 1990 (trad. it. G. Petrini, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale, Adelphi, Milano 1990); P. Hopkirk, Setting the East Ablaze: Lenin’s Dream of an Empire in Asia, John Murray/Kodansha International, London 1984 (trad. it. A. Sanson, Mimesis, Milano 2021, pubblicazione postuma).

[2] M. Foucault, Microphysique du pouvoir (1971-1976), Gallimard, Paris 1976 (a cura di A. Fontana e P. Pasquino, Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino 1977).

[3] A. de Saint-Exupery, Cittadelle, Gallimard, Paris 1948 (trad. it. E. L. Gaya, Cittadella, AGA, Milano 2017).

[4] M. Augé, Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Seuil, Paris, 1992 (trad. it. C. Milani, Nonluoghi. Introduzione a un antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2005).

[5] A. Appadurai, Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 1996 (trad. it. P. Vereni, Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione, Meltemi editore, Roma 2001).

[6] B.- C. Han, Close-Up in Unschärfe. Bericht über einige Glückserfahrungen, Merve, Berlin 2016 (trad. it. V. Tamaro, L’espulsione dell’altro, nottetempo, Milano 2017).

[7] F. Arminio, La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Bompiani, Milano 2020, p. 29.

[8] Id., La cura dello sguardo…, cit., p. 35.

[9] Ivi, p. 64.

[10] Ivi, p. 66.

[11] F. Arminio, La cura dello sguardo…, cit., p. 68.

[12] J. Baudrillard, L’Autre par lui-même: Habilitation, Galilée, Paris 1987 (trad. it. M. T. Carbone, L’altro visto da sé, Costa & Nolan, Genova 1992).

[13] F. Arminio, La cura dello sguardo…, cit., p. 78.

[14] Ivi, p. 81.

[15] Poesia di Franco Arminio, pubblicata il giorno 22/10/2021 alle ore 18:00, nella bacheca virtuale della sua pagina ufficiale.

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