Simone Fagioli (Pistoia 1967) è ricercatore libero professionista di formazione antropologica. Collabora con enti pubblici e privati per ricerche sui temi della nascita e sviluppo dell’industria (metallurgica, mineraria, cartaria, tessile, ceramica), analisi dei processi produttivi preindustriali e industriali, storia d’impresa privata, sociologia e antropologia del cibo, uso pubblico della memoria, nonché gestione di archivi d’impresa e privati. Su questi temi ha pubblicato numerosi articoli e monografie. Tra i suoi lavori più recenti: Ora! L'infinita corsa dell'intelligenza artificiale. Un diario ibrido(2024); Le parole e le cose. Antonio Cariglia nei consigli comunali di Pistoia e Firenze (1956-1980), intr. di D. Breschi (2024); Carlo Ginori. Alchimista-scienziato della porcellana (2025).

  1. Back to the future.

Un “vizio” del nostro tempo è quello di pensare sempre al passato, fissando tutto ciò che accade nella linea del già accaduto. Il 2025 è come il 1938, la Russia è la Germania nazista, Trump è Trump, dato che è già stato presidente…

Il presente passa a velocità supersonica e il domani nessuno lo vede, come se non esistesse, quando invece più sovente che si pensi, nel “passato” il “futuro” era una preoccupazione quasi costante, sia che si trattasse di “prevedere” catastrofi o meraviglie del possibile.

Nel 1979 esce il disco Fear of music, il terzo album dei Talking Heads, la band statunitense capitanata da David Byrne. Chi siano stati i Talking Heads nella storia della musica non è troppo difficile da dire: pietre miliari, che hanno influenzato in modo indelebile la scena mondiale. David Byrne e soci – Chris Frantz (batteria), Tina Weymouth (basso), Jerry Harrison (chitarra) – plasmano una nuova musica a partire dagli anni Settanta, il primo lavoro è del 1977, appunto Talking Heads: 77, con quella Psycho Killer che è la canzone della “profezia” più spinta, una visione drammatica su quello che sarà e non certo uno sguardo al passato.

Nel 1979 in Fear of music (prodotto da Brian Eno) c’è il brano Life during wartime… il disco per altro si apre con I Zimbra che propone quale testo la poesia Gadji beri bimba di Hugo Ball, fondatore del movimento Dada. Non è difficile capire come i rimandi, le connessioni, le possibilità di analisi dei brani di Byrne e soci siano infiniti, in una rete di suggestioni sempre attuale.

Life during wartime fu pubblicata come primo singolo dall’album. Composta da tutti i membri della band ci mostra una storia che, se la vogliamo vedere in senso retrospettivo, è molto attuale, ma se la vogliamo calare nel 1979… lo è ugualmente.

Quello che ci racconta, in uno stile rock che potrebbe e dico potrebbe richiamare alcune atmosfere più tarde dei Dire Straits (naturalmente in senso inverso!), con batteria e basso piuttosto incalzanti – qualcuno ci vede echi post-punk e funk, ma insomma, non è facile dare etichette ai Talking Heads – è un «brillante trattato futuristico sulla guerriglia urbana» come accenna una brevissima recensione su un magazine musicale statunitense del 1979 («Record World», 13 ottobre 1979, p. 14), definizione che già ci può far aprire gli occhi su quanto narrato, da un autore per altro che ha sempre fatto a fette la realtà, nascondendo in allegre musichette tragedie epocali – si pensi a Road to Nowhere (1985). Per inciso vi consiglio di ascoltare la versione live di Life during wartime, uscita nel 2024 nel disco Stepping in a rhythm, registrato live l’8 maggio 1983 al Saratoga Performing Arts Center di New York.

Se Fear of Music è pubblicato il 3 agosto, registrato tra aprile e maggio, il 1979 non è certo un anno tranquillo, con le tensioni sempre più forti in Medio Oriente sino all’invasione sovietica dell’Afghanistan a dicembre – e a gennaio l’insediamento in Iran di Khomeini – per dire di due eventi di politica internazionale che avranno lunghe ripercussioni negli anni a venire, come la nomina per altro di Margaret Thatcher a primo ministro in Gran Bretagna a maggio.

  1. How I learned to stop worrying and love the bomb.

Cosa ci dice di così sconvolgente Life during wartime? Potrei dare per scontato che voi, cari lettori, conosciate la lingua inglese alla perfezione ma insomma, preferisco riflettere più democraticamente in italiano. La vita in tempo di guerra, ci racconta Byrne, nel 1979.

Ho sentito parlare di un furgone carico di armi,

pronto a partire.

Ho sentito parlare di alcune tombe, vicino all’autostrada,

in un posto che nessuno conosce

Il suono degli spari, in lontananza,

Ormai mi ci sto abituando

Ho vissuto in una bella casa di pietra, ho vissuto nel ghetto,

Ho vissuto in tutta la città…

Questo è il quotidiano del 1979 distopico dei Talking Heads… «I’m getting used to it now…». Riflettiamo, abituarsi ad una cosa vuol dire vivere nel passato. Ci sono voci, non abbiamo visto i furgoni carichi di armi, ne abbiamo sentito parlare… ma da qualche parte ci saranno.

Sino agli anni Ottanta ho vissuto non lontanissimo da una linea ferroviaria secondaria ma importante, la linea Pistoia-Porretta-Bologna, la Porrettana, il primo collegamento nord-sud dell’Italia unita. La linea, pur soppiantata negli anni Trenta dalla Prato-Bologna è sempre rimasta attiva quale “linea militare” di emergenza, vera o falsa in scenari da guerra fredda… Ebbene, circolavano ogni tanto voci, leggende, visioni, di convogli militari pieni di ogni mezzo possibile, dai carri armati alle testate nucleari spostati sulla linea, rigorosamente di notte, in vista di preparazione a qualche scontro. E gli anni Ottanta erano davvero in Italia, anche in Toscana, quelli della Guerra fredda. In quel periodo facevo il giornalista, e mi ricordo di aver seguito tracce di possibili quanto improbabili basi segrete, meglio se sotterranee, nell’Appennino tra Toscana ed Emilia, sempre attive, pronte per lo scontro finale Stati Uniti – Unione Sovietica.

«Heard of a van that is loaded with weapons, / packed up and ready to go…». E potremmo star qui a discutere per ore se la Guerra fredda era poi calda, ovvero se era una vera guerra permanente e quante volte il pilota maggiore T.J. “King” Kong avrebbe potuto cavalcare la bomba.

  1. Černóbyl’skaja atomnaja ėlektrostancija imeni Vladimira Il’iča Lenina.

Nel 2016 ho visitato, non lontano da Pripyat – che è stata la città operativa della Centrale nucleare Vladimir Il’ič Lenin di Chernobyl – la base radar che è stata per decenni quella più segreta del mondo, Duga 3 [S. Fagioli, Polvere. Viaggio a Chernobyl Pripyat Duga 3 Kiev sulle tracce di un impero dissolto, Settegiorni – E.S.T., Pistoia 2017].

Se aprite questo link: https://www.youtube.com/watch?v=aOMVdOc9UbE, ascolterete il suono detto Russian woodpecker, il picchio russo, che negli anni Settanta misteriosamente si presentava sulle trasmissioni radio di tutto il mondo. Ascoltatelo bene, perché questo è il suono della Guerra fredda, quella vera. Duga 3 era un gigantesco impianto radar con il sistema di antenne principale lungo 700 metri ed alto 150, la più grande struttura del genere mai costruita, per altro con un costo del doppio della Centrale di Chernobyl. Vi assicuro che essere ai piedi di Duga 3 non si dimentica facilmente perché ancora pare di sentire gli echi del mondo diviso a blocchi, con la pioggia – quando ci sono andato, pochi giorni prima del trentesimo anniversario dell’incidente di Chernobyl, pioveva forte – che si condensava sui milioni di fili dell’antenna, facendo un suono davvero inimmaginabile, come lo scroscio di migliaia di cascate, di torrenti in piena, il suono, forse, che potrebbe avere l’Apocalisse. Ma perché scrivendo dei Talking Heads mi è venuto in mente di Duga 3?

Nel 1979, pur individuato dall’intelligence Usa (il nome in codice Nato era Steel work), Duga 3 era in piena attività, e permetteva all’Unione Sovietica di identificare un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti, dal lato Pacifico, con venti minuti di anticipo, con l’idea di una rapida risposta prima che i missili atterrassero nel territorio sovietico.

Questa non è una festa, non è un salto in discoteca,

Non è uno stare in giro a cazzeggiare

Mi piacerebbe baciarti, mi piacerebbe abbracciarti

Ma non ho tempo per questo, adesso…

Cosa sta succedendo?

Hai sentito di Houston? Hai sentito di Detroit?

Hai sentito di Pittsburgh?

Dovresti sapere che non devi stare vicino alla finestra.

qualcuno potrebbe vederti da lassù

Ho un po’ di spesa, del burro di arachidi,

posso reggere un paio di giorni…

Che Duga 3 abbia fatto il suo lavoro? Che l’Unione Sovietica abbia risposto? Due giorni, e poi? L’Unione Sovietica con una struttura che era tra le più imponenti costruite dall’uomo, con la Centrale di Chernobyl che la riforniva dell’energia necessaria per il funzionamento, poteva sapere con venti minuti di anticipo della Fine del Mondo. Riflettendo a mente fredda si potrebbe pensare ad un assurdo paradosso. A cosa sarebbe servito? A intercettare i missili dagli Usa e tentare di abbatterli? A rispondere giocandosi il tutto per tutto? È chiaro che non sarebbe servito a nulla. Ma… Duga 3 guardava nel futuro, questo è il vero estremo: il radar era una macchina del tempo. E ora?

Problemi di traffico, superato il blocco stradale,

ci siamo mescolati alla folla

Abbiamo un computer, stiamo intercettando le linee telefoniche,

So che non è permesso

Ci vestiamo come studenti, ci vestiamo come casalinghe,

o in giacca e cravatta

Ho cambiato il mio taglio di capelli, così tante volte ora,

non so più che aspetto ho!

Ora il computer è nelle tasche di tutti e a saperlo ben utilizzare è possibile entrare nel cuore di ogni informazione, per conoscere in tempo reale, non con venti minuti di anticipo, ciò che sta accadendo e di riflesso ciò che accadrà. Ma appunto è invece più comodo riflettere per categorie del passato, operazione lecita per i professionisti della storia, un po’ meno per politici, esperti di informazione e cittadini accorti. Di fatto in “televisione” lo slancio più evidente verso il futuro sono le previsioni del tempo, per altro non sempre azzeccate. David Byrne aveva ragione? Faceva il profeta?

Cerca di essere prudente, non correre rischi,

è meglio che tu stia attento a quello che dici…

L’idea potrebbe essere quella che in TV non guardava solo i canali meteo e si poneva qualche domanda sull’informazione. Perché è questo il nodo di Life during wartime, non tanto la costruzione a tutti i costi di una “vera” distopia, quanto piuttosto provare a instillare negli ascoltatori qualche dubbio, nell’idea che la Guerra fredda non sarebbe durata per sempre, non trasformandosi in pace ma in guerra permanente.

  1. Now and then

A fine 2023 The Beatles fanno uscire la loro ultima canzone, Now and then, scritta e registrata in un demo nel 1977 da John Lennon, rielaborata una prima volta da Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr nel 1995 e poi conclusa da McCartney & Starr appunto nel 2023, con l’uso dell’Intelligenza artificiale. C’è da chiedersi, oltre l’amore per The Beatles, se Now and then, stia nel 2023, ma anche nel nostro oggi, nel passato, nel presente o nel futuro, considerando che John Lennon è morto nel 1980 e George Harrison nel 2001. La domanda non si addensa sull’uso della tecnologia, sull’Intelligenza artificiale – della quale per altro sono fautore e sperimentatore almeno dagli anni Novanta del secolo scorso [S. Fagioli, Ora! L’infinita corsa dell’Intelligenza Artificiale. Un diario Ibrido, pref. di Ermes Maiolica, Effigi, Arcidosso 2023] – ma proprio sulla visione tra passato e futuro, come Life during wartime ci mostri un presente distopico che è divenuto il nostro, su come in qualche modo si debba con forza tornare a riflettere nel bene o nel male sul futuro, che pur l’uso di tecnologie “futuribili” non passa da Now and then, che è sempre una macchina del tempo – lo si capisce bene guardando il video ufficiale, https://www.youtube.com/watch?v=Opxhh9Oh3rg – che viaggia solo indietro, come molta della politica mondiale.

Certo John Lennon quando nel pianoforte di casa – in quel Dakota Building di fronte al quale sarà assassinato l’8 dicembre 1980 – registrava come un adolescente una cassettina “per Paul” non si preoccupava di quel che stava facendo, stava componendo l’ennesima dichiarazione d’amore per Yoko Ono, così come Byrne, forse, non pensava che il futuro di wartime si sarebbe materializzato nel corso della sua vita, perché ciò che la “canzone” narra sta proprio accadendo, in una guerra permanente e continua, non certo quella preconizzata da Duga 3, ma una ancora più sottile, dove appunto l’informazione è nettamente un’arma, anzi è il Doomsday device che la “fantascienza” ha tante volte richiamato.

Nel nostro tempo globale ogni dichiarazione è ingigantita all’inverosimile e nel volgere di un attimo trasformata nel suo contrario. Il 1979 è un’epoca geologica e venti minuti potevano servire a cambiare il futuro. Ora per paradosso il futuro non è più mutabile, fissato netto nella distopia dei Talking Heads. E allora che fare? Tornare alla Guerra fredda ed a Duga 3?

Troppo tardi.

Fare scorta di burro di arachidi?

Per quanto mi riguarda ci vivrei per mesi…

Essere prudenti e tacere?

Possibile… ma pure inutile.

Provare a parlare, scrivere, cantare di distopie?

Forse utile… nella misura in cui anche con le peggior catastrofi, del futuro serve sempre parlare…

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