Recensione a: Enrico Palma, Il sogno del Sud. Sulla vita meridiana, Mimesis, Milano-Udine 2026. pp. 146, € 12,00
Non un saggio di estetica né soltanto un riuscito esempio di filosofia dell’arte. Questo volumetto sintetico e splendente è, nelle parole del suo stesso autore, «una metafisica dell’esistenza […] Una metafisica orientata a Sud» (p. 14).
Pagine metafisiche poiché in esse la storia, i luoghi, i sentimenti, i versi, i colori sulla tela vengono saggiati all’oro del concetto, in un’operazione che sembra ed è alchemica. Enrico Palma trae infatti dai versi di Quasimodo, con i quali il libro ha inizio, la realtà dell’ «assoluta solitudine» dell’umano, una solitudine però non psicologica e nemmeno soltanto esistenziale, una solitudine che è «ontologica» (p. 9). Solitudine che la vicenda e l’opera di Vincent van Gogh resero luce capace di trasfigurare la pur assolata e meridionale Provenza, «con la sua luce reale, con il suo Sole autentico», in una radicale « lezione fisica e immanente del mondo colto nella sua rivelazione» (p. 69).
La natura metafisica dell’arte di Van Gogh si struttura infatti come manifestazione di un «platonismo immanente» (p. 83) volto a cogliere nel particolare di un cielo terso, di un campo di girasoli, di una sedia o di una scarpa la forma universale delle cose, espressione dell’energia che pervade il cosmo e che si incarna e manifesta nella grande varietà degli enti. Il culto di Van Gogh verso il Sole è profondamente meridionale, profondamente ellenico, una sorta di «adorazione perpetua» (p. 86), formula non a caso proustiana, con la quale Palma accenna e conferma la costanza nella sua scrittura del grande modello platonico della Recherche.
Se la vita di tutti, la vita sempre, «è luce e ombra», l’esistenza e l’arte di Van Gogh mostrano quale e dove sia il luogo privilegiato in cui la luce alberga, «dove il Sole è» (p. 91).
Il siciliano Piero Guccione prosegue e conferma l’arte metafisica di Van Gogh. La pittura di Guccione costituisce infatti «un lirico, sublime e metafisico tributo meditante e orante alla sacralità del tutto, alla luce» (p. 129). Luce la quale «nel silenzio imperioso delle acque» e in un «mare verticale, luminoso» (136) coglie ancora una volta l’universale del mare, delle rive, delle tante sfumature che i cieli della Terra possono assumere di fronte alla varia potenza e inclinazione dell’astro che ci illumina, delle albe, dei tramonti, di una notte che al Sud è anch’essa in qualche modo sempre riverberante e limpida.
Della Sicilia e del Meridione sarebbe vano e sciocco negare la sostanza a volte insostenibile del male, della miseria umana, della corruzione politica, delle tante mafie che stritolano l’Isola e il suo mare. Ma la Sicilia e il Sud rimangono sempre anche greci, rimangono e «sono metafisici perché sono e saranno sempre oltre qualunque miseria umana, oltre qualunque dolore» (p. 143); consapevolezza che soltanto la meditazione filosofica e la prassi estetica (pittura, narrativa, poesia) possono generare e offrire.
La meditazione metafisica più alta sui Greci e sul loro sogno luminoso che si incarna anche in ciò che chiamiamo Μεγάλη Ἑλλάς, la Magna Grecia, la Grecia oltre i confini dell’Oriente, questa meditazione è quella di un altro uomo del meridione tedesco, di Martin Heidegger, anch’egli «un uomo del Sud» (p. 108).
Le scarpe di un contadino e i templi degli Elleni vengono posti da Heidegger sullo stesso piano ontologico della manifestatività, dell’aprirsi al significato che il mondo ha in sé e che la mente filosofica cerca di intendere, scoprire, dire. Entrambi, scarpe e tempio, costituiscono infatti il mostrarsi del Sacro, che è la vera cifra del Sud. Il sacro – come molte indagini antropologiche hanno mostrato – non è soltanto un atto di venerazione rivolto alle potenze dell’ignoto che sovrastano l’umano. Il sacro è anche furia, violenza e morte che sprofonda e che rinasce. Ed è esattamente questo il punto che il libro coglie nella triade del suo oggetto: Van Gogh, Heidegger, Guccione:
Il mondo come civiltà o una certa storia può anche scomparire ma l’opera resta (nell’esempio di Heidegger, il tempio greco che resiste alla dissoluzione della grecità, ovvero la civiltà che l’ha eretto). Così il mondo di Van Gogh, che le scarpe da contadino richiamano, nella sua dissoluzione storica resiste nell’opera che ne prolunga l’eco, con tutto il simbolismo che porta con sé. In questo senso, l’opera d’arte di Van Gogh considerata nella sua totalità richiama al mondo come la sacralità del tutto, il farsi sacro da parte del mondo, di cui i dipinti non farebbero altro che mostrare l’essenza nella verità metafisica del suo apparire estetico (pp. 102-103).
Del pensare heideggeriano Palma evidenzia il radicarsi nel suolo della patria, in una Heimat che prima di essere un luogo è il punto di equilibrio tra le forze centripete e centrifughe che intramano e scuotono sempre e ovunque la vicenda umana.
L’arte e la filosofia, la cui identità nella differenza è un altro dei temi fondamentali di questo libro, costituiscono dunque la parola sia concettuale sia figurativa con la quale il mondo e il suo divenire dicono se stessi. Al di là del dolore e della lezione di umiltà che esso sempre rappresenta, non soltanto il mare di Guccione ma anche la luce di Van Gogh e lo slargo/radura heideggeriana (la Lichtung) ci invitano a essere e a rimanere «pur con le nostre modeste forze, l’intatta maestà» del mondo (p. 144), che nell’opera e nella parola si raggrumano, ci consolano, sono.
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