Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto. Laureato con una tesi magistrale dal titolo “Scenari dell’altro: posizione, funzione, traiettoria”. Nei suoi articoli si occupa di fenomenologia dell’estraneo, post-democrazia e psicologia interculturale.

Casa/Dimora

la casa incarna la dimora, il senso di appartenenza, il luogo di partenza del movimento dell’erranza, il ritorno e nondimeno la dimensione a cui si lega il nostos. Le prima case dell’uomo furono strutture avvolgenti, dimore naturali quali nidi, tane sotterranee, l’incavo dei tronchi, caverne, crepacci, grotte. In ogni caso, la casa rappresenta il luogo della stabilità, dei riti, dei cicli: della stabilizzazione della vita. Certo, in alcune condizioni di disagio, sofferenza o patologia sistemica può divenire il luogo dell’esatto rovescio della lista suddetta, dischiudendo lo scenario dello smarrimento, dell’abbandono, dell’instabilità e dell’irrequietezza. In un edificio deputato ad essere casa ci sono stanze familiari, altre sconosciute, nascoste o che velano possibilità differenti. Come sono collocate le stanze e gli spazi verdi influenza sia la fondazione emozionale che la costellazione dei comportamenti. Basti pensare alla disposizione del giardino nelle società occidentali e in alcune società musulmane, tra cui quella marocchina delle medine: qui, in questa ultima, la tipica abitazione che prende il nome di riad ha il giardino all’interno, e la corte con le finestre delle varie stanze che guardano sempre all’interno, consentendo la vista sul giardino. Nessuna finestra verso l’esterno, verso la via. La corte interna, cambia il modo di rapportarsi del soggetto nei confronti del mondo e più nello specifico nei confronti dei passanti nella viuzza o più semplicemente con chi abita nell’abitazione di fronte. Il giardino all’interno, e con questo termine nei riad si identifica anche uno spazio non necessariamente verde, fa percepire la sensazione dell’auto-esclusione, ed essa dischiude sia sentimenti di protezione, privacy, costruzione di una certa familiarità, sia sentimenti e dimensioni quali il timore, il mistero, il segreto, la paranoia. Il riad ha una terrazza che coincide con il tetto e da qui si possono osservare le altre terrazze degli altri edifici e le viuzze sottostanti. Come sottolineato nella prima parte di questo contributo, la terrazza si configura sia come spazio conviviale (molte volte, in queste terrazze, ci sono piante e divanetti con cuscini, posizionati sotto a dei gazebo in ferro o in legno) che come spazio visivo e acustico di eccellenza; nello specifico, le possibilità di osservare in ogni direzione e ascoltare quanto accade nelle viuzze limitrofe, nondimeno ascoltare il richiamo del muezzin da questa altezza, tutto questo contribuisce ad amplificare e ad estendere l’esperienza sensoriale del soggetto nello spazio-medina.

Porta/varco

Sezioni e parti di spazio per eccellenza coinvolti nella dimensione dell’entrata e dell’uscita, del passaggio e dell’immobilizzazione. Comunicano libertà di accesso e allo stesso tempo divieto. Dischiudono il fenomeno del noto e dell’ignoto: varcare una porta, come nel luogo oggetto di questo contributo, significa entrare in un nuovo labirinto, dalle nuove conformazioni e possibilità. Le porte non sempre possono essere chiuse, come per esempio molte delle Bab di accesso alle medine. All’interno di questo spazio, invece, si incontrano consistenti portoni, alti più di tre metri, come nel caso di biblioteche, scuole coraniche o siti culturali. Anche le semplici abitazioni o i riad talvolta presentano delle porte la cui estetica lascia tra la meraviglia e il punto interrogativo. Un varco può celare sia piacevolezza che pericolo. Vedere una porta, da dentro la medina, significa in certi momenti uscire dall’inquietudine conoscitiva: varcarla significa uscire dal labirinto. Ogni porta conduce verso una zona specifica, la zona della delinquenza, quella dei mendicanti, quella dei suq, la zona della piazza centrale, quella dove prendere i petit taxi.

Tappeto

Complessi intrecci di nodi, rappresentanti una fantasia che richiama un episodio leggendario, reale o semplicemente una formazione astratta. I tappeti della tradizione islamica sono anche porzioni di spazio capaci di rappresentare ed esibire motivi che appartengono al regno dell’infinito. Fin dai primi cacciatori, l’uomo ricopre piccole o grandi porzioni della sua dimora, prima con pelli d’animale, poi con tappeti. Seconda una leggenda, uno dei primi tappeti musulmani fu realizzato nel VI secolo per volontà del re Cosroe I. Un tappeto gigante che fu intessuto pe fornire al freddo palazzo del re un “giardino” primaverile rappresentante il paradiso celebrato nel Corano. Riad, negozi di artigiani, ristoranti, scuole coraniche, moschee: in ogni luogo c’è un tappeto, in ogni luogo il tappeto assume significati, incarnandoli dalla porzione di spazio in cui è inserito, da chi “lo frequenta”, dalle mani che l’hanno intessuto e dai rapporti che quest’ultimo ha avuto con il suo committente e che talvolta definiscono le prime interpretazioni di questo oggetto.

Nicchia

Incavatura su di una parete verticale, deriva dal verbo latino nidicare, “nidificare”. Funge da speciale spazio decorativo, evocativo, devozionale. Nella nicchia non c’è luce, per questo il posizionamento di oggetti, le iscrizioni, gli arabeschi in essa sono coinvolti in particolari giochi di ombre. La nicchia devozionale per eccellenza si chiama mihrab, e indica la direzione della Mecca. Per questo e per altri motivi il potenziale simbolico dello spazio negativo della nicchia è pieno di potere; l’importanza ne è determinata dalla profondità. Nella storia sono state rappresentate spesso false nicchie, sottoforma di trompe l’oeil del rococò nel XVIII secolo.

Rituali e sistemi sacri: il labirinto

Il labirinto è un antico simbolo la cui forma è presente in natura nelle conchiglie, nell’intestino, nelle tele dei ragni, nei movimenti che può riprodurre il serpente, nei mulinelli d’acqua, nella struttura di caverne sotterranee e nella forma delle galassie (ARAS, voce: labirinto, p. 714). All’interno di un labirinto ci si muove seguendo una tecnologia di orientamento precisa o in maniera casuale. Nel caso preso in oggetto da questo contributo – la medina – la difficoltà nello spostamento con orientamento non risiede solo nei grovigli di viuzze che costituiscono la medina stessa, bensì dal senso di estraneità e di smarrimento che è possibile provare a causa di una città costruita con materiali differenti, in cui ci si muove seguendo regole differenti e nondimeno l’assenza di vetri su cui specchiarsi, di fondamentale importanza per il soggetto occidentale, giacché l’autoriconoscimento in movimento fornirebbe, all’atto del movimento nello spazio, una sorta di senso della presenza, una garanzia dell’esserci e nell’esserci che va e si sposta – il rapporto tra il soggetto che vive in una società occidentale e la superficie-specchio è un rapporto il cui legame è andato accentuandosi dalla seconda metà del novecento in poi; fino al secolo scorso non tutti i nuclei familiari possedevano uno specchio in casa: gli studi di Ernesto De Martino durante gli anni cinquanta, evidenziavano la scarsa presenza di specchi nelle famiglie pugliesi e lucane.

Talvolta costituito da svolte morbide, altre volte da svolte angolari a novanta gradi o addirittura centoventi, il labirinto-medina è un concentrato di plurimi climax dell’esperienza di movimento. Il labirinto assomma in sé confusione e chiarezza, fulgidità e opacità, inquietudine e tranquillità, differenza e ripetizione, prigione e liberazione.

Di seguito un elenco delle principali fonti bibliografiche consultabili per l’approfondimento di quanto trattato nel presente contributo:

ARAS 1, An Encyclopedia of Archetypical Symbolism, Vol. 1, Boston – London 1991.
ARAS 2, An Encyclopedia of Archetypical Symbolism: The body, Vol. 2, Boston – London, 1996.
ARAS 2an. 001, si riferisce ai documenti dell’ARAS a NYC e San Francisco disponibili anche su www.aras.org
(EdR) Enciclopedia delle religioni, diretta da Mircea Eliade, Voll. 1-16, Milano 1993.
G. Jung, Opere, Voll. 1-19, Torino, Bollati Boringhieri, 1981-2007.

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