Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Questo articolo si propone come esplorazione e divagazione semi-strutturata, solitaria, nondimeno pragmatica e simbolica, dello spazio umano chiamato Medina. L’articolo si divide in due parti: la prima parte è una investigazione etimologica, storico-strutturale; la seconda una riflessione sulle immagini archetipiche della medina.

Medina, in arabo al-madina al-munawwara, la città illuminatiss

ima. È una città dell’attuale regione saudita del Hijaz, nella Penisola araba. Viene ricordata negli Annali di epoca assira col nome di Yahtrib. Nel VII secolo d. C. si chiamava Yahtrib, toponimo che compare nelle cronache assire del IX secolo a. C., mentre nelle opere geografiche romane compare sotto il nome Yatrippa. La sua presenza in tali opere viene registrata dopo la spedizione nella penisola araba condotta dall’imperatore Augusto; con tale spedizione i romani riuscirono a penetrare nel regno degli Homerites che governavano le regioni da cui proveniva il prezioso incenso.

Yahtrib probabilmente fu dominata a lungo da tribù ebraiche, mantenendo una vocazione agricola purtuttavia presentando un fiorente artigianato, basato per lo più su complesse tecniche metallurgiche di matrice ebraica; si registrano anche complesse tecniche di lavorazione di gioielli, armi e armature. A poco a poco le tribù ebraiche dovettero cedere spazio politico all’elemento arabo che, lentamente, modificava la demografia di Yahtrib.

Tale eterogeneità etnica e religiosa sfociò in crescenti tensioni che raggiunsero il culmine nell’anno 620, nella cosiddetta giornata di Bu ath (yawm Bu ath), uno scontro che portò alla chiamata in città la figura di Maometto, in veste di arbitro (hakam). Maometto e i suoi fedeli si trasferirono a Yahtrib e a partire dal 16 luglio 622, data ricordata dai musulmani come l’inizio dell’Egira, i fedeli musulmani iniziarono a chiamare Yahtrib Madinat al-Nabi, cioè la città del Profeta: Medina. La prima comunità musulmana (Umma) dunque ebbe inizio con dei patti che coinvolsero anche pagani e israeliti. Qui si presero le principali decisioni politiche dell’Umma, fino al quarto successore di Maometto, anche detto Califfo, che risponde al nome di Ali ibn Abi Talib (cugino e genero di Maometto). Medina è considerata la seconda città santa dell’Islam dopo La Mecca, e come quest’ultima anche a Medina è vietato l’ingresso a chi non è musulmano.

Treccani: due cerchie di mura cingono la città antica, che si allarga in un vasto spiazzo utilizzato dalle carovane. Alle mura si appoggia un forte costruito dai turchi, che costruirono anche spaziosi quartieri che costituiscono la città moderna. Nella città murata si innalzano numerosi minareti e sorge la moschea del Profeta, dove prima sorgeva la sua casa, poi sepolcro; la moschea venne rifatta nel 706 e servì poi da modello per tutte le moschee dell’Islam. L’aspetto attuale risale alla ricostruzione del 1853.

il significato della parola Medina è anche: parte vecchia della città (città o cittadina). Nel X secolo Al Muqaddasi classificava le medine come piccole città di provincia; si tratta dell’area residenziale di una città, costituita da una fitta rete di strade, per lo più pedonali, disposte secondi i principi dell’urbanistica islamica. La medina si distingue perché è una entità urbana autosufficiente: è dotata di pozzi o acquedotti sotterranei (kanat), si sviluppa attorno a una moschea centrale e ad altri edifici culturali e religiosi importanti, come i bagni (hammam), fontane, scuole coraniche (madrase). L’area centrale e la fitta rete stradale si organizzano in relazione al sistema dei mercati (suq), suddivisi per tipologia di merci e differenti corporazioni artigiane, dove sono presenti anche ostelli per mercanti stranieri (funduk, fondaco). Uno dei riferimenti spaziali primari rimane la moschea principale.

La medina di Fez, per esempio, è divisa in diciotto quartieri, qui vivono e lavorano diverse etnie e importanti corporazioni artigiane o professionali. Sono presenti porte interne e cancelli, presenti o all’imbocco di strade o di vicoli ciechi: questi elementi conferiscono un carattere privato. La casa a corte è la principale tipologia abitativa delle medine del Nord Africa: è separata dalla via pubblica da un alto muro che consente l’accesso alla casa a corte solo tramite un portone; probabilmente, già in origine non erano presenti finestre verso l’esterno. Le eventuali finestre sono protette da grate in legno (musharrabbia), schermanti la visione dall’esterno. Le caratteristiche della casa a corte, successivamente all’invasione musulmana dell’Europa, sono tuttora presenti in alcune zone del vecchio continente, come per esempio si rilevano in ampie porzioni della penisola iberica, in Sardegna, e alcuni elementi riguardanti i vicoli ciechi e i cortili si ritrovano in molti centri della Sicilia e dell’Italia meridionale.

Generalmente, quindi, le medine sono murate e attraversate da molti vicoli che formano veri e propri labirinti. Esse vennero costruite dagli arabi intorno al IX secolo d. C. sono libere dal traffico automobilistico e in alcuni casi non circolano neanche moto e biciclette: in alcuni casi la larghezza delle vie non consente il passaggio. Per questo motivo si tratta di centri urbani la cui densità di popolazione è molto alta. Alcune medine riuscirono a svolgere la funzione di confondere e rallentare gli invasori.

Di seguito, l’Autore prenderà in esame cinque spazi-medina:

  1. La Kasbah di Algeri coincide con la vecchia medina. È patrimonio unesco dal 1992. Amministrativamente forma un comune all’interno della provincia di Algeri. È un esempio di architettura islamica e maghrebina, venne fondata nel X secolo dai berberi ziridi, fu prima un porto fenicio, poi berbero e infine romano. Venne conquistata dai francesi nel 1830. Iniziò il suo declino man mano che il potere veniva spostato nella parte nuova della città, durante la metà dell’ottocento. Quando il paese ottenne l’indipendenza nel 1962, non riconquistò il suo potere centrale, rimanendo un’area marginalizzata della città di Algeri.
    Il termine Kasbah era originariamente attribuito al punto più alto della medina.La cittadella si trova al centro della città di Algeri, si affaccia sul Mediterraneo, è situata su un terreno con un dislivello di 118 metri. A prima vista, venendo dal mare, si nota un groviglio di case costruite su un pendio. La fitta rete stradale pedonale obbliga all’utilizzo degli asini per il rifornimento di carburante e la raccolta dei rifiuti.
    Il primo insediamento risale al periodo punico, verso la fine del VI secolo a. C. In quel periodo i cartaginesi installarono una base commerciale per controllare gli scambi commerciali di oro sub-sahariano, di argento nella Penisola iberica e di stagno dalle Isole Cassiteridi. Algeri, che all’epoca si chiamava Ikosim, disponeva di molti isolotti che garantivano riparo e possibilità di ancoraggio. Tale rifugio veniva utilizzato sia da navi mercantili che da pirati e corsari.
  1. La medina di Chefchaouen è famosa per gli edifici colore blu. Alcuni sostengono che il blu viene utilizzato per tenere distanti le zanzare o per tenere fresche le abitazioni durante la stagione estiva; altri sostengono si tratti di un colore scelto dagli ebrei spagnoli in fuga dall’Inquisizione spagnola. Anche in Andalusia sono presenti luoghi i cui edifici sono dello stesso colore. La medina di Chefchaouen è dunque tra i maggiori esempi di combinazione dello stile estetico-architettonico marocchino e andaluso. Tutti i vicoli convergono verso la Plaza Uta El-Hammam e nella sua kasbah restaurata. L’intera medina è stata opera di recupero e miglioramento. In origine il nome Chefchaouen era Chaouen che significa vette, durante l’occupazione spagnola invece il nome Chaouen era stato cambiato in Xaouen – il nome Chefchouaen venne scelto solo nel 1975. Tutt’oggi vengono utilizzati tutti i nomi. La città venne fondata nel 1471 da Moulay Ali Ben Rachid; era una base da cui le tribù berbere potevano attaccare i portoghesi stanziati a Ceuta. La città venne poi a svilupparsi con l’arrivo dei profughi musulmani ed ebrei scappati da Granada nel 1494. L’estetica e la struttura delle case tuttora presenti, si deve a questo momento storico. Nello specifico: case imbiancate a calce, minuscoli balconi, tetti in tegole, patio molto spesso che presenta al centro un albero di agrumi. Il colore blu, azzurro, venne introdotto a partire dagli anni trenta del novecento (in precedenza finestre e porte venivano pitturate di verde, colore della tradizione musulmana). Fino al 1920 la città non era visitabile, né attraversabile, dagli stranieri. Dal 1920, appunto, data di inizio dell’invasione spagnola.
  2. La medina di Fez, la più grande del mondo, considerata il centro culturale e religioso del Marocco. Dedalo di strette vie, varcata la porta Bab Bou Jeloud, il labirinto si dirama in due strade principali: Talaa Kebira e Talaa Seghira. La maggior parte delle vie non ha un nome. Non è facile orientarsi, è consigliato perdersi o seguire le due strade principali sopracitate: percorrendole si incontrano i principali luoghi dell’artigianato e culturali. Tecnicamente, il lato destro delle vie è per i pedoni, mentre il sinistro per gli asini e i motorini. Per segnalare il passaggio, i padroni degli asini urlano balak, che significa attenzione.
    Bab Bou Jeloud è la porta chiamata porta azzurra; principale accesso, anche se non la più antica, infatti è stata costruita solo nel 1913; ciò che differenzia questa grande porta di accesso è evidentemente l’estetica: tre ogive, una più grande al centro, due più piccole ai lati, ricca di mosaici azzurri che riflettono forma e colore sugli edifici bianchi ai lati. I mosaici che riempiono la porta azzurra non sono gli unici elementi riflettenti: la medina di Fez è ricca di giochi di specchi e riflessioni, tra questi quelli delle piastrelle verde brillante che costituiscono il minareto della scuola coranica Bou Inania, inaugurata nel 1350. Piccolo excursus relativo la scuola coranica Bou Inania: all’interno, l’intero cortile è ‘avvolto’ da pareti lavorate artigianalmente: stucchi, grate in legno intarsiato, piastrelle con motivi geometrici, porte in ottone, nondimeno la presenza di una moschea all’interno della stessa medersa. Al centro del cortile, la fontana delle abluzioni, in questo caso funzionante e tuttora utilizzata da centinaia di fedeli. Imboccando Talaa Kebira, si scorge la via degli antici fondaci: si tratta di edifici che venivano utilizzati sia come magazzini sia come luoghi per accogliere i mercanti stranieri con le loro carovane. Qui si incontrano i venditori di calzature, di henné, e di seguito, attorno a Place an-Nejjarine, il suq dei carpentieri e la conceria. Verso Talaa Kebira, invece, sorge la scuola coranica el-Attarine. Fondata nel 1325, operativa fino al secolo scorso. Al centro del cortile una fontana in marmo. Una cupola in legno di cedro copre la sala dedicata alla preghiera: in questa sala è presente la nicchia, mihrab, che segnala la direzione de La Mecca. I mosaici che compongono questa scuola coranica presentano iscrizioni del Corano, nella parte superiore, invece, mosaici floreali. I piani superiori erano i piani degli studenti. A sinistra della scuola coranica si trova la Moschea Karaouine, che ospita quella che viene segnalata come l’università più antica del mondo. È tra i più grandi complessi architettonici di Fez, l’università custodisce una biblioteca che accoglie rari manoscritti. Per questo e altri motivi gli studenti si trasferirono in questa città per studiare le scienze. Costeggiando le mura dell’università si arriva a Place as-Seffarine: qui gli artigiani si occupano della lavorazione del rame e dell’ottone, producendo teiere, pentole, vassoi.
  1. La Kasbah, o quartiere arabo mazarese. A Mazara del Vallo, in Sicilia, è presente una Kasbah, fondata dagli arabi nel 827 d. C. La cittadina araba portò tutte le moderne tecniche di pesca. Gli arabi rimasero al potere fino al 1072, anno in cui furono allontanati dalle milizie del Gran Conte Ruggero I di Sicilia. Egli riportò il culto cristiano a Mazara. In questa Kasbah, arte musulmana e cristiana condividono gli stessi spazi. Durante gli anni settanta del novecento, si trasferirono qui numerose famiglie tunisine. Questo trasferimento è stato visto come una seconda nascita della cultura araba in questo territorio. Maioliche arabe si mescolano al settecentesco barocco siciliano, o quel che ne resta dopo i numerosi terremoti. Non solo siciliani e tunisini, esiste un terzo abitante, il satiro danzante; si tratta di una scultura bronzea recuperata a 480 metri di profondità da un peschereccio mazarese. La scultura del Satiro è oggi conseravata nella Chiesa sconsacrata di Sant’Egidio, del 1424. Si tratta di una statua bronzea greca, rappresentante appunto il Satiro, colto nel momento dell’estasi dovuta alla danza orgiastica.
    Vicoli tortuosi, un asse centrale che conduce verso numerosi cortili che aprono ad accessi di abitazioni e spazi d’incontro della comunità. Nel centro cittadino c’è una moschea, una delle poche in Italia dove il muezzin richiama alla preghiera, cinque volte al giorno. Nella parte più antica della città sorge anche la chiesa barocca e il convento di San Francesco d’Assisi.
  1. La medina di Tunisi è patrimonio dell’Unesco dal 1979. Sono circa settecento i monumenti presenti all’interno della medina, tra questi molte moschee non più esistenti come la moschea di Edabaghine e Saida Msika. La medina venne fondata nel 698 d. C. attorno alla moschea Al-Zaytuna, e si sviluppò verso nord e verso sud durante tutto il medioevo. A nord si trova il sobborgo Bab Souika e a sud il sobborgo Bab El Jazira. Durante l’epoca Hafside (dinastia berbera islamica) la medina diventò la capitale di un potente regno, nonché fondamentale centro religioso e culturale. Gli hafsidi governarono l’Ifriqiya (il nome arabo del latino Africa) – parte orientale del Maghreb, di popolamento berbero – dal 1229 al 1574. Gli hafsidi mantennero i rapporti culturali ed economici con gli europei e i popoli del medio-oriente.

La medina ricopre una superficie di 270 ettari, esclusa la kasbah che ne ricopre circa trenta, e ospita più di centomila abitanti (il 10% dell’intera città di Tunisi). All’analisi planimetrica, la medina di Tunisi presenta un’assenza di regole geometriche o formali. Questo è dovuto evidentemente al senso del concetto di spazio pubblico: qui parte delle strade sono considerate estensione delle abitazioni, in più sono soggette a norme sociali locali.

Botteghe e atelier tradizionali sono disposti attorno alla moschea Jamaa Ez-Zitouna, che risale al IX secolo d. C. Oltre a suq, moschee e mederse, la medina di Tunisi presenta ancora numerose dar. Dar erano le antiche abitazioni oggi trasformate in siti culturali o sale da tè. Ogni bab (porta) d’ingresso alla medina porta alla moschea al-Zaytuna. Ciononostante, la porta di accesso principale sembra corrispondere a Bab El Bahr. Famoso tra i locali e i visitatori il Souq des Chechias dove ci si reca per acquistare la chechia, il tradizionale cappello di feltro colore rosso. Istituito nel XVII secolo, all’epoca vendeva circa un milione di chechia l’anno. Soprattutto i locali si fermano in questo suq non solo per acquistare la loro chechia, anche per bere il tè al cafè chaouachine.

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