Alfonso Lanzieri (1985) è dottore di ricerca in filosofia dal 2017. Attualmente insegna filosofia presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. Si interessa principalmente di filosofia della conoscenza e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli dedicati al pensiero di Bernard Lonergan e Henri Bergson.

Nel suo celebre libro L’operario, del 1932, Ernst Jünger descrive la figura del “borghese” come l’uomo che riconosce nella sicurezza «il proprio valore supremo e lo assume come punto di riferimento della propria condotta di vita». La potenza suprema, grazie alla quale egli vede garantita questa sicurezza è la ragione. In tal senso – spiega lo scrittore tedesco – l’inarrestabile progresso e la crescita della sicurezza individuale e collettiva sono per il tipo umano borghese quasi la medesima cosa, fino al punto tale da considerare il pericolo – in fondo elemento naturale della vita umana – addirittura come assurdo. «Ciò è visibile – scrive Jünger – nella vasta costruzione di un sistema di sicurezza, mediante il quale si cerca di suddividere in parti uguali il rischio non soltanto nella politica esterna ed interna, ma anche nella vita privata, assoggettandolo così alla ragione; negli sforzi con i quali si cerca di decifrare il destino mediante il calcolo delle probabilità. È visibile, inoltre, nei numerosi e complicati tentativi di tradurre la vita dell’anima in un meccanismo di causa e di effetto, trasformando la sua natura non soggettiva a calcolo di una grandezza calcolabile, e circoscrivendola quindi nel dominio della coscienza».

A novant’anni di distanza, questa visione jüngeriana continua ad illuminare, a nostro avviso, l’attualità generale del nostro mondo occidentale, con la sua ossessione per l’azzeramento del rischio, la razionalizzazione totale delle pratiche di vita collettive e individuali, con tutte le irreggimentazioni che ciò comporta, e con l’espulsione del dolore da ciò che è “naturale”; tanto più utili sono tornate queste parole durante la pandemia, periodo in cui le ossessioni appena richiamate sono emerse in modo ancora più acuto, ben al di sopra delle legittime contromosse poste in campo dalla politica e dalla medicina per difenderci dal Covid-19.

Alcuni di questi motivi, letti attraverso l’ottica dello scienziato della politica e dello studioso delle dinamiche del potere, ritornano anche in Sotto scacco di Lorenzo Castellani, docente di Storia delle istituzioni politiche presso la Luiss Guido Carli di Roma, uscito due settimane fa per Liberilibri. Nel 2020 l’Autore aveva pubblicato L’ingranaggio del potere, rispetto al quale Sotto scacco rappresenta, se così possiamo esprimerci, l’aggiornamento alla luce della crisi pandemica e insieme l’approfondimento.

Nel libro del 2020 Castellani aveva mostrato come nelle società avanzate il principio aristocratico continuasse a prosperare, a dispetto di quanto comunemente si sia portati a credere o ad ammettere. Nelle democrazie contemporanee, infatti, il principio aristocratico si trasmuta in quello della competenza, cioè della conoscenza specialistica degli individui, fornita e certificata dalla struttura stessa della società attraverso istituzioni educative, programmi di studio, titoli, esami e concorsi. Il potere dei tecnici, negli ultimi decenni, ha rubato sempre più spazio al potere degli eletti (commissioni, think tank, comitati tecnici ecc., che affiancano e influenzano in modo spesso decisivo i politici eletti, rappresentano ormai la regola non l’eccezione nelle nostre democrazie). Ciò è avvenuto, in estrema sintesi, a motivo della crescente complessità delle nostre società, la quale ha richiesto una parallela crescita dell’esercito di specialisti capace di far funzionare l’enorme apparato burocratico, economico e tecnologico che avvolge le nostre vite e le mantiene “sicure”.

Uno scenario non privo di tensioni, problemi e interrogativi, anzitutto per lo statuto delle nostre libertà, messe sempre più in crisi dalla crescente razionalizzazione sociale, che promette di aumentare la sicurezza in cambio di disciplinamento collettivo. Su tutto ciò si è abbattuto il covid quale fattore di acceleratore delle dinamiche già in atto. Questo è il punto di partenza di Sotto scacco.

In un momento storico in cui la domanda di sicurezza era già alta, è arrivato il “cigno nero” della pandemia. L’emergenza ha portato con sé una compressione delle libertà – in parte giustificata in parte meno – che si è sovrapposta a problematiche che già covavano. Le istituzioni pubbliche hanno prodotto regole di sicurezza dettate per lo più da comitati, consulenti, task force. Consci di vivere nella società più avanzata che sia mai esistita, gli abitanti delle democrazie occidentali hanno difatti rimosso il rischio della morte (vedi Jünger citato in apertura). Questo ha generato quasi una reazione isterica nelle masse, a sua volta portatrice di una richiesta di sicurezza rivolta al Leviatano. «La pandemia ci ha ricordato che essere governati è anche e soprattutto essere chiusi, tracciati, sorvegliati, controllati, certificati, distanziati, isolati. La domanda di sicurezza ha stretto gli ultimi bulloni residui del Leviatano. Ha spazzato via tutte le membrane, come la famiglia, la scuola, il lavoro, le associazioni, le chiese, che separavano l’uomo dal governo» (p. 18).

Come leggere tale processo? L’elemento centrale cui guardare – suggerisce Castellani – è la paura, e invita a riguadagnare lo sguardo di Hobbes: «Nel suo pensiero c’è l’assunto di ogni utilitarismo, ma anche di qualsiasi capitalismo. Il capitalismo vende e compra il piacere generando il superfluo di massa. Ma per farlo meglio necessita dello Stato che amministra il timore della scarsità. Da ciò deriva la sempre presente tentazione alla centralizzazione dello Stato capitalistico. La successione di paura, piacere, inevitabile dispotismo è l’espressione vera e vivente del connubio amministrazione-capitalismo. La paura suprema, quella della morte portata dalla pandemia, non potrà che rafforzare questa coppia e creerà le condizioni affinché l’uomo sia meno libero e il potere maggiormente dispotico» (ibidem).

La paura, dunque, come elemento fondamentale, capace di far esplodere una grande richiesta di disciplinamento. Questa non è caduta solo, per così dire, dall’altro verso il basso, cioè dalle istituzioni sui cittadini, attraverso l’esercizio delle funzioni di polizia, ma si è propagata in modo orizzontale: i cittadini si sono fatti poliziotti per i loro vicini, in alcuni casi denunciandoli alle pubbliche autorità, pur di poter ridurre il pericolo del contagio. Tutto ciò si è nutrito anche di una vera e propria fede nella scienza ben poco scientifica. «Così ci è spesso apparsa la sfera pubblica nella tragedia della pandemia. Un carnevale itinerante di uomini saputi che hanno rinunciato al dubbio e si sono convertiti prima alla protervia e poi a uno sciatto scientismo. Un’inclinazione che ha fatto della scienza un feticcio per disciplinare i dubbiosi e i contrari, una ideologia che mira all’espropriazione del dibattito pubblico in nome del presunto potere superiore degli esperti» (p. 46). In tal modo, mette in luce Castellani, proprio il metodo scientifico è stato messo in ombra, e in non pochi casi dagli esperti stessi, fornendo propellente alla propaganda complottista e ascientifica. Il problema è che tale dinamica – suggerisce tra le righe l’autore – è già in una qualche misura la “forma” della nostra società, che la pandemia ha solo messo in luce in modo inequivocabile, una forma che vede gli “esperti” come nuovi depositari del sapere certo e indubitabile, in grado di fornirci quella sicurezza e quell’esenzione dai pericoli promessi a tutti nelle democrazie avanzate, edificate sui principi del razionalismo politico: «La sovranità della ragione comporta la sovranità della tecnica» (p.55).

La pandemia ha spinto questo processo di diffusione delle pretese tecnocratiche fino ai massimi livelli. Poiché l’affannosa corsa emergenziale, accelerata dall’epidemia, spinge le istituzioni verso una nuova pianificazione che pretende di essere iper-razionale. La politica, così, regredisce a mera regolazione di rischi, e l’insieme dei dispositivi sicurezza finisce col creare, per Castellani, una sorta di stato d’eccezione leggero: «È del tutto evidente che con le politiche d’emergenza adottate dai governi in questi mesi si sia entrati (o forse tornati) in una dimensione maggiormente hobbesiana dell’esistenza politica, in cui lo Stato è chiamato a proteggere la vita e a disporre delle libertà dei cittadini in modo ben più invasivo rispetto alla normalità a cui le democrazie liberali degli ultimi settant’anni erano abituate» (p. 70). Insomma, la possibilità che tale stato d’eccezione soft possa stabilizzarsi e diventare permanente non è da escludersi, con un aumento di dirigismo e centralizzazione del potere, in cui Stato e capitale privato s’intrecciano sempre di più, e una élite tecnocratica guida una società sempre più disciplinata con dosi massicce di pianificazione: «Dopo una stagione di persino eccessivo ottimismo globalista e di esaltazione della libertà individuale su tutti i fronti, stagione che vent’anni fa iniziava a entrare in una lunga crisi, ora ci si muove a grande velocità verso il rischio dell’eccesso opposto, ossia verso la disciplina, il controllo pervasivo, il dirigismo economico, la regolazione estrema e capillare» (p. 110).

È possibile scongiurare questo esito “cinese”? Il saggio di Castellani offre una pista per rispondere a questo interrogativo, chiamando in causa la “società” e uno scenario fondato sul trinomio fiducia-libertà-autonomia, dove si rinuncia e al nazionalismo anacronistico (a destra) e al progressismo scientista e pedagogico (a sinistra). Uno scenario fatto di pluralismo istituzionale, con una società policentrica, dove trova spazio un sano federalismo tra gruppi, in grado di limitare la pretesa di sovranità assoluta, capace di frenare l’espansione tecnocratica, l’impersonalità sistemica del comando, in una parola di decentralizzare il potere e dare respiro all’umano.

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