Francesca Mariani frequenta il quinto anno del Liceo classico "Marsilio Ficino" di Figline Valdarno (FI).

Recensione a
C.S. Lewis, Lontano dal pianeta silenzioso
trad. it. G. Cantoni De Rossi
Adelphi, Milano 20114, pp. 202, € 12,00.

Appartenente al ciclo della “Trilogia dello spazio”, questo romanzo, scritto nel 1938, è un’opera di Clive Staples Lewis, il quale ha regalato ai suoi lettori non solo un libro riguardante il genere della fantascienza, ma anche uno specchio in cui la nostra società è in grado di riflettersi.

La storia, inizialmente ambientata nel pianeta Terra, gira attorno alla figura di Elwin Ransom, un professore di filologia descritto in vacanza, il quale, mentre era alla ricerca di un ragazzo scomparso, viene rapito da due scienziati. Questi ultimi portano Ransom su un pianeta particolare, chiamato Malacandra, ma poco dopo il protagonista riesce a fuggire dai suoi rapitori. Il professore viene così a conoscenza di un mondo totalmente differente dalla sua dimensione, incontrando creature abitanti del luogo, con caratteristiche diverse fra di loro. Il protagonista, infatti, trova, i cosiddetti hrossa, dal corpo nero, eccellenti agricoltori ma soprattutto poeti, amanti della cultura; seguono i sorn, esseri molto alti e sottili, i quali invece sono specializzati nelle scienze e negli insegnamenti astratti, si ritengono superiori ai hrossa; infine i pfifltriggi, che vengono visti solo alla fine del libro e sono abili tecnici e scultori del pianeta, gli unici che indossano delle vesti.

Ciò che però più colpisce di tale società, è il fatto che tutti questi abitanti convivino pacificamente, non esistono infatti forme di discriminazione, razzismo, intolleranza, dunque queste particolari forme viventi non si sono mai scontrate. La comunità che si viene a creare si divide in tre fulcri principali: l’Arte, per quanto riguarda i hrossa, la Conoscenza, facendo riferimento ai sorn, e la Tecnica, parlando dei pfifltriggi. Tutto ciò è controllato da un unico governo centrale, chiamato Grande Spirito (Oyarse). L’uomo, d’altra parte, è visto come un essere “difettoso”, dato che non riesce a comprendere tale pacifica e serena realtà, non sapendo gestire il suo stesso pianeta.

Ciò che ho trovato interessante nell’interazione tra esseri umani e abitanti di Malacandra è che i primi si riferiscono a questi ultimi utilizzando vocaboli e verbi molto primitivi, tipici di una specie arretrata. Comunicano in questo modo poiché si ritengono una razza superiore ed io penso che sia proprio questo il tema principale all’interno del romanzo. Infatti, i due scienziati rapitori di Ransom sembrano rappresentare il potere che l’uomo bianco esercita su tutte quelle razze che pensa siano inferiori. Il loro scopo è quello di imporsi e durante la narrazione concretizzano l’idea che possano permettersi di usare qualsiasi arma a loro disposizione, come afferma uno degli scienziati, Weston:

Vi potrò sembrare un volgare ladro, ma io porto sulle spalle il destino della razza umana. La vostra vita da tribù, le vostre armi dell’età della pietra, […] la vostra elementare struttura sociale non hanno niente di paragonabile alla nostra civiltà […]. Il nostro diritto di sopravvivervi è il diritto del più forte sul più debole.

Si crea, però, un parallelo all’interno del libro. Infatti, da una parte troviamo Ransom, il quale, mezzo di comunicazione fra umani e abitanti di Malacandra, si unisce con questi ultimi instaurando un rapporto di affetto, comprendendo i loro valori e accettando tutte le loro diverse caratteristiche. Più nello specifico, ciò che colpisce il lettore è il rapporto fra Ransom e i hrossa, soprattutto quando il professore mostra di voler imparare il linguaggio di quel pianeta, poiché sottolinea giustamente con forza quanto sia importante l’uso di ricorrere all’etimologia delle parole, alle nostre radici, che purtroppo diamo sempre più per scontate. D’altra parte, i due scienziati, Weston e Devine, rappresentano quelli che Ransom definisce «esseri distorti»: il pianeta Terra ne è testimone, dato che i suoi abitanti non riescono a vivere fra loro in maniera serena, sono ostili, incompatibili, colmi di disprezzi ingiustificati, e tutti questi elementi sono la causa del fatto che la divinità presente su Malacandra, Maladil, abbia deciso di respingere ogni comunicazione col pianeta Terra, portandolo a divenire il cosiddetto “pianeta silenzioso”, poiché di quest’ultimo per anni non si è saputo più niente, nonostante la sua potenza da un punto di vista tecnologico.

Personalmente, ho trovato molto utile l’uso delle descrizioni all’interno del libro, perché consentono di entrare all’interno dello spazio evocato dal romanzo e comprendere le caratteristiche del territorio di Malacandra, il quale è descritto come un ambiente molto colorato, colmo di vegetazione in molti suoi punti, forse sempre per rimarcarne la contrapposizione con il pianeta terrestre, il quale ad inizio del libro è descritto come un’area desertica, nonostante ne costituisse solo una piccola parte. Lo stile di scrittura è particolarmente scorrevole, tanto che il lettore non incontra alcuna difficoltà nel proseguire agilmente la lettura. Ciò detto, non consiglierei questo racconto a tutti, poiché nonostante tale romanzo appaia come una storia di fantascienza molto elementare e comprensibile da un punto di vista della trama, in realtà sono presenti molte simbologie ed implicazioni filosofiche che non da tutti possono essere colte ed apprezzate come meritano.

Ad esempio, dopo che Ransom è entrato all’interno di una caverna di un sorn, la voce narrante pronuncia la seguente affermazione «il sorn e la caverna illuminata, che fino a quel momento gli erano apparsi chiari come un sogno, assunsero una nuova realtà». Ciò credo si riferisca al celeberrimo “mito della caverna” di Platone. O ancora: quando Ransom si trova davanti ad una scultura rappresentante il sistema dell’universo dal punto di vista degli abitanti di Malacandra, egli precisa che questi ultimi rappresenterebbero Venere e Marte vicini, uniti, come fossero forze che stabiliscono l’ordine cosmico, il tutto gestito da Mercurio. Ciò richiama alla mia mente la concezione eschilea e sofoclea, secondo la quale Zeus sarebbe il garante della giustizia, oppure potrebbe essere anche un collegamento a filosofo Empedocle, poiché rappresentava Venere e Marte come simboli di Amicizia e Contesa, senza l’unione dei quali non si poteva creare alcuna pace. Per tali ragioni consiglierei la lettura ad un pubblico più consapevole, in modo tale che possa comprendere la lettura fino in fondo, non limitandosi solo all’avventura in sé, poiché dal mio punto di vista sarebbe molto più scontata e superflua. Insomma, aveva proprio ragione J.R.R. Tolkien nel definire il romanzo dell’amico Lewis nei seguenti termini: «La storia, per un lettore intelligente, ha un gran numero di implicazioni filosofiche e mitologiche tali da attrarre fortemente, senza nulla togliere alla caratteristica più immediata, quella dell’avventura». Aggiungo che la decisione di scrivere questo romanzo e gli altri due della trilogia nacque da una scommessa fatta proprio con l’amico Tolkien, per la quale questi doveva impegnarsi a scrivere una storia ambientata “lontano nel tempo” (il lavoro resterà incompiuto), mentre Lewis avrebbe dovuto scrivere una storia ambientata “lontano nello spazio”. Nacque così Out of the Silent Planet.

In conclusione, ritengo che questo romanzo dell’autore delle Cronache di Narnia sia assolutamente da leggere, almeno una volta nella vita, poiché si contraddistingue dalla maggior parte dei romanzi di fantascienza grazie all’aggiunta, come sottolineato, di numerosi riferimenti mitologici, filosofici e anche storici che sono ciò che mi hanno reso questo libro una lettura difficile da dimenticare.

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