Nicola Farinelli è laureato in Scienze Politiche presso il "Cesare Alfieri" (Università di Firenze).

Recensione a
F. Rampini, La notte della sinistra. Da dove ripartire

Mondadori, Milano 2019, pp. 168, € 16,00.

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Qualche tempo fa in rete girava una breve divertente boutade, «un esempio su come ragionano le persone di sinistra». Eccola: «Ragazzo: “Per me le donne non hanno alcun diritto e i gay devono essere impiccati”. Ragazza: “Ma che razza di primitivo fascista ignorante sei!”. Ragazzo: “No, io sono musulmano e questa è la mia idea religiosa”. Ragazza: “Oh! Scusami tanto! Spero che tu non pensi che io sia islamofoba!”».

Certo si tratta di una caricatura, forse grossolana, nondimeno molto efficace nel mettere alla berlina l’ipocrisia e il conformismo di molti cosiddetti progressisti. In fondo è proprio in reazione a questo tipo di mentalità che Federico Rampini deve aver deciso di scrivere uno dei suoi più recenti libri: La notte della sinistra. Da dove ripartire (Mondadori, Milano 2019). Non è stato certo il primo esponente della sinistra, intellettuale e/o politica, a scegliere di analizzare criticamente la propria area di riferimento, evidenziandone le contraddizioni, gli errori, le ipocrisie, financo la pigrizia intellettuale, e magari anche indicando possibili soluzioni, eventuali vie d’uscita da una lunga crisi d’idee e di valori che inevitabilmente si ripercuote anche nei risultati elettorali. Detto questo, bisogna ammettere che ben pochi sono quelli che l’hanno saputo fare con la lucidità, il coraggio e l’onestà intellettuale del giornalista di “Repubblica”. Fra i pochi precedenti possiamo annoverare senz’altro Giampaolo Pansa, il quale, divulgando vicende non del tutto sconosciute ma poco note ai più, ebbe l’ardire di mettere in discussione addirittura il mito fondatore e legittimante di tutte le sinistre italiane: la Resistenza. O meglio, ne contestò la versione semplicistica, manichea ed omertosa che per anni aveva dominato il dibattito politico-culturale del nostro paese. Altro caso quello di Mario Adinolfi, un politico, il quale, in numerosi interventi giornalistici e/o televisivi, e poi in particolare con un libro auto-pubblicato e distribuito gratuitamente, Voglio la mamma (2014), si è scagliato “da sinistra” contro i “falsi miti di progresso” che una sinistra politicamente corretta divulga in merito alla sessualità, l’identità di genere e temi bioetici. Visti i precedenti, destinatari di calunnie, ostracizzazioni e campagne diffamatorie, verrebbe quindi da chiedersi quale prezzo – ostracismo? scomunica? silenzio? – sarà costretto a pagare Rampini per il suo irriguardoso tentativo.

Quanto chiara, decisa e ferma sia la denuncia di Rampini, senza sconti per nessuno e senza ipocrisie di sorta, lo si comprende fin dall’introduzione, una vera e propria dichiarazione d’intenti. A chi si rivolge il libro? A «quella che un tempo si chiamava “la sinistra” e rappresentava le aspirazioni, gli ideali, i sogni di una maggioranza del popolo», una parte politica «pigra e autoreferenziale», che non ha nessuna reale «aspirazione a tornare maggioranza», che preferisce passare il tempo a «lanciare scomuniche» e a levare «alte grida d’allarme contro la deriva autoritaria», che pecca di «presunzione» ed «arroganza» nell’autodefinirsi «minoranza eletta, moralmente superiore, l’unica a detenere valori degni di questo nome» mentre ha collezionato tutta una serie di errori e sbagli: «dall’immigrazione alla vecchia retorica europeista ed esterofila, dal globalismo ingenuo alla collusione con le élite del denaro e della tecnologia». Tutti argomenti che verranno poi approfonditi. Ma subito partono due micidiali bordate. La seconda lamenta come «tra i guru progressisti ora vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer dei social, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiamo conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity. Mentre si trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo». Ma il primo attacco è ancora più devastante, visto che è indirizzato contro l’attuale vulgata antifascista: «Vorrei anche che la smettessimo di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo, lo si descrive in agguato dietro ogni angolo di strada, studiando pochissimo quel che fu davvero, in quale contesto storico nacque, quali ne furono la cause profonde e gli ingredienti decisivi. Si spande la retorica di una nuova Resistenza, insultando la memoria di quella vera (o ignorandone le contraddizioni, gli errori, le tragedie)».

Rampini, coll’eleganza che solitamente lo contraddistingue, evita di fare nomi. Fra i tanti a cui potrebbe far riferimento il giornalista quando parla di Santa Inquisizione che sottopone gli altri a «severi esami di purezza morale», ci è venuto subito naturale pensare a Michela Murgia. Una scrittrice di un certo successo che si è auto-investita del ruolo del Supremo Giudice del Tribunale Permanente di Vigilanza Antifascista, prendendosi la briga e di certo anche il gusto di dare a tutti e a tutto licenza di democratico o di fascista. L’ha fatto con il fondamentale “Fascistometro”, un «provocatorio» (!) test per valutare il proprio livello di fascismo (inserito nel libro Istruzioni per diventare fascisti pubblicato da Einaudi e disponibile anche on-line). E lo fa, continua a farlo, con tutta una serie di interventi sui media, sopra tutto sui social: articoli e riflessioni ove banalità e assurdità si mescolano in egual misura. Esemplare – ai fini del nostro ragionamento – può essere il suo Piccolo discorso sul fascismo che siamo, testo in cui la Murgia ci propina sconvolgenti rivelazioni quali «Mussolini era socialista» e raffinate analisi politologiche del tipo: «il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia». Il tutto per giungere a una definizione di fascismo quanto mai vaga e fumosa: «ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione». Qualunque soggetto può diventare fascista, allora. Dal «partito di sinistra» al «gruppo parrocchiale», al «circolo della bocciofila», come sostiene la scrittrice sarda, fino addirittura – aggiungo io – al mio gatto quando va a caccia! È chiaro che una sì vaga definizione di fascismo è del tutto priva d’utilità ai fini di una seria ricostruzione di un fenomeno storico in tutta la sua complessità. Ma lo sarebbe anche per prevenire un’eventuale (e del tutto improbabile) minaccia del suo ritorno, come pure paventano la Murgia e tanti dei suoi sodali. L’unica residua funzione è quella dell’invettiva da scagliare contro gli avversari politici (e non solo) ed anche così con risultati sempre meno premianti dal punto di vista elettorale.

In fondo la crisi della sinistra sta tutta qui. Si può misurare la sua decadenza politica ed intellettuale dalla statura dei suoi maîtres a penser. Da Gramsci alla Murgia… O da Pasolini ad Asia Argento, come lamenta lo stesso Rampini nel VI capitolo del suo libro. Sui nuovi guru della sinistra politicamente corretta l’autore spara ad alzo zero. Attori, attrici, registi, cantanti, campioni sportivi, una folla di «sedicenti progressisti» che «per reddito, privilegi e tenore di vita rientra nell’1 per cento degli straricchi». E a cui le classi operaie e i ceti medi impoveriti guardano con estrema diffidenza, per usare un eufemismo. Un fenomeno non solo nazionale, ma che tocca tutto l’Occidente. A partire dagli Stati Uniti. Pensiamo – ci invita ancora Rampini – a Hollywood, ad un evento emblematico come la Notte degli Oscar. Ogni anno le star americane, quasi sempre istruite ad arte dai loro esperti di comunicazione, immancabilmente «schierate con cause nobili, giuste umanitarie, bellissime e commoventi», ci rifilano un “discorsetto” moralistico sugli argomenti più vari (a seconda della moda del momento, possono essere gli orsi polari, le violenza della polizia americana contro i neri, gli abusi sulle donne, il dramma dei morti annegati nel Mediterraneo), in «un’orgia di banalità politically correct, una discesa verso gli inferi dell’ipocrisia». Eppure, ogni anno, lamenta Rampini, «è la stessa scena di delirio di fronte alle “parole forti”, alle “testimonianze”, alle “denunce”, ai “gesti simbolici” della serata degli Oscar. L’applauso è garantito, le recensioni dei media variano dall’entusiasmo alla venerazione, dalla commozione all’adorazione. Ma che brave, ma quanto sono coraggiose queste star. Coraggio? Sarebbe più esatto parlare di conformismo. Oggi a Hollywood ci vorrebbe coraggio per schierarsi a destra».

Ovviamente poi questa «orgia del politically correct hollywoodiano» viene «amplificata» qui da noi in Italia, «con un’enfasi ancor più smisurata, tipica del nostro provincialismo». Ma come ha potuto la sinistra – si chiede l’autore – «cadere in un simile abisso di banalità»? Le responsabilità sono molteplici. A cominciare da quelle degli intellettuali della generazione dello stesso Rampini che, «piano, piano», per «slittamenti progressivi», ha cercato di andare oltre la distinzione fra la cosiddetta cultura alta e quella “nazional-popolare”, finendo poi però per confondere sempre più «celebrità e autorevolezza». E poi, e sopra tutto, la responsabilità ricade sui mezzi di comunicazione: la televisione e, assai di più, i social media (si pensi ai cosiddetti influencer) che hanno avuto un impatto straordinario, «terrificante», del tutto nocivo. Con buona pace di tutte le consolatorie teorie sulla neutralità della tecnologia: è l’uso che ne se fa ad essere buono o cattivo – si ripete pedestremente – non lo strumento in sé!

In assoluto però è il tema dell’immigrazione che più ha palesato – in tutta la sua desolante e disarmante evidenza – il distacco fra la realtà e la visione del mondo della sinistra dei buoni sentimenti. Un tema scottante, estremamente controverso, che per sua stessa natura non ha mancato di generare reazioni viscerali (in tutti gli schieramenti), durissime contrapposizioni e reciproche infamanti accuse di disumanità. La sensibile perdita di consensi da parte delle sinistre, secondo molti commentatori, è dovuta anche, o forse principalmente, alla incapacità di affrontare in maniera razionale, non emotiva, questo problema, con la conseguenza che anche le soluzioni proposte difettano di realismo e di concretezza («formulette così semplici che ti risparmiano la fatica di analizzare, studiare, riflettere»)

Le considerazioni di Rampini sono estremamente chiare, forti e, a mio giudizio, definitive, come quando l’autore de La notte della sinistra prende le mosse da una maliziosa domanda retorica: «se chi entra in un paese lo fa violando le sue norme, perché dovrebbe pensare che da quel momento in poi dovrà rispettarle?». Un interrogativo a cui finora chi scrive queste righe non ha mai visto replicare con una valida obiezione. Qualcosa che non sia, intendo, la solita “favola” bella con cui oggi come ieri, la sinistra si compiace di illudersi: «tutti vissero felici e contenti perché erano buoni e si volevano bene»! Altra idilliaca «banalità» da evitare, aggiunge Rampini, è quella per cui «gli stranieri ci pagheranno le pensioni»: «Certo che gli immigrati mediamente sono più giovani della popolazione residente; e se oltre a lavorare pagano i contributi, danno più risorse all’Inps e quindi come primo impatto migliorano gli equilibri della previdenza. Poi però invecchiano anche loro, e se hanno pagato i contributi riscuoteranno giustamente la pensione. Per continuare a godere di un influsso benefico sui conti pubblici, dovranno arrivare altri immigrati giovani, e altri ancora. Aumentando anche in percentuale sulla popolazione italiana. E dunque con una modifica continua, progressiva, della composizione etnica del paese. Non sono gli immigrati di oggi ad attenuare il nostro problema pensionistico, occorre che l’immigrazione continui per sempre. Come minimo i cittadini italiani hanno il diritto di essere consultati per sapere se è questo che desiderano. Non può essere una questione decisa dall’alto, dall’algoritmo dell’Inps e dagli esperti». Vale la pena di riportare anche il ragionamento seguente, ove si afferma che «una delle cose che allontanano dalla sinistra il consenso di tanti strati popolari è proprio l’idea che la sinistra dei tecnocrati sa qual è il nostro bene per il futuro, e lo decide senza bisogno di chiedere il nostro parere».

V’è un’ulteriore formuletta memorizzata dagli “opinionisti di sinistra”, una che tutti abbiamo certo «sentito centinaia di volte», ossia che «gli immigrati vengono a fare i lavori che noi non vogliamo più fare». Anche in questo caso Rampini è contundente: «se certi mestieri sono diventati meno “appetibili”, se per reddito e status oggi sono considerati sinonimo di declassamento, in mancanza di manodopera straniera i nostri datori di lavoro avrebbero dovuto alzare le retribuzioni, fino al punto da renderli di nuovo attraenti». Ed è proprio qui che sta il nocciolo della questione. Cui prodest? è in fondo una domanda che non è mai inutile porre. E in questo caso men che mai. E Rampini infatti ci ricorda che «gli industriali, i ricchi, hanno sempre voluto le frontiere aperte, e sapevano benissimo quel che volevano». Certo, «il risultato dell’immigrazione è ovvio: i livelli salariali si abbassano, o rimangono bassi». E continua: «l’immigrazione, da sempre, è stata usata dai capitalisti per indebolire il potere contrattuale dei dipendenti. Era così negli anni Cinquanta, quando Agnelli importava operai dal Sud per indebolire la Ggil; non è mai cambiato». Infine conclude: «non è un caso se i top manager delle multinazionali americane e gli editorialisti del “Wall Stree Journal” sono ferocemente contrari a Trump sull’immigrazione». Come non è un caso, aggiungiamo noi, che su “Il Sole 24 Ore” si ripeta come un mantra che gli immigrati sono una risorsa.

Strettamente connessi al tema dell’immigrazione ve sono parecchi altri in cui si manifestano vizi e tic delle sinistre, tutti stigmatizzati nel corso del volume. A partire dal problema della sicurezza. Anche in questo caso meglio lasciare nuovamente la parola all’autore: «Una delle frasi in codice che oggi ti fanno riconoscere come uno stimato opinionista di sinistra è che “dobbiamo stare dalla parte dei più deboli”. Sottinteso: purché i deboli siano stranieri, possibilmente senza documenti, meglio ancora se hanno la pelle di un colore diverso dal nostro. Sono deboli solo se corrispondono a questa descrizione. Almeno una parte della sinistra ha deciso che sono sempre e soltanto queste le vittime dell’ingiustizia, per definizione. Tanto peggio per i pensionati poveri, con cittadinanza italiana, se la sera hanno paura a rincasare da soli perché davanti al loro portone comandano gli spacciatori. Gli si risponde citando le statistiche, per dimostrargli che non esiste un legame tra stranieri e criminalità. Dunque se vedono dei nordafricani spacciare impunemente sui marciapiedi del loro quartiere, è un’illusione ottica. O peggio, accostare il mestiere dello spacciatore e la sua nazionalità o etnia è un riflesso razzista. Che taccia, il pensionato povero, e si vergogni di avere questi pensieri immondi».

C’è poi l’ossessione anti-occidentale. Quella per cui, secondo il “dogma” della politically correctness «ogni sofferenza dell’umanità contemporanea si deve ricondurre alle colpe dell’Occidente, dell’uomo bianco». E in questo, come già denunciava negli anni ’90 Robert Hughes in un fondamentale – e profetico – volume (La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Milano, Adelphi, 1994; l’edizione originale è dell’anno precedente), «la sinistra americana batte tutte le sue sorelle europee»: così «la rappresentazione della storia», specie nei «campus delle grandi università» si riduce ad una «catena di crimini dell’uomo bianco»: «Scompare la responsabilità personale, dietro il gesto singolo di un razzista viene adombrata una tara collettiva, quasi genetica: essere bianchi ci rende sospetti, inclini al male». In Italia «ci si limita a importare di seconda mano», scimmiottandone «ogni vezzo, anche le cadute linguistiche più imbarazzanti». Certo, siamo spesso più «nella dimensione comica che in quella tragica». Ma, appunto, «uno dei problemi della sinistra politically correct è anche questo: ha perso ogni senso del ridicolo».

A seguire – e siamo nel campo della politica estera e delle relazioni internazionali – Rampini se la prende anche col «crescente rimbecillimento» di tanti progressisti (“americani, europei, italiani”) che, in nome di una malintesa opposizione a Trump, «si sentono obbligati a solidarizzare» con dei veri e propri “mascalzoni”, sinistri personaggi assai peggiori del presidente degli Stati Uniti. Ne abbiamo avuto un esempio con Nicolás Maduro, un «tiranno paleosocialista» che è «riuscito a ridurre alla fame una nazione straricca di petrolio, ha costretto alla fuga tre milioni di suoi concittadini», ha «scatenato un’iperinflazione che galoppa al ritmo dei “10 milioni per cento” (mai vista nella storia)», ha «stravolto la Costituzione, ha esautorato il Parlamento, ha riempito le carceri di oppositori inclusi rappresentanti eletti del popolo» e, come se non bastasse, ha fatto duramente reprimere le manifestazioni di protesta, con almeno 300 persone uccise e 13.000 arrestate dalla polizia «secondo i bilanci provvisori di febbraio».  Eppure è bastato che il presidente degli Stati Uniti si schierasse apertamente con l’opposizione venezuelana ed evocasse la possibilità di un intervento militare, perché in molti riscoprissero nel «peggiore dei modi» la propria «anima di sinistra» e riportassero in vita un anti-americanismo da anni ’70. Nell’elenco dei sostenitori di fatto di Maduro vi sono fra gli altri Jeremy Corbin, parte della CGIL e lo stesso Movimento 5 Stelle. A causa di quest’ultimo, fra l’altro, è stato bloccato «il riconoscimento da parte del nostro governo di un’alternativa democratica alla guida del Venezuela» (ossia Guaidò) e «l’Italia è rimasta a guardare mentre tanti suoi concittadini – espatriati o italo-venezuelani con doppia cittadinanza – sono stritolati da un’emergenza umanitaria e dalla morsa brutale di un regime sanguinario». Tutto ciò non esclude, ovviamente, che si possa essere convintamente e coerentemente oppositori di Trump, com’è il caso dello stesso Rampini.

I vizi della sinistra denunciati dal giornalista però non finiscono qui. L’autore vi aggiunge ancora l’“attrazione fatale” per i colossi digitali della West Coast americana. Non è difficile scoprirne le ragioni, visto che «in generale i miliardari dell’economia digitale si proclamano orgogliosamente di sinistra» e «li troviamo sempre dalla parte giusta nelle battaglie valoriali«: ovviamente «sono favorevoli agli immigrati» (salvo però «sottopagarli quando sono addetti alle pulizie negli uffici di Apple»), «hanno sostenuto il matrimonio gay», sono «ambientalisti a oltranza» (facile, visto che «l’inquinamento delle loro fabbriche l’hanno trasferito in Cina») e sono pure a favore della marijuana libera, «memori della loro adolescenza hippy». E sono finanziatori del Partito Democratico statunitense. Il che mette oggettivamente la sinistra americana in un bel conflitto d’interessi. Un conflitto assente nel nostro paese, perché, come scrive Rampini, «la sinistra italiana, però, ha un fatale complesso d’inferiorità. Si sente provinciale (perché spesso lo è) e tenta di ovviare abbracciando il modo acritico ‘la modernità’. Ha il terrore di apparire fuori gioco, obsoleta e periferica, se non celebra con entusiasmo qualsiasi innovazione».

È proprio questo il vero punto di forza degli inventori dei cosiddetti “social media”: l’averci convinto di essere nientemeno che «il Progresso», conquistando una «egemonia culturale formidabile» e travolgendo «ogni resistenza (non che ce ne siano molte)» nella loro «implacabile» avanzata. Mentre in realtà fanno «scempio della nostra privacy», alimentano «la dittatura della superficialità», e ci rendono «più manipolabili che mai». È il «trionfo della banalità e del conformismo», solo «a prima vista innocuo». Infatti oggi assistiamo a «un calo generalizzato e costante della nostra capacità di concentrazione, astrazione, riflessione, apprendimento», tanto che «alcuni prevedono che stia per tradursi in un abbassamento collettivo del quoziente di intelligenza». Insiste Rampini: «esistono casi di intere civiltà condannate al declino per colpa di consumi e costumi patogeni. Nel periodo delle guerre dell’oppio, a metà Ottocento, una civiltà con tremila anni di storia come quella cinese subì un depauperamento antropologico, oltre che uno spaventoso declino economico, sociale, politico e culturale. Il segno politico di questa involuzione non può essere ignorato. Una sinistra italiana che fu quella di Antonio Gramsci e Pier Paolo Pasolini, di Italo Calvino e di Norberto Bobbio, oggi pullula di pseudoleader che si vantano di non leggere libri, e si credono “moderni” perché passano il loro tempo su Facebook e Twitter».

Dalla «collusione con le élite del denaro e della tecnologia» al «globalismo ingenuo» e alla «vecchia retorica europeista ed esterofila» il passo è assai breve. Appiattirsi sugli «interessi (non quelli delle classi lavoratrici)» e le «ideologie (neoliberismo)» dei mercati è stato uno dei maggiori errori di «troppi governanti di sinistra». Un errore pagato a «prezzo altissimo». Dalla stessa sinistra e dal nostro paese. Eppure «negli ultimi tempi in Italia il mondo progressista ha sistematicamente simpatizzato con Macron» e ha tifato per Juncker quando attaccavano Salvini e ha usato «le oscillazioni dei mercati come una clave da calare con opportunismo» sugli avversari politici. Schierarsi sempre con gli altri e presentarsi come «il partito dello straniero» non solo non fa conquistare voti, ma «conferma appunto il sospetto che la sinistra sia establishment» e che sia «pronta a svendere gli interessi nazionali». E «se la salvezza è ridurre lo spread, stiamo buttando via la nostra storia»: «davvero non si capisce più cosa voglia dire essere di sinistra, in questo caso» e «non stupisce che la classe operaia vecchia e nuova si senta più rappresentata da altri».

Per inciso, di Junker, e del suo paese d’origine, Rampini traccia un ritratto assai poco lusinghiero: l’ex presidente della Commissione europea è stato «il protettore dei grandi elusori fiscali», «il capo di un paradiso fiscale immondo, incistato come un tumore nel cuore dell’Europa». Ed ancora: il Lussemburgo «l’ha fatta franca offrendo privilegi fiscali alle multinazionali di tutto il mondo: uno dei principali meccanismi di impoverimento del ceto medio e delle classi lavoratrici di tutto l’Occidente». Uno come Junker, secondo il giornalista di “Repubblica”, avrebbe dovuto «essere messo al bando dell’Europa, non promosso a dirigerla» ed aver fatto il tifo per lui è «una macchia grave» per tutti gli «opinionisti di sinistra».

Ecco, se non vivessimo, come dice Geminello Alvi, in un’epoca di «confusissima cerebralità», chiaramente la maggior parte delle affermazioni di Rampini verrebbero prese solo per quello che in effetti sono: evidenti verità, quasi lapalissiane, dettate dal comune buon senso. Se per molti non è così, forse è perché è finalmente giunto il tempo preconizzato da Chesterton, quello in cui saremo costretti a combattere anche per le verità più elementari, «per testimoniare che due più due fa quattro» o «per dimostrare che le foglie sono verdi in estate».

Non possiamo nascondere, per concludere, che la lettura di questa denuncia ci ha lasciati con un interrogativo e con un timore, entrambi irrisolti ed intimamente connessi l’un con l’altro. Il timore è che questo libro, pensato dall’autore per la «propria famiglia d’origine», venga tutto sommato ignorato dalla sinistra e venga invece letto sopra tutto da un pubblico di destra (per quanto il vizio della lettura non sia molto diffuso tra di esso), che ne trarrà ulteriore alimento per i propri pregiudizi (peraltro per niente infondati) e l’ennesima conferma della propria superiorità morale ed intellettuale (e su questo punto al contrario se ne potrebbero fare tante di osservazioni). L’interrogativo invece riguarda le conclusioni del volume, la parte in cui l’autore offre «qualche idea» per correggere tutti gli sbagli che ha denunciato, convinto che sia ancora possibile farlo: in fondo il sottotitolo del libro è proprio Da dove ripartire.

Sono tutti suggerimenti validissimi. Mi limiterò a riportarne due, che però sono davvero basilari e imprescindibili. Bisogna innanzi tutto che la sinistra la smetta «di usare quotidianamente il linguaggio della scomunica, di alzare grida d’allarme come se la democrazia italiana fosse minacciata ogni giorno dalle prevaricazioni e dell’autoritarismo». E poi deve schierarsi senza ambiguità da parte dello “stato forte”, uno stato «autorevole e imparziale, rispettato e anche temuto», liberandosi per sempre «da un’antica e diffusa tolleranza verso il ‘ribellismo dei poveri’, il vittimismo che giustifica il piccolo furto quotidiano: il biglietto non pagato sul mezzo di trasporto pubblico, la ricerca di gratuità diseducative, la mungitura di tutte le elemosine possibili. L’indulgenza verso l’abusivismo popolare, la piccola evasione fiscale, l’assenteismo dei dipendenti statali, i falsi invalidi che rubano le pensioni, tutto questo ha trovato una sponda anche in quell’idea falsamente “di sinistra” secondo cui povertà e disagio totale giustificano i mezzi». Niente da obiettare a queste idee. E nemmeno agli altri suggerimenti proposti. Tutti altrettanto preziosi. E tutti da mettere in pratica. Ma per farlo è indispensabile averne la capacità e la voglia. E qui si pone la domanda finale provocata dalla lettura del libro e che, temo, rimanga senza risposta: se la sinistra è così disastrata (sotto tutti i punti di vista) come l’impietosa analisi dello stesso Rampini ha rivelato, dove e come può trovare la forza e la volontà di riformarsi?

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