Alice Delli Pizzi ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Civiltà all’Università di Pisa nel 2021. I suoi principali interessi di studio sono la storia della Prima Repubblica e la storia culturale.

Recensione a
S. Mazzone, Seta e anarchia. Teorie e prassi degli anarchici italiani a Paterson
Rubbettino, Soveria Mannelli 2018, pp. 172, €15,00.

Ad oggi, nonostante una nutrita pubblicistica sull’argomento e il suo (solo apparente) anacronismo, è ancora acceso il dibattito sull’anarchismo, a cui hanno dato il loro contributo voci autorevoli come Noam Chomsky e Robert Wolff e che ha coinvolto egualmente teorici e militanti. Punto focale di tale dibattito è sempre stata la natura “negativa” del pensiero anarchico, che si manifesta già nelle radici etimologiche della parola: anarchia deriva infatti dal greco ἀν-ἀρχή, ossia la privazione (ἀν) di un principio base, ordinatore (ἀρχή), di un’autorità organizzatrice, dunque di qualsiasi tipo di governo imposto dall’alto. A causa di tale fondamento concettuale, l’anarchismo è stato storicamente spesso criticato per la mancanza di un elemento positivo e progettuale e tacciato di utopismo.

Contemporaneamente si è però configurato come una corrente di pensiero estremamente fluida (e longeva: la valorizzazione dell’individuo, l’altra faccia del “gran rifiuto” delle autorità, insieme all’idea di perfettibilità della società, affondano le loro radici nelle rivoluzioni culturali del diciottesimo secolo) al cui snodo fondamentale antiautoritario sono confluiti percorsi biografici individuali, correnti di pensiero anche aspramente dissidenti fra loro (si pensi all’anarchismo “egoista” di Stirner), ma soprattutto pratiche politiche, sindacali e culturali che si svolgono nella quotidianità dei lavoratori.

È su quest’ultimo punto che si basa la rivalutazione dell’anarchismo: la sua valenza antagonista e oppositiva, la sua tensione verso la limitazione dei poteri dello Stato e dell’oppressione dei ceti dominanti ad essi correlata che si manifesta in tali pratiche.

In Seta e anarchia Stefania Mazzone, professore di storia delle dottrine politiche, intende estrarre da questo quadro complessivo, ulteriormente complicato dal nomadismo che ha caratterizzato la vita di molti militanti, lavoratori e pensatori, l’analisi della diffusione dell’anarchismo italiano negli Stati Uniti: in particolare nella città di Paterson, nel New Jersey, detta Silk City per l’elevata presenza di industrie tessili che producevano seta.

Punto di partenza fondamentale risulta quindi la questione dell’emigrazione politica degli anarchici dall’Italia alla fine dell’Ottocento, che viene sviscerata sia attraverso la ricostruzione documentaristica dell’atteggiamento del governo italiano (verso l’anarchismo e verso il problema dell’emigrazione) sia attraverso la ricostruzione di percorsi biografici: il lavoratore, il militante e il pensatore sono spesso la stessa persona, è di conseguenza impossibile discutere separatamente di emigrazione politica ed economica. La stessa salda presa sulla realtà della ricostruzione viene mantenuta per tutta la parte introduttiva del volume, in cui si tratteggiano svariate tematiche fondamentali per la comprensione della diffusione dell’anarchismo italiano negli Stati Uniti: la galassia dell’associazionismo e della pubblicistica, in particolare riguardo il gruppo di New York (in stretto contatto con il gruppo di Paterson), gli scioperi più significativi, il confronto fra l’anarchismo europeo e quello statunitense, così come la ricostruzione delle vicissitudini di esponenti anarchici italiani attivi nella Silk City quali Pietro Gori, Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlino, ma anche Gaetano Bresci. Tali tematiche si intersecano in un percorso fluido ripercorrendo gli eventi chiave assurti a simbolo nel patrimonio culturale anarchico, come la tragedia di Haymarket Square del 1 maggio 1886 e la  conferenza antianarchica internazionale del 1898, riuscendo così a coniugare la dimensione sincronica e diacronica nella ricostruzione di un quadro introduttivo che rende il volume fruibile anche ad un lettore ai primi approcci con lo studio dell’anarchismo. A questo scopo viene inoltre esposta la questione, imprescindibile, del rapporto dell’anarchismo con la violenza, tramite la ricostruzione della serie di attentati a capi di Stato (il presidente della repubblica francese Carnot, l’imperatrice d’Austria, il presidente del consiglio spagnolo) verificatasi alla fine dell’Ottocento e che culmina con la vicenda di Gaetano Bresci, tornato in Italia proprio da Paterson poco prima di riuscire nell’intento di assassinare Umberto I di Savoia.

Punto di arrivo di tale percorso è, appunto, Paterson: nella seconda parte del volume viene esposto il caso di studio vero e proprio. La ricostruzione dell’attività culturale e politica degli anarchici italiani nella Silk City si basa su un ampio utilizzo di fonti documentarie, in particolar modo del periodico La questione sociale, fondato da Gori e Bresci nel 1895 e diretto fra gli altri da Errico Malatesta. Il giornale permette di analizzare le posizioni del gruppo di Paterson sui temi rilevanti dell’anarchismo e sulla politica italiana e statunitense. L’emancipazione femminile, ad esempio, è uno degli argomenti chiave del primo numero del giornale. Vengono inoltre approfondite questioni teoriche quali la fondamentale diatriba interna sul principio organizzativo delle forze rivoluzionarie: è lecito coordinarle oppure l’autorità è per natura sempre causa di diseguaglianze e coercizione? Malatesta e il suo predecessore alla direzione de La questione sociale, Ciancabilla, portano infatti avanti sul giornale un dibattito sull’argomento, accuratamente ricostruito, che culmina nell’abbandono della redazione da parte di quest’ultimo e nella fondazione di un nuovo periodico antiorganizzatore.

Viene allo stesso modo approfondita la quotidianità dell’associazionismo anarchico a Paterson, grazie alla ricostruzione dei convegni, delle iniziative sindacali, della produzione artistica teatrale dei gruppi culturali e delle condizioni di vita dei lavoratori della seta.

Lo sviluppo del volume riesce nel difficile intento di rendere la natura ramificata e complessa data dall’intersezione di varie soggettività e necessità della storia anarchica (che spesso ha portato la storiografia a concentrarsi sulla ricostruzione di singoli percorsi biografici e occasioni storiche), senza rinunciare ad uno sguardo più ampio nella parte introduttiva. A risentirne sono per necessità di cose l’approfondimento delle tematiche proposte, che vengono tratteggiate a grandi linee quanto basta a rendere possibile la comprensione del caso di studio, e l’organicità della struttura, senza tuttavia inficiare la fluidità della lettura.

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