Francesco Mancini è autore di ricerche e studi sulla Seconda guerra mondiale e sulla Ricostruzione. Sulla resistenza militare ha pubblicato: Già Vinti nel Cuore, con Prefazione di Lorenzo Ornaghi, Chieti 2011, basato sul diario di guerra del padre, ufficiale della Granatieri e combattente per la Liberazione, e sull’epistolario dello zio, ufficiale della Regina, fucilato dai tedeschi a Kos nell’ottobre 1943. Sull’armistizio e la liberazione di Roma ha pubblicato: La Via Adriatica alla Liberazione, con Prefazione di Elena Aga Rossi, Pisa 2024, risultato di una ricerca sui primi piani alleati che ponevano sull’Adriatico l’iniziativa dell’avanzata e la presa di Roma dalla via Tiburtina.
Recensione di Aga Rossi, Roma Tradita, Settembre 1943, la mancata difesa e l’occupazione tedesca, Il Mulino, Bologna, pp. 268, 23 euro
Nel suo recente saggio, Elena Aga Rossi parte dall’interrogativo, aperto da decenni, se dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la Capitale potesse essere difesa. L’Autrice fornisce sin dall’inizio la chiave interpretativa e il quadro di riferimento indispensabili per dipanare il complesso e controverso andamento delle vicende. Con la destituzione di Mussolini del 25 luglio 1943, il re e i vertici militari agirono sotto un duplice segno di continuità: prosecuzione di un regime autoritario monarchico, una sorta di fascismo emendato; continuazione dell’alleanza con i tedeschi nella guerra contro gli anglo-americani. Per questi motivi non solo non bloccarono l’afflusso delle forze germaniche in Italia, ma in agosto del 1943 consentirono loro di occupare sostanzialmente il Settentrione e i punti strategici del Paese. Assumendo una posizione ambigua e ambivalente, da un lato ribadivano ai tedeschi sempre più diffidenti la fedeltà all’alleanza, e dall’altro a metà agosto avviavano, per quanto fortunosamente, contatti con gli anglo-americani. Una trattativa su due tavoli, con l’obiettivo di arrivare ad una pace separata, ma non ad un rovesciamento delle alleanze. Quest’ultima fu invece presentata agli alleati come la effettiva intenzione italiana dall’emissario gen. Castellano, senza che in realtà fosse stata decisa. L’armistizio firmato il 3 settembre consentiva al Re e Badoglio di conservare il potere, e stabiliva che le forze armate italiane si impegnavano a combattere i tedeschi; le condizioni di pace sarebbero state commisurate a quest’ultimo impegno. In particolare per Roma era concordato che, in corrispondenza con l’annunzio dell’armistizio e il grande sbarco nella Penisola, doveva atterrare vicino alla capitale la 82° Divisione aerotrasportata americana per appoggiare le sei divisioni italiane poste a sua difesa (Operazione Giant 2).
Ma, come è noto, non ci fu nessun arrivo di truppe aerotrasportate americane a proteggere l’Urbe, e alla proclamazione dell’armistizio l’8 settembre 1943 seguì un disastro inimmaginabile. Quanto alle giustificazioni dei responsabili: “tutti i protagonisti spiegarono il loro comportamento con il presunto anticipo di quattro giorni dell’annuncio alleato dell’armistizio dal 12 all’8 settembre”. In particolare Badoglio volle anche precisare che l’operazione Giant 2 era stata annullata dagli americani. Questo aveva vanificato le misure che sosteneva -senza fondamento- di aver predisposto contro i tedeschi. E così le forze armate italiane, colte di sorpresa dall’annunzio della resa e dall’aggressione germanica, si erano dissolte. L’altra spiegazione data, era che le forze italiane a difesa di Roma erano “enormemente inferiori” rispetto alle germaniche, e quindi in ogni caso votate alla sconfitta. Nessuna di queste scusanti, come dimostra Aga Rossi anche con nuove acquisizioni documentali, ha però fondamento. Badoglio, al contrario di quello che poi sostenne, non aveva nessun motivo per presumere che l’annunzio dell’armistizio non sarebbe avvenuto prima del 12, e sapeva già che lo sbarco non sarebbe avvenuto a nord di Roma. Fu lui a rinunciare allo sbarco dell’82° Divisione compiendo un errore di conseguenze incalcolabili, perché, come evidenzia l’Autrice, esso aveva un ruolo cruciale, quasi mai evidenziato dalla nostra storiografia. L’operazione, se effettuata, con ogni probabilità avrebbe fatto ritirare immediatamente le forze germaniche al Nord e la guerra in Italia sarebbe probabilmente durata di meno. Sul punto le testimonianze tedesche sono unanimi. L’azione era certamente rischiosa, ma se anche fosse fallita “l’Italia avrebbe dimostrato di mantenere fede agli impegni sottoscritti” ed avrebbe avuto un trattamento migliore nelle condizioni di pace.
Tutte le giustificazioni postume vengono puntualmente confutate e smentite. Gli italiani a Roma erano in condizioni di superiorità numerica sui tedeschi. Le misure approntate dal comando supremo in agosto non prevedevano di prendere l’iniziativa contro i germanici, ma erano rivolte come mostra Aga Rossi a tutt’altri fini. La catena di omissioni ed errori che determinarono la catastrofe e l’omessa adozione di ogni misura di difesa “si spiegano non soltanto con il dominante timore dei tedeschi, ma con la decisione assunta dagli alti comandi di non affrontarli in combattimento, bensì di collaborare con loro fino alla fine, per schierarsi all’ultimo momento con la potenza più forte”. E così, i militari italiani seppero il tardo pomeriggio dell’8 settembre dalla radio, e non dai loro comandi, di essersi arresi agli alleati. Neanche dopo l’armistizio, le misure in qualche modo adottate, disponevano che i tedeschi andassero attaccati. Dopo averle esaminate, Aga Rossi conclude infatti che: “La mancanza di ordini scritti ed espliciti era quindi una scelta precisa del capo di stato maggiore generale; infatti, nelle ore seguenti, alle richieste dei tanti comandanti in Italia e nei paesi occupati di avere delle direttive, non venne data alcuna risposta”.
Per quanto riguarda in particolare Roma, a tutto agosto nessun piano era stato stabilito, né c’era stato alcun coordinamento tra le divisioni poste a presidiarla. Venendo alla questione più nota e dibattuta, la fuga del re e Badoglio a Pescara, Aga Rossi critica aspramente la scelta di portare con sé i vertici delle forze armate, lasciando Roma senza ordini e senza comandi militari. E dimostra che la decisione di abbandonarla non fu presa improvvisamente dopo l’annunzio “anticipato” dell’armistizio l’8 settembre, ma era stata sicuramente deliberata prima, con destinazione originaria la Sardegna. La posizione ambivalente ed opportunistica va in frantumi l’8 settembre, quando Eisenhower ingiunge a Badoglio di dare immediatamente l’annunzio dell’armistizio e di procedere come concordato, cioè rivolgendo le armi contro i tedeschi. Segue un drammatico e molto commentato Consiglio della Corona, in cui ci si orienta inizialmente per disconoscere ed annullare l’armistizio. In questa sede, nota acutamente Aga Rossi: “non si parlò del problema della difesa di Roma, che avrebbe dovuto essere la questione più urgente… Soprattutto si deve sottolineare che nelle ore seguenti non soltanto non vi fu alcun ordine esplicito alle divisioni di difenderla, ma non vi fu nemmeno alcuna indicazione o ordine inviato ai comandi in Italia e nei paesi occupati su come prepararsi concretamente all’inevitabile reazione dell’ex alleato”.
Il fatto che qualcuno combattesse, in quelle condizioni e con quelle premesse, per ben tre giorni, emerge come una sorta di miracolo. C’è il riconoscimento di atti di valore e resistenze eroiche, ma i comportamenti diversi vengono puntualmente esaminati: molte unità si disfanno, mentre la Granatieri combatte compatta per due giorni. Le pagine gloriose scritte a Porta San Paolo si alternano a “diserzioni di interi reparti” sul finire degli scontri. Il giudizio complessivo sulla questione è chiaro: “Mancò completamente un disegno politico di Vittorio Emanuele dopo la sostituzione di Mussolini, e di conseguenza il Governo italiano rimase inerte e passivo e non ebbe mai l’intenzione di combattere né contro i tedeschi né contro gli anglo-americani”. La conclusione è altrettanto netta: “La mancata difesa di Roma è rimasta quindi una macchia indelebile per la classe dirigente di allora”. La resistenza spontaneamente opposta, senza coordinamento e senza comandi, non fu solo simbolica, poiché impegnò due divisioni tedesche che avrebbero potuto essere impiegate nella delicatissima situazione di Salerno.
Questo studio costituisce non solo un punto fermo dopo decenni di controversie storiografiche, ma è prezioso per comprendere un tornante fondamentale della nostra storia e per affrontare altri temi che rimangono aperti, come quello del rapporto tra la prima resistenza militare e quella partigiana. Tra di esse vi furono differenze sostanziali: la prima fu atto di abnegazione, patriottico e antitedesco, la seconda fu soprattutto una ribellione antifascista.
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