Francesco Miolli è Dottore in Lettere (Università degli Studi di Salerno). Attualmente è studente in Filosofia presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, interessato principalmente alla storia del pensiero occidentale moderno e contemporaneo, come luogo d'incontro di discipline e linguaggi differenti

Recensione a
O.M. Gnerre, Materiali. Reinterpretare la rivoluzione conservatrice
Editoriale Scientifica, Napoli 2021, pp. 124, €14.00.

Introducendo il suo nuovo lavoro, l’autore scrive emblematicamente: «Ripensare la Rivoluzione conservatrice, oggi, significa comprendere la necessità, ed assumersi la responsabilità, di individuare alcuni temi di grande rilevanza che hanno ascendenze profonde nella storia del pensiero europeo e che si svelano tutt’ora nella loro straordinaria attualità. Significa inoltre accettare un compito di coerentizzazione che, per svariati motivi, è stato fino ad oggi rifuggito. È senza dubbio giunto il tempo di farsi carico di questo problema». (p. 44)

La breve silloge intitolata Materiali comprende quattro saggi, altrettante variazioni sul tema della Konservative Revolution – o meglio, del suo ripensamento. Essa si completa con un saggio prefativo di Gianluca Giannini che è un focus su Schmitt, vero fil rouge anche della produzione di Gnerre, e dunque perno del suo impegno ermeneutico anche quando il tedesco appare sullo sfondo, come accade in Dialogo sul conflitto. L’ultima parola è lasciata all’immagine, con un apparato fotografico a cura di Andrea Sandri. In questa sede, trovo più interessante interrogarmi sulle parole di Gnerre citate in apertura, che non spendermi in una ricognizione tematica saggio per saggio, la quale si esaurirebbe in una superflua sintesi di concetti chiaramente esposti dall’autore, e a più riprese, data la natura composita dell’opera. Come mai quel compito di coerentizzazione dell’universo rivoluzionario-conservatore è stato fino ad oggi rifuggito? Perché pubblicare questi quattro saggi equivale a farsi carico di un problema interpretativo? Ancora, quanto questi interrogativi hanno a che fare con la straordinaria attualità dei nuclei tematici passati in rassegna?

A mio parere, rispondendo a queste domande si coglierà l’originalità del lavoro di Gnerre, insieme con la legittimità del metodo di cui è frutto e del sentiero ermeneutico che contribuisce ad abbozzare. Indubbiamente è vero quanto l’autore ammette: «La colpa di questo fenomeno [la mancata coerentizzazione della Konservative Revolution] non è unicamente imputabile al velo di riserbo e impaccio che scende su un fenomeno culturale i cui rapporti con il Terzo Reich, pur se amplificati da certa letteratura, mettono in imbarazzo un po’ tutti. Ormai sta divenendo sempre più evidente agli occhi dei più come la Rivoluzione conservatrice e i suoi autori, pur avendo impostato il discorso generale nella Germania di inizio secolo scorso ed avendo quindi fornito strumenti teorici al Nazionalsocialismo, è stata nella maggioranza dei casi fortemente anti-hitleriana […] Non è nemmeno del tutto dovuto a certo ostracismo liberale, per cui pare che di determinati concetti si possa parlare solo deprivandoli della bocca che li ha proferiti, o che edulcora il pensiero degli autori suddetti, adattandoli a contesti culturali e sociali che essi aborrirono e avversarono» (pp. 45-46). Tuttavia, un contesto culturale tendenzialmente ostile a questa produzione culturale può certamente avere inibito sforzi interpretativi originali, se non altro filtrandola ermeneuticamente “in entrata”.

Riferendoci in particolare al panorama culturale italiano e alla sua recente storia, rileveremo facilmente alcuni interpreti ‘di spicco’ di quegli autori la cui biografia si è incrociata con i fascismi novecenteschi, oppure ricondotti al vasto orizzonte di una cultura di destra in ragione di corrispondenze concettuali e stilistiche di volta in volta indicate. Tra i molti interpreti, possiamo citare ad esempio tre nomi particolarmente rilevanti: Furio Jesi, Norberto Bobbio e Umberto Eco. Probabilmente costoro, più di altri, hanno agito da filtro ermeneutico posto tra il lettore, in particolar modo italiano, specialista o meno, e questi autori ‘problematici’: anche quando i loro bilanci si differenziano per portata, per idoli polemici man mano posti ad exempla, per metodo o per forma, partecipano del medesimo risultato, ovvero quello di tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è cultura di destra o ur-fascista e ciò che non lo è (almeno fino a prova contraria), ciò che può essere accolto nel patrimonio culturale di domani e ciò che andrebbe criticamente respinto. Operazione pur legittima, ma quando i nomi coinvolti sono così rilevanti, una pletora di epigoni è pronta a perpetuare il monito dei maestri, e magari ad irrigidirlo dogmaticamente in un paradossale cortocircuito. Il rischio è la desertificazione delle occasioni di confronto schietto e intellettualmente onesto, che intorno alle tendenze epocali dello scorso secolo dovrebbe oggi potersi liberamente sviluppare, quando non lo scoraggiamento di riletture dell’autore sacer di turno che si discostino dal pre-giudizio (polemico) quale premessa metodologica a ogni ermeneutica possibile.

A mio avviso, infatti, ciò che accomuna certe analisi, pur nelle loro peculiarità precipue, è lo scivolamento in direzione delle scienze sociali, quando non verso la militanza, a detrimento di un atteggiamento storiografico più lucido, di una ermeneutica filosofica più ponderosa e creativa. La destra diventa una pluralità irriducibile di posture culturali-psicologiche-sociali analogicamente imparentate con altre precedentemente attribuite a questa stessa specie (una specie di volta in volta con fatica ri-tassonomizzata), una tradizione ingombrante da cui nessuno è scevro, un peccato originale culturale. Un retaggio i cui segni vanno interpretati sempre e solo alla stregua di sintomi di una malattia in corso e per questo non storicizzabile, né ripensabile. L’eternizzazione echiana di un ur-fascismo in mezzo a noi è così inevitabile, passando per l’impossibilità della diade fascismo/cultura, avendo questo prodotto solo retorica (cfr. N. Bobbio, Se sia esistita una cultura fascista, in «Alternative», I, 1976). Per questo fu possibile a Jesi dire in un’intervista per L’Espresso del 1979: «La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra», giacché, come tratteggiato nel suo più celebre saggio due anni prima, «il linguaggio delle idee senza parole  [il corsivo è mio] è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice, e le sue accezioni stampate e parlate, in cui ricorrono appunto parole spiritualizzate tanto da poter essere veicolo di idee che esigono non-parole, si ritrovano anche nella cultura di chi non vuole essere di destra». (F. Jesi, Cultura di destra. Con tre inediti e un’intervista, Nottetempo, Roma 2011, p. 26).

Se Bobbio e Jesi sembrano portatori di due opposte tesi (la cultura di destra non esiste se non in classici precedenti ai fascismi storici come Nietzsche e Pareto; la cultura di destra è un’eredità ubiqua e pervasiva), sono sicuramente utilizzabili, con Eco, ai fini di quel medesimo ostracismo sulla base di motivazioni biografiche e polemiche (in senso schmittiano «tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una conflittualità concreta, sono legati a una situazione concreta […] e diventano astrazioni vuote e spente se questa situazione viene meno». C. Schmitt, Le categorie del «politico», Il Mulino, Bologna 2013, p. 113) e un metodo di volta in volta sociologico, antropologico, linguistico, e non autenticamente storiografico o filosofico. Per la verità, le tesi di Bobbio trovarono immediatamente un’accesa opposizione, tuttavia testi come La cultura di destra e Il fascismo eterno godono ancor oggi di ottima salute e ai fini del mio rapido excursus, come visto, ciò che conta è notare la tendenza ermeneutica più vasta che questi maestri, volenti o nolenti, hanno insieme contribuito a generare.

Certamente gli autori che Gnerre prende in analisi costituiscono l’epicentro di una temperie che il mondo liberale ha in linea di massima rigettato come culturalmente perniciosa, col rischio, per chi voglia occuparsene con rinnovato interesse, di non risultare epistemologicamente legittimati. Basti pensare che le idee senza parole hanno per padre il cominciatore ideale di quella Rivoluzione Conservatrice che il giovane studioso si propone di ripensare: «L’unica cosa che promette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue; idee senza parole». (O. Spengler, Anni decisivi. La Germania e lo sviluppo storico mondiale, Bompiani, Milano 1934, p. 4)

Insomma, un primo merito di Gnerre è continuare a occuparsi di Rivoluzione Conservatrice, affinando un’impostazione metodologica che appare in controtendenza rispetto agli indirizzi ermeneutici più influenti. Il presupposto dei suoi lavori è infatti la storicizzazione di tutto ciò che il novecento è stato, tanto nei termini della storia materiale quanto nella storia delle idee (il che è meno scontato), e con ciò la rivendicazione di quella distanza di sicurezza che sta tra lo sguardo dello storico e l’oggetto osservato, quel margine ad un tempo d’errore e di manovra, che è garantito dall’avvenuto mutamento della contingenza e dal trapasso del mondo da cui quell’oggetto proviene. Sin qui non ci si prenderebbe poi un gran rischio, nonostante, come visto, la tendenza storicizzante debba contendersi il campo con una più ingombrante tendenza “eternizzante”: il vero salto di qualità costituito da questi Materiali si trova, tuttavia, nello scarto ulteriore che essi disegnano (a mio parere per la prima volta con tale consapevolezza nell’autore) tra la pura ricognizione storica di fatti culturali e lo sforzo ermeneutico creativo, il bilancio filosofico originale. Così, quella niente affatto scontata storicizzazione è presente come premessa sottintesa, come ovvietà acquisita, e si arma pure di un prezioso apparato fotografico in appendice che ha il tratto bianco e nero del documento, del reperto proveniente da un passato già sbiadito. Ma il vero cuore dell’opera è, appunto, altrove; sta nelle linee di contatto possibili tra quel pensiero della crisi costituito dalla Konservative Revolution e le crisi epocali del mondo attuale, nella ricerca di strumenti utili alla comprensione della contemporaneità, nel voler fare qualcosa di questi contenuti filosofici che sia diverso dalla mera catalogazione: «Le sue categorie sono critiche e le sue questioni radicali. Non è inoltre possibile prescinderne per capire determinati fenomeni sociali da intendersi come sintomi dello stato attuale del mondo» (p. 56).

L’acquisita consegna alla storia del fenomeno consente, in realtà, di lanciarci a cuor leggero verso un altrove sovente visitato dai filosofi e sito, per così dire, di lato rispetto alla storia stessa, nella congiuntura di passato e futuro, che la pone in essere: in questo modo un classico può dire qualcosa del nostro destino. Il lettore riconoscerà nel testo che questa impostazione di Gnerre è mutuata (a proposito di linee di contatto, in questo caso metodologiche) proprio dagli autori della Konservative Revolution: «Nella Rivoluzione conservatrice vi è la consapevolezza che il passato mitico e il futuro utopico sono l’unico punto che congiunge la ciclicità storica nietzschiana, la cui rotazione è uno dei movimenti della spirale della dialettica storica. […] È in questo movimento che si sostanzia l’ultima presa di coscienza della filosofia, ed è ampiamente prefigurato dalla Rivoluzione conservatrice, forse non in senso pienamente compiuto, ma in pura chiarezza come per tutta la vera speculazione filosofica precedente: passato e futuro sono tutto ciò che l’uomo può conservare in essere, egli in quanto unico essere capace di autocoscienza. Togliere uno dei due fattori dall’equazione annulla l’equazione stessa, distruggendo la progettualità dell’uomo e la sua possibilità di narrare la storia» (p. 65).

Non a caso, sono già veri e propri classici, quelli che Gnerre individua come nucleo costitutivo di questa scuola, al di là della vasta letteratura che ha cercato di fotografare una tendenza costellata di autori “minori”. Questo spunto porta a un nuovo interrogativo fondamentale: quale Rivoluzione Conservatrice ci invita a ripensare Gnerre? Non tanto quella di un von Hofmannsthal o un Landsberg, nonostante tutte le auto-attribuzioni dell’etichetta di rivoluzionari-conservatori possibili, ma quella di autori che hanno segnato indubitabilmente la storia del pensiero novecentesco, talvolta neppure letti alla luce della Konservative Revolution dalla storiografia (è il caso in particolare del secondo della triade che segue): Schmitt, Heidegger e Jünger.

Niekisch e Sombart appaiono come comprimari, Spengler e il già citato von Hofmannsthal come precursori. Gnerre si prende la responsabilità di un certo arbitrio interpretativo. Parere del recensore è che sia anche questo un pregio. In effetti, la sistematizzazione che l’autore cerca di attuare presenta ancora qualche analogia metodologica con Schmitt, quello ventenne che scriveva Romanticismo politico: il giurista proponeva una nuova idealtipizzazione della tendenza romantica, il cui perno era un “minore”, Müller, preso come Typus Politischer Romantik. Un atto, anche quello, di arbitrio metodologico, di «restringimento dell’angolo visuale più propriamente storiografico» che ne sconsiglia un uso acritico in sede di storia delle idee, ma è proprio il «punto di vista sistematico che permette all’autore di tagliare i nodi di molte interpretazioni contradditorie e di gettare una luce davvero nuova ed insolita su di un territorio già tanto abbondantemente praticato» (Carlo Galli nella Presentazione di C. Schmitt, Romanticismo Politico, Giuffrè Editore, Milano 1981).

Ecco, con le dovute proporzioni, si potrebbero usare parole simili per definire l’operazione di Gnerre, in cui comunque il procedimento idealtipico messo in moto pare poggiare storiograficamente su fondamenta più consolidate. Per la verità, al netto della rottura che opera nei confronti della storiografia precedente, il testo paga dazio a più riprese a Mohler, Nolte e Breuer (citato in sede prefativa da Giannini). A costoro, pur lungi dall’esaurire il cosmo Konservative Revolution, analizzato perlopiù da un punto di vista fisionomico, asistematico, non concettuale, viene concesso il merito di una delimitazione preliminare e provvisoria di questo vasto territorio (cfr. A. Mohler, Lo “stile” fascista, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1987).

Indicativo è che, come per i casi italiani citati in precedenza, il limite sia riscontrabile in uno scivolamento in direzione delle scienze sociali, anche in questo caso legittimo ma non sufficiente a evitare errori interpretativi in sede storiografico-filosofica: «coloro che hanno parlato – per primi e di più – della Rivoluzione conservatrice, lo hanno fatto con un approccio eccessivamente politologico, il quale confonde i termini della questione» (p. 46)

Che si tratti di un’interpretazione in lingua tedesca dello stile fascista, o del nostrano incombente ombrello ermeneutico che tutto riconduce a una cultura di destra, la silloge di Gnerre si confronta con tendenze interpretative dominanti che, pur nelle loro irriducibili diversificazioni, hanno fatto un uso, per così dire, estensivo di categorie storico-filosofiche allargate, per pensare mediatamente attraverso il concetto un numero crescente di fenomeni anche lontani nello spazio e nel tempo. Viceversa, l’originalità di Materiali sta nel tentativo di scegliere una nuova regola interpretativa rintracciata dentro i testi, che è una cosa sola con l’atto di fondare un canone, necessario per poter comprendere intensivamente la complessità di una temperie novecentesca, traendone non più un compendio di posture psicologiche e tendenze culturali, ma un paradigma teorico dotato di un’identità filosoficamente riconoscibile.

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