Francesco Miolli è Dottore in Lettere (Università degli Studi di Salerno). Attualmente è studente in Filosofia presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, interessato principalmente alla storia del pensiero occidentale moderno e contemporaneo, come luogo d'incontro di discipline e linguaggi differenti

Recensione a
O. M. Gnerre, Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco
Mimesis, Milano 2018, pp. 112, €10.

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Si tratta del saggio d’esordio di Orazio Maria Gnerre. Sfortunatamente, ciò non aiuta né il lettore occasionale, né il recensore a collocarlo in un territorio riconoscibile. Come l’ornitorinco, l’agile volumetto di Gnerre, sfugge alla tassonomia oziosa, al classificatore che non sia disposto a rimettere tutto in discussione e ripartire daccapo. Prima che il mondo fosse si apre con una citazione da Mandorla, di Paul Celan: «Nel nulla – chi sta? / Lì sta il re, il re». A seguire, la prefazione di Andrea Sandri, Attorno all’equivocità del nulla, che, tra gli altri, ha il merito di consegnare a Kierkegaard, figura presente-assente in tutta la trattazione di Gnerre, una centralità nella ‘opacizzazione’ del nulla, equiparabile, nell’evo moderno, alla forma del livellamento. Ciò fa del danese il preconizzatore del decisionismo: «Kierkegaard non trova nel nulla, che, con l’epoca, si impone nella forma del pubblico e del livellamento, le possibilità del mistico, della Nichtigkeit di Eckahrt o della nada di San Giovanni della Croce. […] In esso non si può penetrare come nel folto di una foresta o avere accesso alla cima di qualche montagna spirituale, ma soltanto dissolversi oppure congedarsi compiendo un salto la cui possibilità è data solamente dalla trascendenza di Dio. […] l’unica possibilità di trascendimento e di congedo dal livellamento è la decisione per la eternità del mondo e delle cose».

Sandri conferma anche la suggestione per cui l’opera di Gnerre sarebbe un itinerario, rapido ed esatto, che dal nulla ove continua a risiedere la sovranità, porta alla totalità del mondo interdipendente degli uomini: ogni cosa è scaturigine della decisione o, in negativo, della non-decisione. E, però, la rapidità e l’esattezza di questo itinerario ci impediscono di guardare all’opera solo come a un meritorio studio su Carl Schmitt e, filologicamente, sull’humus da cui il suo pensiero origina. Schmitt e i suoi concetti-chiave trovano tutti spazio – dal decisionismo che il lavoro di Gnerre si propone di scandagliare, sino alla sovranità oggi tanto bistrattata dal marketing elettorale – ma continuamente giustapposti ad altri momenti del pensiero moderno, tradendo un vivo interesse per l’applicazione di questo emerso alla contemporaneità, con le sue crisi epocali. Allora, Prima che il mondo fosse è certamente un saggio sul decisionismo novecentesco, ma non solo. Nel tentativo di «indagare queste radici» (p. 21), Gnerre apre molteplici finestre ad altrettanti territori: trovano spazio in queste pagine tanto i colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui, quanto l’esoterista Saint-Martin, passando per Schivelbusch.

Ogni testo ha la dignità del documento storico e ogni disciplina, pur con i propri bias e linguaggi precipui, può significare qualcosa di rilevante sul proprio tempo. Questa attitudine di Gnerre da storico delle idee, interdisciplinare e filologica, è l’aspetto implicito più interessante e riconoscibile del suo saggio d’esordio. Oltre a costituire un metodo, suggerisce un ottimismo epistemico che, almeno a giudicare dal risultato, appare fecondo e che investe principalmente le dimensioni della storia e del linguaggio: «per superare invece un mero approccio oggettivistico che vuole fare della storia il campo dell’analisi tecnica, e non del disvelamento del senso del linguaggio» (p. 22). Il nesso storia-linguaggio è stato nel frattempo trattato, en passant, dall’autore in altri lavori: «il pensiero umano dialetticamente procede per sintesi. Per questo “progredisce”, cioè si integra maggiormente. Questo non vuol dire chiaramente che migliora in assoluto, oggettivamente, ma che tende alla comprensione delle cose, che a loro volta sono generate dall’intersoggettività. Dialetticamente, quindi discorsivamente. Il linguaggio è l’essenza dell’essere umano» (O.M., Gnerre e G. La Grassa, Dialogo sul conflitto, Editoriale Scientifica, Napoli 2019, p. 79). Ecco spiegata la pregnanza della filologia delle idee che in questo saggio è proposta: del linguaggio che si ripiega sul linguaggio in vista di un’auto-comprensione.

Insisto sui meriti, per così dire, metodologici dell’opera perché il contributo scientifico che essa fornisce agli studi schmittiani – e, in generale, al discorso sui temi del decisionismo e della sovranità per come elaborati dalla Rivoluzione Conservatrice – ne è diretto prodotto. Non si coglie il senso del contributo, se non collocandolo entro questa febbre comparativa, questa giustapposizione continua ed efficace, questo tentativo di far dialogare regni apparentemente (e colpevolmente) ritenuti distanti – volgarizzando: decisionismi e proto-decisionismi di destra e di sinistra.

Così, la collocazione del decisionismo e dei suoi autori di riferimento all’interno del contesto storico che li ha prodotti, come attori fondamentali di un processo dialettico, ci permette non soltanto di gettare la nuova luce di un’analisi ulteriore su un recinto tematico, ma anche di comprendere qualcosa di dirimente sulla complessità di quel processo che, su suggerimento dell’autore, ancora oggi si dipana. In tal senso, Prima che il mondo fosse è un invito alla complessità: a riprendere in mano i concetti limite della filosofia – il nulla, la totalità, il mondo, la storia – senza farne pure astrazioni spersonalizzanti (non mancano strali lanciati all’illuminismo più intellettualistico, sulla scorta ad esempio di Mosse; si veda p. 29), ma anzi piegandoli alla necessità di sfidare la complessità del mondo, di predicare qualcosa, anziché nulla, sullo stato attuale del discorso umano che fa il mondo. Non a caso, i più presenti della compagine rivoluzionaria conservatrice nelle pagine di Gnerre sono Schmitt e Jünger. Ad esempio, un Heidegger, così impegnato nel superamento magico del nesso soggetto-oggetto, nella misticizzazione del linguaggio – quasi a rispondere a Wittgenstein che su ciò di cui non si può parlare, si deve poetare – non fa davvero al caso di alcuna rivoluzione. Viceversa, Gnerre, sin dal primo capitolo, Tecnica, Economia, Apocalisse, ripercorre le ragioni storico-politiche della jüngeriana Totale Mobilmachung e la risultante necessità di trovare una politica, una prassi capace di riportare quest’immensità dal campo delle neutralizzazioni tecno-economiche a quello della decisione umana, dal non-senso di ciò che Gnerre definisce esistenza macchinale (p. 27) all’instaurazione di nuovi rapporti simbolici significanti, schmittianamente di una nuova rappresentazione. A fianco ai passi di Schmitt che l’autore ripropone si può leggere, a sintesi di quel senso di smarrimento di potere sulla propria produzione, questo momento del Dialogo sul potere: «ciò che produce tutto questo non è più l’uomo in quanto uomo, bensì una reazione a catena da lui provocata» (C. Schmitt, Dialogo sul potere, a cura di G. Gurisatti, Adelphi, Milano 2012, p. 38).

Perché una inversione epocale di tendenza si inveri, come un’autentica parusia, a cambiare nuovamente la forma del mondo, si fa strada l’idea di una Nuova Politica: «se la politica come abbiamo detto era la risposta al riduzionismo spersonalizzante dell’economia e del dominio liberale, essa si doveva configurare in maniera completamente nuova, non più come appendice del processo di razionalizzazione calcolante del mondo» (p. 43), ed è qui che Gnerre spiega il totalitarismo non come mera tecno-autocrazia, ma sulla scorta di alcune speculazioni d’epoca, come reintroduzione al sacro delle masse attive, nella forma politica della ri-fondazione collettiva del mondo. I tragici esiti storici dei totalitarismi, certo, non invogliano a ripercorrerne tutti i motivi possibili. Tuttavia, appare questo un esercizio scientificamente meritorio, un antidoto all’appiattimento verso il giudizio di valore che, nei fatti, precede per automatismo qualsiasi altra forma di giudizio – e ancor prima di epoché – necessari a ripercorrere il senso di ogni crisi.

In questa chiave va letto il secondo capitolo sulla Nuova Politica e sulla democrazia totalitaria, senza cui non sarebbero chiari i nessi tra rappresentazione, sovranità e legittimazione del potere, così come l’esistenza di alcune deficienze strutturali del liberalismo in merito a questi temi: «Il sistema di pensiero del mondo liberale-borghese europeo, avendo rimosso un numero indefinito di possibilità dal proprio campo visivo, le ha spazzate tutte sotto il tappeto dell’imponderabile, ed esse, data la loro grande quantità, non potevano che tornare» (p. 58).

Nel terzo capitolo, Deliberatio et Executio, la centralità di Carl Schmitt nella sistematizzazione delle tendenze che animano il decisionismo, a cavallo tra teoria filosofia e prassi politica, è rivendicata a gran voce sin da subito dallo stesso autore. Anche in questo caso, comunque, accanto al filosofo del diritto e alle sue pagine più significative sul tema dell’onnipotenza del decisore nello stato d’eccezione (che si concretizza, per l’appunto, nella coincidenza empirica dei momenti di deliberatio ed executio), trovano spazio altre voci più o meno eterodosse: dal Bataille di Sovranità, con Schmitt altra coscienza infelice della borghesia europea, fino al pragmatismo d’oltreoceano. Qui trova spazio l’aspetto miracolistico ed eccezionale che eccede ogni formalizzazione giuridica del reale. Il reale irrompe, elude la potenza di calcolo della gabbia tecno-economica e di fronte al caso limite non ci è dato che di riconoscerci come applicatori severi della ghigliottina di Hume: il diritto non viene da un dover-essere già dato in natura, è un fatto positivo, e meglio politico, giacché preceduto dalla definizione di amico-nemico; dunque non esiste legge che non scaturisca dalla sovranità, da una volontà assoluta che decida il mondo. La deficienza della clasa discudidora additata da Donoso Cortés, e su cui le democrazie parlamentari liberali ripongono fiducia, è la sua incapacità di decidere e l’esito drammatico della non-decisione: la sovranità risiede evidentemente altrove, lontana dagli sguardi, lungi dalla rappresentazione. Questo è uno dei moniti di più immediata applicabilità allo stato di cose attuale.

Sulla natura metafisica della volontà capace di farsi soggetto di storia (ovvero di decidere) si avventura un quarto capitolo, Il terzo regno, capace di sondare le radici mistico-esoteriche del decisionismo, ravvisate da Gnerre nel volontarismo di autori come De Maistre, Saint-Simon e ancor prima nella teologia apofatica di Dionigi Areopagita. Di Dio, decisore assoluto, nulla si può dire, ma della sua volontà e della sua potenza si può essere partecipi. Misterioso come il fondamento della comunità, è il luogo del nulla da cui tutto scaturisce. Questo il barlume di conoscenza che ci è dato di quanto sottostà alle rappresentazioni umane. E dunque, «il decisionismo nella sua natura essenziale risulta essere la terza teologia politica, che non nega le affermazioni della prima ma supera dialetticamente la negazione della seconda» (p. 106).

La chiusura di saggio è anche un’apertura interpretativa originale al pensiero di Carl Schmitt, confermata dal successivo Dialogo sul conflitto, tenuto dallo stesso Gnerre insieme a Gianfranco La Grassa, in cui il filosofo del diritto appare, con Marx, l’altro grande pensatore conflittuale e dialettico della modernità. Allora questo saggio può anche essere letto come un primo tentativo di riterritorializzazione di Schmitt, sottratto all’interpretazione che lo vuole portatore dell’aut-aut kierkegaardiano dalla dimensione esistenziale individuale a quella collettiva, in forma politico-giuridica: nel pensiero del filosofo viene individuato, oltre alla centralità della determinazione conflittuale amico-nemico, un poco vistoso ma consistente motore dialettico nella figura della scoperta del vero nemico. Così la descrive Gnerre in una nota: «per scoperta del vero nemico intendiamo ciò che Schmitt rivede nella vicenda esistenziale di alcuni personaggi […] che ad un certo punto della loro vita comprendono di avere in atto una lotta solo fittizia col proprio nemico apparente, e che ciò che li nega (per riprendere un termine dall’Ex Captivitate Salus) era un loro presunto alleato. Questo impone un rovesciamento esistenziale del conflitto politico, che presuppone (qui la dialettica) non la negazione di sé ma una coscienza più profonda della propria essenza» (p. 78).

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