Marco Serretta è docente di materie letterarie nella scuola secondaria di secondo grado. Studioso e appassionato di arte, letteratura e cinema giapponese.

Recensione a
D. Breschi, Yukio Mishima. Enigma in cinque atti
Luni editrice, Milano 2020, pp. 256, €20,00.

25 novembre 1970. Che significa questa data in un anno come il 2020, tanto surreale a causa della pandemia da Covid-19 da sembrare la realizzazione di quella visione fantastica e orrifica raccontata magistralmente da George Andrew Romero in un film di nicchia del 1973, La città verrà distrutta all’alba, e considerato dagli amanti del cinema come un cult movie profetico?

Per tanti è un giorno lontano privo di significato, un giorno che quasi per uno scherzo beffardo, il destino ha voluto offuscare persino nella ricorrenza importante del suo cinquantenario con la morte del più grande calciatore di sempre, quasi a voler togliere anche quei frammenti di memoria che erano rimasti. Eppure si tratta di una data che corrisponde a una pietra miliare nella storia della cultura giapponese: è il giorno del seppuku di Yukio Mishima, un evento di catarsi che può comprendere chi ritiene patrimonio essenziale e non barattabile la propria identità. Può capirlo esattamente, riuscendo ad andare oltre il puro sensazionalismo.

Proprio in tale ottica si pone il libro Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, pubblicato dalla casa editrice Luni e scritto da Danilo Breschi, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), da inserire, a mio parere, nel novero delle opere di critica e di analisi sull’emblematica figura di Yukio Mishima degne di nota.

Come dichiarato dallo stesso autore «è nato un libro non programmato, dono inatteso, frutto di una scrittura di mezza estate forsennata e inarrestabile». Risulta particolarmente originale e azzeccata l’idea della stesura del testo: come un antico scrittore di teatro, l’autore ha immaginato di dar vita a singoli atti preceduti da un’avvertenza (La circumnavigazione di un enigma). I cinque atti messi insieme formano quella che potrebbe essere una tragedia su un eroe del tempo mai decaduto, un eroe paragonabile a un moderno Ulisse che ha viaggiato tenacemente verso la sua mèta andando contro tutto e tutti, non cedendo mai alle debolezze e mettendo in pratica il detto giapponese “cadere sette volte, rialzarsi otto”.

Yukio Mishima è una figura poliedrica, spesso contraddittoria, un moderno visionario assimilabile a Prometeo che rubò il fuoco al dio Vulcano per donarlo all’umanità, impresa che poi pagò a caro prezzo. Sentiva, infatti, di essere un samurai e al tempo stesso un kamikaze: ammirava a tal punto questa figura che fece domanda per entrare come volontario nell’esercito durante la seconda guerra mondiale, ma venne scartato per alcuni problemi di salute, vanificando così il suo più intimo desiderio di morire in battaglia per la patria e per l’imperatore. Con i suoi gesti e le sue parole ha dipinto un quadro preciso della società del Sol Levante, paese da lui follemente amato ed odiato al tempo stesso; gesti e parole che, presi singolarmente, sono come tessere luccicanti, ma monche, di un puzzle che solo nel loro insieme si illuminano di significato.  La cultura, la tradizione e la storia plurimillenaria del Giappone sono state da lui raccontate con parole sempre ricercate e con gli strumenti più disparati, dal romanzo al testo teatrale, dalle raccolte di racconti alle sceneggiature cinematografiche, dalle traduzioni e dai riadattamenti di testi occidentali alla poesia. Tutto il mondo della scrittura in Mishima è così drammaticamente sferzante nel perseguire un unico obiettivo: quello di voler cercare di squarciare con la lama affilata di una katana la coltre di insensibilità e la perdita di interesse per la tradizione nei suoi connazionali della generazione successiva al conflitto mondiale che quasi si vergognavano delle gesta compiute dai loro antenati.

Ugualmente sferzante è il colpo di katana che Danilo Breschi ha dato nel considerare la vita, le gesta e l’opus letteraria di Yukio Mishima. E ha voluto farlo con un approccio molto particolare, ovvero partire dalla tragica giornata del 25 novembre 1970 per concludere con uno dei momenti più salienti della crescita intellettuale e personale di Mishima, vale a dire  l’incontro e l’amicizia con Yasunari Kawabata, rapporto tanto profondo e intenso da aver influenzato reciprocamente i due scrittori che tra l’altro hanno concluso entrambi, seppur in modalità e momenti diversi, la loro esistenza con l’atto di suicidio.

Nel primo atto L’epilogo come prologo Danilo Breschi analizza in modo lucido e imparziale quello che è considerato l’avvenimento focale, ovvero l’evolversi della giornata del seppuku di Yukio Mishima. Ciò che rende interessante e affascinante la lettura è la ben riuscita scelta dell’Autore, il quale, in antitesi ad altri scrittori che in passato hanno voluto far sfoggio di particolari spesso raccapriccianti (rispetto ai quali ci si è persino interrogati sulle fonti e sull’attendibilità), di voler invece raccontare quella tragica giornata attraverso una meticolosa e originale analisi di alcune opere scritte da Yukio Mishima. In particolare Breschi ha attinto al racconto Patriottismo e al romanzo Il padiglione d’oro. In questo modo il lettore è guidato con sapienza e abilità dall’Autore a cogliere tra le righe di questi testi, tramite opportune citazioni di altri autori e diversi rimandi a fatti storici (si veda il riferimento alla rivolta di un gruppo di samurai ribelli che tentarono in epoca Meiji nel 1877 di attuare un colpo di Stato), gli indizi che Mishima ha lasciato nelle sue pagine, un po’ come avviene nei gialli della nota scrittrice inglese Agatha Christie, nei quali il finale è solo l’ultima tessera di un mosaico che l’autrice ha composto con tracce disseminate qua e là, chiarissime alla luce dell’epilogo, eppure sfuggenti agli occhi del lettore. Allo stesso modo Breschi ci svela, seppur indirettamente, che il gesto compiuto da Mishima era un gesto annunciato. E non è stato un atto di puro fanatismo, come si potrebbe insinuare, ma la decisione di un patriota che per preservare la cultura del suo Paese nei confronti dell’Occidente e per risvegliare nell’animo dei giapponesi l’attaccamento alla secolare tradizione del Sol Levante sacrifica persino la propria vita. Per dirla con le parole dello stesso Breschi:  «Abbiamo la forma che sublima il tremendo e lo trasfigura in algida e tragica bellezza».

Nel secondo atto, intitolato La decadenza, l’americanizzazione e la forma ellenica,  Danilo Breschi dipinge un preciso quadro filosofico dell’interiorità e della sensibilità di Mishima facendo riferimento in primis a La coppa di Apollo, un insieme di articoli  di viaggio in Europa e in America.  Ebbene, Mishima troverà nella scoperta della bellezza della Grecia antica e nella ricomposizione del rapporto tra corpo e spirito una chiave per il superamento del nichilismo e del processo di decadenza e di americanizzazione che caratterizzavano il Giappone dalla fine del secondo conflitto mondiale, superamento a cui ha contribuito anche la filosofia di Nietzsche, mediata dalla concezione buddhista sulla decomposizione e morte degli angeli.

Per trovare ulteriori conferme a questi concetti, Breschi coglie la profondità di altri testi mishimiani quali i romanzi La voce delle onde,  L’età verde e Dopo il banchetto, quest’ultimo finora considerato dalla critica solo una delle possibili motivazioni per la prima delle tre non attribuzioni del premio Nobel per la letteratura a Mishima. Un significativo spazio dissertativo è riservato, poi, all’analisi del romanzo La casa di Kyoko, opera che probabilmente la critica ha generalmente sottovalutato e considerato talvolta come un testo di scarso spessore, ma che finalmente in questo libro riceve la sua giusta valorizzazione e considerazione.

Nel terzo atto, intitolato Oltre la morte, la notte e il sangue: la neve, il vulcano e il mare, l’Autore prosegue il suo viaggio all’interno della produzione letteraria di Mishima partendo dall’analisi del testo La foresta in fiore, suo racconto d’esordio, passando per il romanzo Confessioni di una maschera che lo ha fatto conoscere nel mondo occidentale, per arrivare in conclusione ai romanzi dell’età matura, tra i quali, ad esempio, La voce delle onde e Il sapore della gloria. L’effetto è quello di un’accurata ricostruzione dell’evoluzione della persona e del pensiero dello scrittore giapponese che ricorda uno splendido ed accattivante Bildungsroman, con protagonista Yukio Mishima.

Nella sua disamina Danilo Breschi pone un’attenzione particolare ad alcuni aspetti della natura, facendo un singolare collegamento tra la neve, il vulcano e il mare, da un lato, e la disciplina del bushido adottata dai samurai, dall’altro. A suo parere, natura e religiosità, elementi tra loro apparentemente distanti, sono uniti nelle opere mishimiane in una perfetta armonia. Una parte interessante è dedicata all’approfondimento del curioso rapporto esistente tra Mishima e il mare, sintetizzabile nelle parole dello stesso Breschi: «Il mare dunque come specchio che riflette, ma anche come creatura che prende vita e sfida, alter ego oppure antagonista, sempre e comunque un appello e una sfida».

Il quarto atto (L’artista che si fece samurai per tradizione e romanticismo) riprende il tema dell’hara-kiri, non come fatto in sé, ma per il valore intrinseco che assume nella visione della vita e della morte di Mishima stesso. Per analizzarlo l’autore prende in considerazione il romanzo, inconsueto per il suo genere, Stella meravigliosa, che diventa per lo scrittore giapponese strumento di critica e satira della società del suo tempo. In modo del tutto nuovo Breschi mette in luce che, se nella sostanza Mishima fu uno strenuo nazionalista, soprattutto in tema di difesa dalla colonizzazione culturale americana, nella forma sembrava ben distante dall’aggressività che questa ideologia talvolta comporta, conservando sempre i modi di un antico samurai. In poche parole aveva fatto sua la sensibilità tipica della cultura giapponese hoganbiki, ossia la simpatia per il perdente, pur nella sua fede incondizionata nei confronti dell’imperatore del Giappone e della cultura millenaria del suo Paese che egli vuole preservare, più che per una chiusura al nuovo con l’intento, semmai, di proteggere un patrimonio originale e fortemente sentito. Tali principi ricorrono anche nel saggio La difesa della cultura, scritto a sostegno della cultura del particolare e del nazionale e non dell’universale; Mishima lotta contro il culturalismo, ma sostiene che l’unica arma da sferrare per sconfiggerlo è la non violenza. Tuttavia, tra le virtù da usare contro di esso vi è quella guerriera del sacrificio di sé.  Egli è anche contro ogni forma di governo totalitario, al di là di ogni possibile ideologia e schieramento politico.

Breschi, inoltre, offre una lucida analisi della percezione del gesto estremo di Mishima all’interno della società e della cultura giapponese, allora come oggi, e ha dimostrato che solo col tempo è stata scoperchiata la pentola, facendo riemergere alcune interpretazioni che erano state messe da parte, allo scopo di non far associare il Giappone alla figura solitaria di Mishima. Paradossalmente la sua terra natia, per la quale si era immolato, etichettò il suo seppuku come il gesto di un folle, di un invasato che puntava più ad apparire che ad essere. La stampa giapponese di allora lo giudicò come un uomo fuori dal tempo e spense presto i riflettori sull’evento, per evitare delle ricadute, ad esempio sui giovani, che sarebbero state molto pericolose e avrebbero rotto gli equilibri e i rapporti di forza che si stavano delineando in quel periodo conosciuto come guerra fredda, per un Giappone che pian piano stava rientrando sul palcoscenico della storia mondiale e intessendo dei rapporti con il mondo occidentale. E pensare che, al contrario, proprio in Occidente il gesto di Mishima è stato interpretato come un atto di coerenza e coraggio che potrebbe essere accostato al sacrificio per la libertà compiuto il 19 gennaio 1969 da Jan Palach, lo studente appena ventenne si era dato fuoco a Praga, in Piazza San Venceslao, per opporsi all’invasione militare da parte dell’Unione Sovietica della Cecoslovacchia, suo paese natale.

Naturalmente in Giappone negli anni il dibattito sulla figura di Mishima è stato molto acceso e le opinioni su di lui molto contrastanti. Assai incisive possono essere le parole di Danilo Breschi quando scrive: «Fastidioso fantasma per alcuni, ammaliante icona per altri. Sempre e comunque vivo, estremamente presente e perenne oggetto di adorazione o controversia. Questo è diventato Yukio Mishima».

Il quinto atto (Il prologo come epilogo) parte dal rapporto tra Yukio Mishima e Yasunari Kawabata. Breschi ne traccia una perfetta analisi in maniera molto approfondita, tanto da riuscire a smontare, grazie ad opportuni rimandi letterari rintracciabili nelle opere di entrambi gli scrittori e ad episodi della loro vita, il falso caso di dissidio tra i due, sostenuto da alcuni per un presunto mancato appoggio da parte di Kawabata alla candidatura al Premio Nobel per la letteratura di Mishima. La critica aveva spesso richiamato, infatti, la lettera che Mishima aveva indirizzato il 30 maggio 1961 al Comitato del Premio Nobel per la letteratura a sostegno di Kawabata, che successivamente nel 1968 divenne il primo autore giapponese ad ottenere il premio, mentre quest’ultimo a loro parere non avrebbe fatto nulla per sostenere l’amico.

Il focus finale del capitolo è un singolare e a dir poco stimolante gioco letterario che Breschi propone ai suoi lettori, vale a dire quello di immaginare quali autori occidentali potrebbero essere accostasti alla figura di Mishima, per meglio inquadrarlo e farlo conoscere al pubblico occidentale. Il filo conduttore è la ricerca di un idem sentire ritrovato talvolta nel concetto di bellezza, talora nella dettagliata costruzione della psicologia dei protagonisti dei loro scritti, altre volte sulla travagliata anima dei personaggi in equilibrio precario tra loro stessi e l’esistenza che conducono. Non sarà certo chi scrive a svelare quali siano questi autori, perché ciò rovinerebbe il gusto della scoperta.

In conclusione, il tragitto temporale percorso al contrario da Danilo Breschi, non dalla vita verso la morte di Yukio Mishima, ma dalla morte verso la vita evoca l’immagine dell’araba fenice che risorge dalle sue ceneri. Pur essendo passati cinquant’anni da quel fatidico 25 novembre 1970, la figura di Yukio Mishima, al redde rationem, rimane un patrimonio vivo ed indelebile, che finisce per rappresentare un anello di congiunzione tra Oriente ed Occidente, tracciato attraverso un connubio particolare tra etica personale ed estetica, mediato da un forte senso di autodisciplina, il tutto coordinato da una lucida follia razionale e da una grande empatia.

Il lettore si troverà di fronte un testo autorevole e significativo, corredato da precise note che lo arricchiscono con altri interessanti spunti di riflessione e di lettura. Tuttavia, le pagine non si appesantiscono mai di ridondanti toni accademici, né tanto meno di stridenti posizioni ideologiche e questo poiché, come ha dichiarato lo stesso Autore, Yukio Mishima Enigma in cinque atti è soprattutto un libro del cuore e non solo perché vi traspare, sullo sfondo di un’immensa cultura, il cuore di chi lo ha scritto, ma anche perché è col cuore, prima che con la mente, che il lettore dovrà approcciarsi ad esso.

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