Enrico Orsenigo, psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto, Ph.D. Student in Learning Sciences and Digital Technologies all'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Nei suoi articoli si occupa di psicologia clinica, psicologia dello sviluppo, psichiatria fenomenologica e filosofia della tecnica.

Per un libro che esce di Recalcati, quanti autori, della stessa disciplina, aumentano la probabilità di non essere ripubblicati? Stiamo parlando di opere filosofiche e psicologiche che hanno trasmesso qualcosa di importante, talvolta davvero di rivoluzionario nel modo di pensare e di avviare una certa operatività, e che per ragioni di varia natura (sì, soprattutto economica), sono cadute nella totale dimenticanza o, quando va peggio, lasciate ammuffire in qualche archivio o deposito. A volte rimangono poche copie di queste opere, perlopiù in archivi di biblioteche dove il personale, da anni, scarseggia; in questo modo non è possibile proteggere e portare nel futuro questi libri. Nei dipartimenti di scienze umane circolano sempre meno i classici delle discipline, per lasciare spazio ai manuali, più semplici da studiare (che fine ha fatto la fatica e la sua qualità salutare?); questo per dire che nemmeno le università sono un luogo sufficientemente buono e capace di salvaguardare questi autori.

Certo, con l’entrata nell’era consumistica anche l’editoria si è adeguata a tale logica e sembra aderire perfettamente. Questo però rimane decisamente secondario rispetto alla catastrofe della dimenticanza di alcune pietre miliari, scomparse davvero troppo presto dalla scena – è bene dirlo da subito: siamo coscienti che nella storia del libro le opere sono sempre scomparse e ricomparse, così come gli autori stampati non per merito ma per conoscenze. Eppure non si può non constatare che quest’ultima continua ad essere la principale modalità di quelle case editrici che con il loro brand occupano la scena italiana.

Si tratta di una mancanza di rispetto nei confronti di autori che, con fatica e senso della meraviglia, hanno condotto i loro studi e le loro ricerche per decenni, a volte addirittura per l’intera vita. Dove sono finiti questi autori? A quale nome rispondevano? La lista è davvero vertiginosa, e fenomeno ancora più strabiliante è che a pubblicare questi testi scomparsi furono case editrici di tutto rispetto, in molti casi quelle che noi stessi, oggi, consideriamo “le maggiori”. Di seguito, quattro esempi di autori dimenticati prematuramente, assenti dagli scaffali di filosofia e di psicologia delle librerie.

Geza Roheim, psicoanalista ungherese, professore all’Università di Budapest, dove prese la prima cattedra di antropologia psicoanalitica; incaricato dallo stesso Freud di dimostrare sul campo la validità delle teorie psicoanalitiche in popolazioni non occidentali. Nel 1945 scrive Origine e funzione della cultura, pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1972. Critico nei confronti della posizione dell’antropologo Bronislaw Malinowski che negli stessi anni negava la presenza del complesso di Edipo nelle culture matrilineari.

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, uno dei pionieri della scuola delle relazioni oggettuali. Introduce in psicologia dei termini rivoluzionari nella comprensione delle dinamiche madre-bambino: holding, handling, object presenting, oggetto transizionale, fenomeno transizionale. Numerosi i suoi interventi in Italia e le collaborazioni con Eugenio Gaddini e Renata De Benedetti Gaddini, dove insieme approfondirono il tema dell’oggetto transizionale e dei precursori dell’oggetto. Nel 1987, postumo, Raffaello Cortina pubblica un testo da tempo non più presente nelle librerie: I bambini e le loro madri.

Margaret Mahler, psicoanalista ungherese, componente della Società di Psicoanalisi di Vienna, figura centrale del Children’s Service del New York State Psychiatric Institute, dove si occupò di psicopatologia dello sviluppo. Contribuì in maniera significativa allo studio degli stadi di sviluppo del bambino, sviluppando una teoria basata sul processo di separazione-individuazione (dal quarto al trentaseiesimo mese). Non solo: Mahler si è occupata a lungo e fu tra le prime psicoanaliste ad osservare e a raccogliere materiale significativo inerente le psicosi infantili, che ha dato vita all’omonimo testo stampato nel 1972 da Bollati Boringhieri. Nel 1978 la stessa casa editrice pubblicò La nascita psicologica del bambino, opera classica della psicologia dello sviluppo.

Aleksandr Romanovic Lurija, medico sovietico, considerato il fondatore della neuropsicologia, sin dal 1923 stretto collaboratore di Lev Semenovic Vygotskij e Aleksej Nikolaevic Leont’ev. Fondamentali le sue revisioni del concetto di sintomo, a partire da un modo radicalmente differente di intendere l’architettura delle funzioni cerebrali, in tre grandi unità funzionali. Tali unità funzionali, secondo Lurija, non sono determinate geneticamente ma esse sono ontogeneticamente sviluppate sotto la pressione dell’ambiente storico-culturale. Le funzioni corticali superiori dell’uomo e Storia sociale dei processi cognitivi, entrambi pubblicati da Giunti Barbera (1967 e 1976), sono solo due delle opere importanti di questo autore, non più presenti tra gli scaffali delle librerie. Tuttavia, oggi, c’è una attenzione particolare rivolta agli autori della scuola storico-culturale sovietica del secolo scorso; si segnalano i numerosi lavori del professor Luciano Mecacci, tra i massimi conoscitori di questo scenario della psicologia.

Quattro autori, ma ne restano fuori tanti altri che non solo hanno contribuito a formare le scienze umane, fornendo una visuale rigorosa e innovativa, ma che ad oggi risultano ancora indispensabili per comprendere molte delle dinamiche quotidiane, nondimeno quelle tecnologiche, pur essendo autori ed opere sorte in un’epoca dove la gran parte delle ultime tecnologie, di secondo e di terzo ordine, non erano ancora state sviluppate.

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