Irene Caizzi frequenta la seconda classe del Liceo scientifico "Marsilio Ficino" di Figline Valdarno (FI).

Recensione a
B. Malamud, Il migliore
trad. it. di M. Biondi
Minimum Fax, Roma 2019, pp. 305, €15.00.

Bernard Malamud nacque nel 1914 a Brooklyn. Si laureò presso il City College of New York nel 1936. In seguito frequentò anche la Columbia University conseguendo il Master of Art in lingua e letteratura inglese nel 1942. Nel 1952 venne pubblicato il suo primo romanzo The Natural, tradotto in italiano con il titolo Il migliore, lo stesso del film che ne fu trattò molti anni dopo, nel 1984, per la regia di Barry Levinson, con Robert Redford, Glenn Close, Robert Duvall e Kim Basinger.

Il libro parla di Roy Hobbs, un giovanissimo aspirante campione del baseball che vuole affrontare un provino che segnerà l’inizio o la fine della sua precoce carriera sportiva. Questo suo sogno viene però infranto da una donna, che incontra durante il viaggio di andata verso Chicago, dalla quale lui si sente estremamente attratto, ma che si rivela essere una conosciuta assassina di giovani prodigi dello sport. Infatti, attirato nella sua trappola, lei gli spara una pallottola allo stomaco.

Quindici anni dopo l’incidente, in un’età estremamente avanzata per un aspirante professionista del baseball, ottiene una seconda chance e riesce a rialzarsi con le proprie gambe. Fatti nuovamente alcuni provini, Roy si rivela subito essere un prodigio in questo sport, però l’anziano manager Pop non crede che un uomo di quell’età possa realmente fare carriera, decide di lasciarlo in panchina e attendere pazientemente che se ne vada di sua spontanea volontà.

Pop si ricrede solo dopo aver visto Roy in azione, rimanendo stupito di come risulti quasi inumano dalla sua scioltezza e innata precisione di azione. Così il nostro campione accumula sempre più successi e si sente sempre più realizzato, però dentro di sé sa che manca ancora qualcosa: essere il miglior giocatore di baseball in assoluto. Incontra anche una donna dai capelli rossi e dal fare provocante che, dopo la morte del suo amato, nonché compagno di squadra di Roy, cerca di riempire il vuoto enorme dentro di sé, tanto da voler provare un forte sentimento per quest’uomo tanto innamorato di lei e pronto a darle tutto. La ragazza in questione si chiama Memo Paris che durante tutto il tempo del romanzo non fa altro che distruggere l’ego di Roy paragonandolo costantemente all’uomo ormai sepolto del quale lei continua a sentire la mancanza.

Durante una partita Roy si sente perseguitato dal malocchio e inizia così per lui una serie di sventure, tra cui l’insuccesso sportivo. Grazie alla conoscenza di una seconda donna, Iris, ritrova la lucidità nella sua carriera, e decide quindi di passare una serata in sua compagnia. Presso un ruscello dove decidono di fissare e trascorrere il loro appuntamento, Iris svela al suo accompagnatore di essere già madre, ma quando lei gli rivela di essere anche nonna, Roy si sente oppresso da quella notizia e decide di mettere momentaneamente da parte questa donna e la lettera a lui scritta nella quale lei vi racconta tutta la sua vita.

Durante una festa organizzata da Memo in vista di un’importante partita Roy ha un malore, inizia a sudare freddo, tanto che sviene e deve rinunciare per un breve periodo al baseball. In clinica un dottore gli conferma che se proseguirà a giocare a questo sport da lui tanto amato, i numerosi sforzi potrebbero causargli una morte improvvisa. Dopo questa notizia il nostro mancato fenomeno  si deprime e rifiuta di accettare quella che è la realtà dei fatti, pur amara.

Una delle cose che distrae Roy da questo terribile annuncio che gli martella e annebbia la mente è la semplice presenza di Memo, la quale gli confessa di essere stata mandata dal Giudice Goodwill Banner per convincerlo a rinunciare alla partita, cosa che il giovane non aveva mai neanche preso in considerazione. Inizia quindi a provare molta rabbia e frustrazione.

Pochi giorni dopo il Giudice si presenta in clinica e propone a Roy una grande somma in cambio del suo aiuto per far perdere la partita alla sua squadra. La somma offerta viene raddoppiata innumerevoli volte da quest’ultimo poiché egli sostiene che per rinunciare al proprio sogno è necessario essere pagati adeguatamente. Solo dopo aver visto il Giudice varcare la porta e svoltare l’angolo lo sportivo si pente di aver accettato quella sporca offerta.

Arrivato in campo, Roy si sente estremamente debole, tanto che quando inizia la partita non riesce a portare neanche un punto alla propria squadra. Improvvisamente, però, sente come una scarica di adrenalina e gli ritornano le forze e la voglia di giocare. Nonostante questa sua nuova e improvvisa grinta, Roy non riesce a vincere la partita, guadagnandosi “involontariamente” l’infame somma di danaro. Riesce ad affrontare il Giudice e la complice Memo la quale, in preda alla rabbia, gli sfiora la spalla con una pallottola da lei sparata.

Roy si ritrova a vagare per le strade trafficate e scopre sul giornale mostratogli da un ragazzino, che, essendo stato scoperto il suo passato e quindi tutte le numerose corruzioni, se queste notizie si dimostreranno vere, la sua carriera sarà finita ed il suo nome verrà cancellato per sempre degli annali.

Personalmente ho trovato questo libro inizialmente demotivante nell’ispirarmi a leggerlo per i troppi dettagli tecnici riferiti al baseball; non essendo né un’amante né un’esperta in materia mi ha reso la lettura estremamente faticosa. Nonostante questo devo ammettere che, a mano a mano che entravo nella conoscenza dei vari personaggi, sono riuscita a ricavarne piacevolmente il significato. Infatti all’interno di questo romanzo possiamo trovare numerose tematiche interessanti: come, per esempio, l’attaccamento quasi morboso e la personificazione della mazza Wonderboy, che ricordava al protagonista sia la fatica con la quale si era ricavato il legno e di come se ne era preso cura, ma rievocava anche la propria gioventù e i suoi piccoli successi personali. È importante da tener conto quanto Roy stesso fosse disposto a fare per questo semplice oggetto. Quello che ritengo uno degli elementi essenziali del libro è che il protagonista abbia avuto la sfrontatezza e l’ingenuità di rifiutarsi di continuare a coltivare il suo più grande sogno in assenza della sua cosiddetta “migliore amica”, cioè la mazza, perché ormai convinto di voler diventare, anche per merito di essa, “il migliore”.

Sempre in merito alla mazza ho trovato tanto corretto quanto crudele il fatto che durante la partita decisiva, proprio quando Roy ne aveva più bisogno, Wonderboy si spezzi, chiaro segnale della fine di un’era e che da quel momento in poi il nostro campione sarebbe stato costretto a doversela cavare da solo, senza alcun tipo di appoggio al suo passato. Sono inoltre rimasta affascinata dalla tenacia e dalla sicurezza che riesce ad esprimere il protagonista anche attraverso delle semplici parole.

Uno dei personaggi che più mi ha colpita inizialmente, e che alla fine si è dimostrato estremamente deludente, è Memo. In particolare, il modo in cui lei stessa vede il mondo: quasi grigio, spento, senza colore. C’è un brano che mi ha molto emozionata: «Non riusciva a smettere di piangere, come se il rubinetto si fosse rotto. O come se fosse una fontana che si erano dimenticati di chiudere. Le sue lacrime non avevano fine. Scorrevano come se in vita sua non avesse mai pianto. Dovunque andasse piangeva: il mondo era bagnato. I suoi pensieri stillavano su campi di fiori – fiori scuri, macchiati, nel buio della notte. Lei ci vagava in mezzo, osservando le diverse tonalità di scuro, senza riuscire a distinguerli dalle pietre del suolo […]».

In queste apparentemente semplici parole viene descritto chiaramente come si senta una ragazza abbandonata da tutti e da tutto e di come la mancanza di un’unica persona la faccia sentire inadeguata al mondo nel quale è costretta a vivere. Per quanto riguarda il finale sono rimasta delusa perché durante la lettura mi convincevo sempre di più che il protagonista sarebbe riuscito a portarsi a casa la vittoria e a diventare una vera e propria leggenda. Devo ammettere però che è stato un finale sicuramente inaspettato.

Certo che Roy non meritava di essere il migliore, perché sicuramente non mancava di talento e di determinazione, ma la scelta di persone sbagliate vicino a sé, il non pensare mai al proprio bene ma solo ed esclusivamente alla sua figura, e quindi a ciò che gli altri vedevano, alla sua immagine e al suo voler essere a tutti i costi il migliore, le sue ossessioni e attaccamenti per il passato, il quale non è mai riuscito a superare, caso mai proiettato nel futuro ma mai inserito nel presente, ebbene Roy si è dimostrato in realtà un uomo che ha guardato troppo il cielo sopra di lui e mai dove metteva i piedi. Per questo è caduto.

Il fatto che il nostro protagonista non avesse mai preso in considerazione che per essere effettivamente il migliore, e quindi colui che eccelle più di tutti in quello che fa e che è in grado di fare, ci vuole del tempo e disciplina, di conseguenza il suo immenso talento non bastava perché se bastasse soltanto quello, beh, allora tutti quanti noi saremo i migliori in qualcosa. Ho notato anche che Roy ha sempre voluto che tutti si convincessero che lui poteva (e doveva) essere considerato come colui che riesce a fare l’impossibile, colui che è in grado di superare tutto e tutti, persino se stesso. Alla fine tutti questi “punti” si sono dimostrati infondati per il raggiungimento dei suoi obiettivi, perché quella che doveva dimostrarsi come la carriera più intraprendente “del migliore” si è trasformata in un susseguirsi di fallimenti irrecuperabili.

Posso dire, quindi, con certezza che sono rimasta affascinata dalla morale e dai personaggi del romanzo di Malamud, ma posso anche affermare che non è un libro che rileggerei volentieri, non solo perché spesso, a causa dell’utilizzo della terza persona indotta ovviamente da un narratore esterno, la lettura risulti leggermente più pesante, ma anche e soprattutto perché non sono attratta dal complesso mondo dello sport. Da leggere comunque una volta, questo sì, senz’altro.

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