Luca Tedoldi insegna Filosofia e Storia nei licei e si occupa di Teoria politica e Teoria dell'argomentazione. Da quasi dieci anni è impegnato  nel favorire le tecniche di dibattito nelle scuole; nel 2016 è entrato nella Rete Wedebate e ha diffuso il metodo World School Debate partecipando a tornei e convegni.

Recensione a
C. Rizzacasa D’Orsogna, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Laterza, Roma-Bari 2022, pp. 224, € 18,00.

Esiste una sorta di Commissione Valutativa permanente, più volte nei decenni segnalata (ad esempio, da Allan Bloom e da Robert Hughes) che ora dilaga sui social, la quale, come Caronte, esamina, giudica e manda all’inferno. Nonostante la proliferazione di questi Vigili morali, non è facile fermare al microscopio il parapiglia di accuse, shitstorm e risentimenti. Dentro il pozzo della cancel culture viene gettato di tutto: una volta sembra che stiamo parlando del moralismo di chi vuole sentirsi superiore a tutti, perfino ai grandi scrittori del passato, un’altra volta alludiamo ad una versione del politicamente corretto che si esprime attraverso l’esibizione della propria bontà (l’orrendo virtue signalling), un’altra ancora precipitiamo in un mondo in cui ogni scelta è un’esclusione ed ogni esclusione una censura da fanatici, come se lo fosse anche il non invitare a scuola chi promuova l’antropofagia.

Giunge a fare ordine il saggio di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, che spiega bene come oggi a farci sentire vivi sia soprattutto la divisione, la ricerca di un avversario da cui distinguerci. Il vocabolario Treccani definisce la cancel culture come l’«atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento». Gli esempi di cui si arricchisce Scorrettissimi sono sconcertanti: mettere all’indice l’Odissea per il maschilismo con cui ritrae Penelope, le Metamorfosi di Ovidio perché contengono violenze sessuali, i libri di Mark Twain e William Faulkner per le espressioni razziste che contengono, fa trapelare una furia vendicativa preoccupante. Una violenza contro i violenti, un rifiuto dell’immedesimazione nei confronti di chi non s’immedesima: la fame di scovare ovunque tracce microscopiche di razzismo, misoginia, omofobia e antisemitismo, per poi lanciare l’allarme indiavolato e mettere alla gogna chiunque si sia macchiato di questa fuoriuscita dell’inconscio atavico, non sembra voler fare prigionieri. Ma non è solo una questione di misura, non è solo un problema di eccessi e reazioni rabbiose.

Questa nuova intolleranza solleva anche il problema della scomparsa del senso storico, perché tutte le epoche vengono assottigliate dentro un presente assoluto che annulla i contesti, assimila tutto a sé, sottomette ogni complessità ad una sorta di Nuova Inquisizione delle Vittime. In terzo luogo, non accettando il lato oscuro delle persone, demonizzando i contenuti culturali che fanno sentire a disagio, confondendo tra un fastidio e un trauma, infantilizzano il fruitore, ridotto ad un povero ipersensibile da tenere al riparo dall’arte e dai drammi del passato (l’immaturo safetyism). Potrebbe provare fastidio, potrebbe sentirsi in colpa per le responsabilità del suo gruppo sociale? Potrebbe sentirsi male mentre vede un attore spagnolo interpretare una persona cubana? Possiamo invece dipingere la Shoah con contenuti family friendly? Perché non disseminare tutta la comunicazione, anzi tutta la cultura presente e passata, di trigger warning, di avvertenze che lascino riposare la nostra sacra impressionabilità? Perché non sdrammatizzare la storia ed evitare imprevisti, come fanno quei genitori che al mattino accompagnano i propri angeli a scuola parcheggiando ad un centimentro dal banco della classe? Ecco, oltre a questa infantilizzazione della vita, che spaccia per disastro ogni intoppo e fa perdere di vista la lontananza e la densità dei contesti temporali, estrapolati, assolutizzati e messi davanti al plotone d’esecuzione della propria comfort zone, questi ostracismi banalizzano la molteplicità umana e le sue contraddizioni: grandi scrittori ed anche misogini o razzisti? Sì, è possibile. Siamo ancora capaci di separare un artista dalla sua opera? Davvero dovremmo smettere di leggere Louis Althusser, Peter Handke, Martin Heidegger, Carl Schmitt, Jean Jacques Rousseau? O smettere di vedere i film di Woody Allen e Roman Polansky? Ma non c’è solo il galateo astorico e l’ossessione della purezza di origine liberal.

Non abbiamo solo la competizione ad essere più vittima dell’altro, più sensibile dell’altro, perché nell’area politica contrapposta c’è chi approfitta del clima polarizzato e teso per poter proporre una censura migliore, quella ad esempio dei testi LGBITIQIA+ o delle critiche all’eteronormatività, esasperate apposta per propagare paura. Ognuno protesta per la cancel culture dell’avversario. Tutti temono che la civiltà sia a rischio. Ci si scaglia contro la psico-polizia del linguaggio dei liberal e poi, dall’altra parte, si sceglie di usare la salvaguardia della sensibilità dei bambini per sottrarsi ad un’educazione più rispettosa delle minoranze. E la contesa infinita continua, come un pendolo che una volta è woke e un istante dopo  rivendica l’orgoglio delle proprie tradizioni. La politologa Barbara Walter e il giornalista canadese Stephen Marche temono perfino il rischio di una nuova guerra civile. Esistono più di 300 gruppi armati di estrema destra e un terzo degli elettori repubblicani dichiara che non accetterebbe la vittoria di un candidato avversario, per citare due esempi. L’avvocato e giornalista Greg Lukianoff, uno di quelli che vengono intervistati nel libro, sostiene: «Per i conservatori, la critical race theory è il male assoluto, anche se spesso non sanno cosa sia. Si tratta di una disciplina di nicchia, insegnata prevalentemente nelle graduate school. Ma per i conservatori è diventata un termine generico, un drappo rosso, agitato per incendiare. Le leggi a firma repubblicana che mirano a bandire la critical race theory sono quasi sempre incostituzionali. E sono scritte in un modo così vago che rischiano di proibire qualsiasi discussione, nelle scuole, su razzismo e schiavitù».

Oltre ad offenderci per ogni inezia, quando ci lanciamo in un dibattito militarizzato, ci batte forte il cuore. Possiamo perfino scivolare nel riflesso pavloviano, vedendo un noioso piagnisteo ovunque emerga una legittima protesta. Il politicamente scorretto diventa una moda che ha bisogno di aumentare a dismisura le proporzioni del potere del nemico, per poter afferrare la corona dell’eresia, come a pretendere una licenza di essere volgari, egocentrici e indifferenti. Contro l’idolatria della fragilità, il cinismo comico di una serie come Family Guy (I Griffin) funziona come un anestetico liberatorio. Nello scompiglio della rivalità tra le diverse minoranze, nell’horror vacui di chi vorrebbe dar voce a tutte le storie messe nell’ombra dal mostro del maschio bianco occidentale, nelle scorciatoie di chi crede di aver lottato per la giustizia perché ha agitato il dito contro un brano misogino di Philip Roth, nella riduzione all’assurdo di chi cerca sempre un esempio esagerato per distruggere l’avversario, notiamo i semi di un conflitto che continuerà. Ma l’intelligenza di questo saggio è una delle luci che servono a provare a governarlo.

Costanza Rizzacasa D’Orsogna non cade nella trappola di deridere con aria di superiorità i Vigili morali, replicando su di loro la streghizzazione, cancellando i cancellatori, confermando lo stallo dell’inconciliabilità, la reificazione dualistica delle contrapposizioni, tra l’altro così conforme ad uno storytelling spettacolare che vive anche del meccanismo narrativo del duello. Non si eleva sugli scatenati neopuritani, non li guarda dall’alto reiterando lo schema che scinde illuminati ed ottusi: noi che ironizziamo e loro che si offendono, noi che in cima ci sentiamo più giusti degli pseudogiusti e loro a valle che litigano per ogni cosa. Ma sa anche metterci in guardia, perché la guerra culturale è qui. Il virus è arrivato nel paese che una volta faceva finire tutto a tarallucci e vino e che adesso ha visto qualcuno rimuovere, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, le lezioni dello scrittore di Paolo Nori su Dostoevskij. Ovunque, perfino nel paese dell’edonistica obsolescenza dell’ira, troverai qualcuno che solleva un polverone e magari propone uno sdegnato boicottaggio perché è stato clamorosamente violato il silenzio sopra un tema delicato. Discutiamone, invece.

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