Marco Palladino (1993) è laureato in filosofia, presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi dal titolo Trascendenza e malum mundi. Karl Jaspers e Alberto Caracciolo. I suoi interessi di studio si rivolgono principalmente al rapporto tra filosofia e religione e tra filosofia e cinema. Di particolare interesse per la sua ricerca il dialogo con l’Oriente, come testimonia il saggio scritto per la rivista «Studi jaspersiani» sul rapporto tra Dōgen e Jaspers.
C’è tutta la poesia di Troisi nel suo Le vie del Signore sono finite. Il suo enorme talento non solo attoriale, comico, ma anche registico, si condensa in queste immagini intrise di una malinconia singolarissima. Le vie del Signore che incontrano inevitabilmente la fine sono le vie della guarigione di sé. La malattia è duplice: personale e storica (la dittatura fascista). La guerra che si svolge nel nostro cuore si dipana, al contempo, nel cuore del mondo.
Ma la malattia, che si muove tra finzione e verità, tra rifiuto e assenso, può essere un guscio, un rifugio per sottrarsi alla crudeltà lacerante del reale. La finezza psicologica di Troisi, condita della sua proverbiale ironia, qui più keatoniana che altrove, raggiunge vette ineguagliate e ineguagliabili. Il maestro che aleggia sullo sfondo è sicuramente Eduardo, ma sarebbe riduttivo leggere Troisi attraverso lo sguardo di uno dei suoi numi tutelari. A tal proposito, bisogna dire che la potenza politica di Troisi è forse maggiore di quella dei suoi maestri. Troisi si ribella a tutte le vie del Signore, a tutti i dispotismi del potere, individuando il dispotismo principale, quello che genera tutti gli altri dispotismi, nella lingua italiana, la lingua dell’élite borghese; la lingua di chi ha diviso invece di unire; la lingua di chi perpetra l’artificiosa separazione tra Cultura e cultura popolare. La scelta di parlare soltanto napoletano è politica ed esistenziale.
Politica, perché il napoletano è la lingua dell’identità culturale, la lingua degli oppressi, la lingua degli ultimi del Sud. Parlare solo in napoletano significa esibire orgogliosamente la propria condizione sociale, significa ribellarsi alla violenza dell’educazione, ma, soprattutto, alla violenza dei significati irreggimentati. Esistenziale, perché il napoletano è la lingua rivelativa dell’assolutezza del sentire più profondo: «penso, parlo, sogno in napoletano». È la “casa” dell’essere, ma anche dell’esser-ci, dell’intimità, della propria fragilissima nudità. Questa lingua è la lingua della vita, di quel magma incessante, proprio come quello del Vesuvio, che non può essere recintato da nessuna forma. Le vie del Signore destinate a finire sono la figurazione dell’erosione di tutti i fondamenti metafisici e ideologici. Ma il napoletano, costitutivamente, non può essere nichilista. Il suo, al massimo, si configura come nichilismo affermativo, di natura meridiana (Camus). Egli, Troisi lo testimonia, guarda in faccia l’assurdità dell’essere senza vacillare. La vita non ha un senso (una via prestabilita da percorrere), è vero, ma il suo fluire incessante, senza Creatore e senza Fine, è uno spettacolo (un miracolo), proprio perché non può essere spiegato. Non esistono miracoli e Miracoli, esiste solo (il) Miracolo: la vita. Bisogna stare dentro la contraddizione armandosi di una risata, seppur amara.
Il cinema, per Troisi, è la lingua che più si approssima al napoletano, lingua della vita, del sentire più originario. Esso, il cinema, possiede una grammatica le cui regole non mortificano l’erompere impetuoso e infondato dell’esistere, ma lo rivelano, lo proteggono. In questo film, in particolare, forse il più significativo della sua carriera, egli ci dice che non serve essere cinefili: termine orrendo, come notava giustamente Truffaut. Non serve adorare il potere occulto (ogni volontà di sapere è volontà di potere, ammonisce Foucault) della cultura per lasciarsi avvincere dalla magia di quei ventiquattro fotogrammi che impregnano di eterno la fuggevolezza di un secondo. Il cinema, la bellezza, non è dei colti: è di tutti. È, soprattutto, di chi sa guardare ancora con innocenza. Quella eterna innocenza di cui Massimo è stato il più grande maestro.