Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, ha lavorato come dipendente della struttura burocratica servente dell’Assemblea regionale siciliana. Con la qualifica di consigliere parlamentare. Ha pubblicato diversi libri di contenuto storico e filosofico, tra i quali Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna (Casa Editrice Bibliosofica, Roma 2007).

Il modo di governare di Pietro I assurse a modello per tutti gli zar e le zarine venuti dopo di lui. Del resto, quando l’impero russo divenne tanto vasto da estendersi dal Mar Baltico fino all’Oceano Pacifico e penetrò in profondità nell’Asia, il governo autoritario sembrò a tutti l’unica soluzione praticabile. Si noti che pure il comunismo perseguì la volontà di recuperare un “ritardo” storico che impediva l’instaurarsi di più equi rapporti sociali. Ed anche il comunismo, affermatosi in Russia e coerente con la storia russa, fu profondamente autoritario.

Aleksandr Herzen premise al suo libro del 1851 una citazione di Goethe, tratta dalla poesia Agli Stati Uniti. Il grande Goethe vedeva negli Stati Uniti d’America un Paese giovane, il cui popolo era pieno di linfa vitale. L’aggettivo tedesco è lebendig. Tale popolo giovane e vitale poteva procedere spedito, perché non ritardato dagli inutili ricordi, né dalle vane discussioni.

L’Europa ha smesso di essere il motore del mondo dopo la prima guerra mondiale. I Paesi europei occidentali sono diventati tutti di importanza secondaria, negli equilibri di potenza mondiali, dopo la seconda guerra mondiale. Ciò vale anche per gli inglesi, nonostante loro fossero tra i vincitori della guerra. Gli Stati Uniti, al contrario, sono assurti al rango di prima potenza; anche se lungamente si sono dovuti accontentare di un duopolio con l’Unione Sovietica (ossia un potenziamento della Russia, ottenuto in virtù dell’ideologia comunista). Il mondo della cosiddetta guerra “fredda” era diviso in due precise sfere di influenza: americana e russa. Con l’Europa divisa e la Germania divisa.

Con la caduta del muro di Berlino (1989) e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991), il mondo umano è radicalmente cambiato. Andrebbe colto il fatto che questa autentica rivoluzione mondiale si è realizzata prevalentemente in via pacifica, grazie all’idealismo o, come altri pensa, alla disarmata ingenuità, dell’ultimo leader comunista sovietico: il russo Michail Gorbacev. Gli americani degli Stati Uniti, rimasti sempre un po’ cowboy, con quel loro istinto vitale che prescinde dalla cultura storica e può manifestarsi in modi molto rozzi, hanno deciso di regolare fino in fondo i conti con la Russia. L’intento è quello di estrometterla del tutto dall’Europa, di marginalizzarla, di ridimensionarla sul piano militare, di indebolirla quanto più possibile sul piano economico.

La predetta strategia è molto miope. Pure i russi sono un popolo giovane, se paragonati ai popoli che derivano la loro cultura dagli antichi Greci, o dagli antichi Romani. I russi, però, vengono dalla scuola della raffinata intelligenza e della malizia dei Bizantini. Sono assai più solidi di quanto i cowboy degli Stati Uniti possano soltanto immaginare. Dopo tutto, la Russia ha respinto l’invasione di Napoleone Bonaparte, non il primo venuto. Dopo tutto, l’Unione Sovietica ha respinto l’invasione di Hitler. Si consiglia la lettura dello splendido romanzo di Vasilij Grossman, Vita e destino, che ci dà l’idea di cosa fu la disperata resistenza a Stalingrado, con la conseguente controffensiva sovietica.

I cowboy degli Stati Uniti forse non sanno una cosa che noi europei occidentali conosciamo molto bene e che anche i russi conoscono: per secoli e secoli in Europa si è andati avanti applicando rigorosamente la logica dell’equilibrio fra le potenze. Ciò significa che quando una potenza europea si rafforzava troppo e tendeva a realizzare il proprio predominio nel continente, tutti gli altri Stati europei – pure quelli apparentemente più differenti e distanti tra loro – si coalizzavano per combattere la potenza emergente e ridimensionarla. Tale logica dell’equilibrio fra le potenze continua a valere anche nell’attuale mondo globalizzato. C’è una nuova potenza mondiale, la Cina di Xi Jinping. Potenza militare, economica, commerciale, finanziaria, tecnologica. Gli Stati Uniti, a dispetto della loro grandeur, hanno un’economia molto più fragile di quanto comunemente si pensi. Sembra facile e furbo continuare a stampare dollari; ma la carta-moneta, quando non rispecchia i valori dell’economia reale, si deprezza e genera inflazione. Questo lo sanno tutti coloro che mastichino un po’ di economia. Giusto i politici del Movimento Cinque Stelle, in Italia, ancora non ne sono stati informati. Si dà appunto il caso che la Cina oggi sia anche il maggiore creditore degli Stati Uniti. Di conseguenza, se lo ritenesse opportuno, potrebbe pure scatenare una tempesta monetaria.

Qualora la Russia fosse messa troppo in difficoltà, non le resterebbe altro da fare che legarsi alla Cina, in un’alleanza via via sempre più stretta. Non credo che i russi vogliano questo esito; ma, se non avessero alternative, lo farebbero. I cinesi, intanto, li attendono a braccia aperte. Nel malaugurato caso dovesse scoppiare una terza guerra mondiale e la Cina e la Russia fossero alleate contro gli Stati Uniti, ci sono buone probabilità che questi ultimi sarebbero sconfitti. Nel frattempo, sarebbe sconfitta l’intera umanità, perché, in relazione alla potenza distruttiva delle armi, l’intero mondo umano ne uscirebbe a pezzi, in qualsiasi luogo del pianeta. In ogni caso, anche se questa ipotesi catastrofica restasse soltanto teorica, c’è davvero da interrogarsi su come sia razionalmente possibile questa politica della Nato, caratterizzata dalla fobia antirussa, quando, contemporaneamente, gli Stati Uniti sono impegnati in un confronto globale con la Cina.

Per comprendere la Russia contemporanea è consigliabile una lettura davvero istruttiva: Putin e la ricostruzione della grande Russia (Longanesi, Milano 2016). L’autore è Sergio Romano, con un passato nella carriera diplomatica, ex ambasciatore presso la Nato ed ex ambasciatore a Mosca, dal 1985 al 1989. Con una perfetta padronanza di molte lingue, inclusi il tedesco e il russo. La visione di Romano è improntata a realismo, frutto dell’esperienza e del disincanto. Si potrebbe definire un conservatore liberale; ma di un livello culturale che ha pochi uguali. Il libro è scritto benissimo, con capitoli particolarmente brevi, dunque capaci di trasmettere al lettore l’essenziale. La Nato attuale è vittima di “insaziabile bulimia”. Nel 1999 l’Alleanza atlantica accolse tre Stati che avevano fatto parte del Patto di Varsavia: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Nel 2004 aderirono alla Nato le tre repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia, Estonia), la Bulgaria, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia. Nel 2009 fu la volta dell’Albania e della Croazia. A partire dal 2008, dalla riunione del Vertice atlantico tenutasi a Bucarest, si discute dell’ingresso nella Nato dell’Ucraina e della Georgia. A ciò si aggiunga che truppe della Nato e dispositivi militari (ad esempio atti ad intercettare eventuali missili nucleari russi), sono ora presenti in Stati che in precedenza erano orientati a restare neutrali, come la Svezia e la Finlandia. In altre parole, tutti gli Stati europei direttamente confinanti con la Russia ed anche Stati che prima erano parte integrante dell’Urss sono stati coinvolti in un’azione che ha una chiara finalità antirussa.

Il libro ci consente di ricostruire le due precedenti crisi ucraine: la prima nel 2004; la seconda nel 2013-2014. Qui si omette di entrare nei dettagli perché i protagonisti ucraini di quelle crisi, tanto filo-occidentali, tanto filo-russi, sono oggettivamente personaggi minori. Ai quali si darebbe eccessiva importanza, se si enfatizzasse il loro ruolo. Va ricordato, piuttosto, che nel 2004, nella piazza Maidan di Kiev, si potevano trovare personalità internazionali del livello di Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. Venute appositamente per esprimere solidarietà a coloro che protestavano contro i russi. Lasciamo ad altri la retorica sulla “rivoluzione arancione”. Se ci fosse qualcuno che, effettivamente, si preoccupasse di salvaguardare il valore della pace, bisognerebbe ricordare che i russi, presenti in Ucraina, sono stimati nel 17% circa della popolazione. Ciò significa che, in territorio ucraino, sono presenti sei/sette milioni di russi. Come tutti sanno, una guerra civile è il peggiore incubo che degli esseri umani possano sopportare. Con un sovraccarico di odio, perché a muoverti guerra sono anche persone che consideravi amiche e che per anni avevano abitato vicino a te.

Dalla guerra civile e dall’esaltazione del nazionalismo, si passa rapidamente alla pulizia etnica e all’espulsione dei “traditori” e degli “stranieri”. Non vorremo vedere ancora altri esodi di massa di profughi, come quelli che si verificarono al termine della seconda guerra mondiale. Si obietterà che nel 2014 i russi hanno occupato la penisola di Crimea. La storia di questa, però, c’entra davvero poco con l’Ucraina. Fu conquistata dai russi al tempo della zarina Caterina II, nel 1783. E fu sottratta all’impero ottomano. Secondo dati statistici risalenti al 2001, la popolazione della Crimea era composta per oltre il 58% da russi, per il 24% da ucraini e per il 12% da tatari. I russi hanno reagito all’accerchiamento condotto dalla Nato e dai nazionalisti ucraini ed hanno voluto assicurarsi il controllo di Sebastopoli. Che significa il controllo del Mar Nero e la possibilità di manovrare in esso, con la flotta russa.

Peraltro Vladimir Putin, che non è uno sprovveduto, ha chiamato la popolazione della Crimea a pronunciarsi con un Referendum, che si è tenuto il 16 marzo del 2014. Più del 97% dei votanti ha votato a favore del “ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione russa”. A chi risponde la Nato? Agli Stati Uniti, è ovvio. La società statunitense, però, è anch’essa molto complessa e politicamente frammentata. La “russofobia” che al momento prevale nella Nato è orientata fondamentalmente da tre attori: 1) la lobby polacca che ha influenza sia nel Congresso, sia nel Pentagono; 2) l’industria bellica, perché in una situazione di tensione internazionale occorre armarsi e gli armamenti, sempre più sofisticati dal punto di vista tecnologico, hanno un costo elevatissimo, cosicché si possono fare ottimi affari; 3) i membri del Congresso ancora legati psicologicamente alla mentalità della guerra fredda, i quali non riescono a distinguere tra la Russia attuale e l’Unione Sovietica. Per loro si tratta sempre dell’identico vecchio nemico. Sergio Romano ha scritto: «Con le sue paure e la sua drammatica storia, la Polonia ci costringe a vedere la Russia con i suoi occhi» (p. 142).

E i “diritti umani” che in Russia sono conculcati e calpestati? I servizi di intelligence statunitensi e inglesi svolgono, al riguardo, una intensa attività di propaganda e di persuasione, poi puntualmente ripresa acriticamente dai mass-media occidentali. Ciò che dovremmo imprimerci nella memoria è che gli Stati Uniti, il Regno Unito e qualche altro Paese occidentale sono gli unici luoghi del mondo in cui i “diritti umani” sono al sicuro ed effettivamente realizzati. Di conseguenza, basterebbe ricondurre quanti più Stati è possibile sotto il controllo politico degli Stati Uniti, per avere il completo trionfo dei diritti umani nel mondo. Teoria buona per gli allocchi. Romano ci ricorda, ad esempio, che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il Trattato penale internazionale. Ciò significa che i cittadini statunitensi non possono essere chiamati a rispondere dei loro comportamenti ad «una Corte di giustizia al di fuori degli Stati Uniti» (p. 113).

È opportuno riportare testualmente le parole conclusive di Sergio Romano: «Nell’Unione Europea sono sempre più numerosi i cittadini che invocano il ritorno alle sovranità nazionali, ma in alcuni Stati nazionali (Belgio, Gran Bretagna, Spagna) la sovranità nazionale è contestata da regioni che chiedono il diritto di secessione. Mi chiedo: la democrazia è ancora un modello virtuoso che l’Europa delle democrazie malate e gli Stati Uniti delle sciagurate avventure mediorientali e del nuovo razzismo hanno il diritto di proporre alla Russia? Dovremmo piuttosto chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie stanno dando di se stesse» (p. 145).

Nel contesto descritto, parlare dell’Unione Europea mette soltanto tristezza. Si può partire dalla vicenda del gasdotto denominato Nord Stream 2, le cui tubazioni sono posate sul fondo del Mar Baltico e collegano la Russia con la Germania, senza entrare nei territori dell’Ucraina e della Polonia. Recentemente, nel mese di settembre del 2021, si sono conclusi i lavori per il completamento dell’opera, che realizza il raddoppio del gasdotto Nord Stream, già attivo nel medesimo percorso e operativo dal 2011. L’opera è stata avversata in ogni sua fase ed in ogni modo dagli Stati Uniti. La cancelliera Angela Merkel, con la sua tranquilla tenacia, ha resistito a tutte le pressioni americane e, alla fine, sembrava essere riuscita a spuntarla. Questo è uno dei suoi più importanti lasciti politici, anche se l’opinione pubblica forse non ha ancora compreso fino in fondo la questione geo-politica sottintesa: le possibilità di approvvigionamento energetico sono fondamentali per un’economia quale quella tedesca, che produce manufatti industriali, trasformando materie prime spesso acquistate all’estero. Era logico e naturale che Germania e Russia, Paesi geograficamente vicini, trovassero fra di loro un accordo di cooperazione, reciprocamente vantaggioso. Mentre non era e non è giustificabile la pretesa degli Stati Uniti di recare un danno alla Germania, pur di impedire che l’influenza russa si rafforzi in Europa.

Il lettore non sarà sorpreso di apprendere che, fra le sanzioni economiche che l’Alleanza Atlantica minaccia di applicare alla Russia, in relazione a quest’ultima crisi ucraina del 2022, figura, ai primi posti, il blocco del gasdotto Nord Stream 2. Il nuovo cancelliere Olaf Scholz cerca di barcamenarsi fra la fedeltà alla Nato e l’interesse nazionale tedesco. Qualora gli Stati membri dell’Unione Europea fossero capaci di valutare liberamente le cose, sarebbe loro interesse appoggiare senza riserve il punto di vista tedesco, contro la prepotenza americana. L’interesse dell’Unione Europea è che con la Russia si possa cooperare tutte le volte che tra europei e russi sono possibili intese reciprocamente vantaggiose.

L’Unione Europea largheggia in dichiarazioni di principio a tutela della integrità e dell’indipendenza dell’Ucraina. Pure i governanti italiani si allineano e riaffermano il principio, caro alla Nato, secondo cui ogni Paese sovrano ha il diritto di chiedere di entrare in una alleanza militare. Diritto, a prescindere dagli equilibri politici globali e dalle conseguenze?

Poi, sottovoce, i Paesi europei che ancora hanno almeno la possibilità di esprimersi, come la Francia di Emmanuel Macron, cercano di fare intendere che nuove sanzioni economiche verso la Russia non danneggerebbero soltanto i russi, ma nuocerebbero nel contempo a tutti gli europei. Gli Stati Uniti sono così premurosi nei confronti degli europei, così attenti alle loro esigenze, che li riforniscono di gas allo stato liquido, prodotto, guarda caso, in territorio americano e trasportato con grandi navi via oceano. Il tutto fa crescere in modo notevole il prezzo del gas.

Bisogna precisare che questa politica americana è costante, qualunque sia il presidente Usa che la incarna. Non ci sono differenze sostanziali tra l’atteggiamento verso l’Europa delle amministrazioni di George W. Bush, Barack Obama, Donald Trump, Joe Biden. Nel 2014, al tempo del democratico Obama, la vice Segretario di Stato per gli affari europei, Victoria Jane Nuland, proprio con riferimento alla seconda crisi ucraina, si lasciò scappare una frase nei confronti dell’Unione Europea che non si sta qui a ripetere, né nell’originale inglese, né nella traduzione italiana, perché si tratta di una volgarità gratuita che, oltre tutto, non sta bene in bocca a una signora.

I più importanti partiti politici italiani, pure quelli che fanno parte della maggioranza che sostiene il Governo presieduto da Mario Draghi (una delle poche persone serie rimaste in circolazione), hanno trovato il modo di fronteggiare la crisi ucraina. La trovata è quella di imporre un “prezzo politico” ai consumi delle fonti energetiche, in modo da calmierare le bollette che le aziende e gli utenti privati sono chiamati a pagare per i loro consumi di energia. Da che mondo e mondo, imporre un “prezzo politico” ad un bene considerato di prima necessità, come ad esempio il pane, significa dissestare completamente le finanze pubbliche. Alessandro Manzoni ha cercato di insegnarlo, purtroppo invano, nel romanzo I promessi sposi.

Il mio modesto pensiero è che una classe politica seria dovrebbe comportarsi in tutt’altro modo. Occorrerebbero l’onestà intellettuale e il coraggio di dire ai cittadini che è in corso una crisi internazionale, la quale determina, fra l’altro, un forte rincaro dei costi delle fonti energetiche. L’Italia da sola non è in grado di influire, in alcun modo, sulle dinamiche di questa crisi internazionale. Non è possibile prevedere quanto durerà; né si può essere certi che la situazione non peggiori con l’esplodere di una vera e propria guerra guerreggiata, per quanto tutti dichiarino di non volerla. In tali condizioni, impegnare sei, otto, miliardi di euro per calmierare le bollette energetiche, potrà dare alla popolazione italiana soltanto un effimero ed insufficiente sostegno. Tra tre mesi, tra sei mesi, con la stessa logica, si dovrebbero stanziare molti ulteriori miliardi di euro e questi sarebbero sempre insufficienti. Un po’ come buttare il denaro pubblico dalla finestra.

Di fronte alle guerre, di fronte alle emergenze internazionali, i cittadini devono sapere che non ci sono assicurazioni, né tutele politiche, che tengano. Tutti devono arrangiarsi e cercare di resistere e di sopravvivere. Come fecero tante precedenti generazioni nel passato. Il diritto alla felicità non esiste, nel senso che nessuno può garantirlo. Esattamente come non esiste un diritto alla “normalità” dell’esistenza. Chi è credente, si raccomandi al buon Dio.

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